Legalizar Uruguay 2013

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URUGUAY – Montevideo, 11/12/2013. L’Uruguay è il primo Paese latinoamericano a legalizzare la produzione, la distribuzione e la vendita di marijuana, e l’unico al mondo ad attribuirne il controllo allo Stato. 

Definito “un esperimento sociopolitico” dal suo promotore, il presidente Mujica, il progetto di legge è nato l’anno scorso con l’obiettivo di strappare il mercato della marijuana ai cartelli del narcotraffico e disincentivare  il consumo delle droghe pesanti.

Approvato alla Camera dei Deputati lo scorso luglio e ratificato al Senato martedì 10 dicembre 2013, il provvedimento, che attende solo la firma del presidente, poggia su due pilastri fondamentali: controllo totale dello Stato e vincoli determinati per il mercato.

Lo Stato assume la regolamentazione e il controllo delle attività di importazione, produzione, acquisto, stoccaggio, commercializzazione e distribuzione della marijuana e dei suoi derivati. Nasce un organismo centrale, l’Istituto di Regolamentazione e Controllo della Cannabis (IRCCA), dipendente dal Ministero della Salute e responsabile delle attività di controllo su tutte le fasi del processo. 

Potranno acquistare lo stupefacente nelle farmacie autorizzate solo i cittadini uruguayani e i residenti, purché maggiorenni e registrati in un database nazionale come consumatori per uso ricreativo o terapeutico. Inoltre, si potrà avere accesso al prodotto tramite coltivazione privata, formula che consente fino a sei piante e un massimo di 480 grammi per raccolto l’anno, oppure tramite coltivazione di gruppo, i cui membri variano da un minimo di 15 e un massimo di 45, con un numero proporzionale di piante consentite entro il limite di 99. La detenzione personale è fissata ad un massimo di 40 grammi, limite che si applica anche alla vendita al dettaglio per consumatore mensilmente. Ancora non è stato deciso il valore della marijuana legale, sebbene il governo intenda competere con il narcotraffico applicando prezzi simili, come per esempio 1$ al grammo, e soprattutto garantendo una qualità migliore. 

Le coltivazioni potranno avere obiettivi scientifici e terapeutici. Con una semplice ricetta medica si potrà consentire la produzione di cannabis non psicoattiva. Tuttavia, le colture in Uruguay saranno autorizzate con una licenza rilasciata dallo Stato. Ogni piantagione non autorizzata verrà distrutta col mandato di un giudice e l’IRCCA applicherà le sanzioni previste per violazione delle norme in materia di licenza.

Il provvedimento ancora non specifica quali saranno i criteri per la concessione, il costo o i destinatari delle licenze, ma stabilisce la creazione di registri o database nazionali, amministrati dallo stesso Istituto, per i produttori, i coltivatori e i consumatori di cannabis. 

Secondo stime governative, il volume di marijuana legale previsto è di circa 25 tonnellate l’anno, pari al consumo illegale che attualmente è valutato circa 30 milioni di dollari l’anno. Con questo provvedimento quindi, secondo il governo, il mercato di cannabis non aumenterà ma si regolarizzerà semplicemente. Inoltre, non se ne promuoverà il consumo. Al contrario, verranno elaborati programmi educativi, se ne proibirà la pubblicità e la vendita a minori di 18 anni. E ancora, le entrate ottenute con questa regolamentazione andranno a finanziare la prevenzione, la riabilitazione e i servizi sociali per i tossicodipendenti. 

La legge pone l’Uruguay all’avanguardia nella disciplina giuridica in materia di droghe in tutto il mondo, ma in particolare il provvedimento ha catturato l’attenzione degli altri Paesi latinoamericani, soprattutto di quelli che soffrono maggiormente la violenza del narcotraffico. 

Solo in Messico, per esempio, più di 60.000 persone sono morte per ragioni connesse al contrabbando di stupefacenti negli ultimi sei anni. In Colombia, la droga è ancora un tema sensibile nei negoziati di pace tra guerriglieri e governo. E in territori come il Brasile o il Centro America le conseguenze della lotta militare contro il narcotraffico sono tristemente e quotidianamente note. 

La regione latinoamericana ha gli occhi puntati sull’Uruguay e molti Paesi hanno già mostrato serie preoccupazioni. Il segretario generale della Giunta Nazionale delle Droghe uruguayana Julio Calzada assicura «vogliamo garantire agli altri Paesi che la marijuana prodotta legalmente in Uruguay non finirà sui loro mercati neri. È il nostro impegno». 

Se ex presidenti come il messicano Vicente Fox Quesada, il brasiliano Fernando Henrique Cardoso e il cileno Ricardo Froilán Lagos Escobar hanno applaudito l’esperimento di Mujica, tra gli attuali in carica solo il guatemalteco Otto Fernando Pérez Molina ha sostenuto favorevolmente il dibattito sulla legalizzazione delle droghe ma non ha potuto contare sull’appoggio politico sufficiente per avviare un progetto simile nel suo Paese. 

Se poi, in Paesi come l’Argentina, la risposta è stata timida e attendista, in altri immediatamente negativa. Il ministro degli Affari esteri messicano José Antonio Meade Kuribreña ha dichiarato che non si può adottare un approccio unilaterale e ha chiesto che la politica in materia sia condivisa in tutta la regione. Horacio Manuel Cartes Jara, presidente del confinante Paraguay (il maggior produttore ed esportatore di marijuana), ha contestato «il traffico di sostanze stupefacenti non cambierà con la legalizzazione di una droga. È un’utopia». E in Brasile cresce la preoccupazione per l’effetto che questo provvedimento può avere per le sue frontiere. 

Dopo la recente legalizzazione dell’aborto e dei matrimoni omosessuali, questa legge non fa che rafforzare l’agenda progressista del governo Mujica. 

Non sappiamo ancora se altri Paesi seguiranno l’esempio uruguayano. Ma in una regione devastata dalla violenza del narcotraffico, questo “esperimento sociopolitico” potrebbe offrire un’alternativa per combattere e, chissà, controllare gli effetti della droga.