Cambio di rotta turco sulla Siria

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TURCHIA – Ankara 2975/13. Durante il mese di maggio si è assistito ad un interessante deviazione di riotta della politica estera turca nei confronti della Siria: punto di svolta è stata la visita del premier turco Ergogan alla Casa bianca.

Se prima dell’incontro con Barack Obama, ci si poteva attendere il tentativo turco di convincere l’alleato statunitense ad intervenire contro il regime di Bashar al Assad, dopo l’incontro si è avuta la netta impressione che sia stato Obama a far cambiare idea a Erdogan, convincendolo ad appoggiare la conferenza di Ginevra, organizzata dagli stessi Usa. 

Una serie di considerazioni possono aver indotto l’amministrazione di Ankara a moderare i toni: la resistenza del regime siriano, la riluttanza di Washington a impegnassi direttamente nel conflitto, il possibile allargamento del conflitto alla Turchia stessa e le ripercussioni nell’interno del Paese, sembrano aver indotto Erdogan a ricalibrare la politica turca verso la Siria. Questo cambiamento di rotta sembra essere una nuova sconfitta della politica duca nei confronti dello scomodo vicino: se prima del conflitto Ankara e Damasco avevano stretto i legami tanto da istituire un’esenzione dai visti nel 2009, un consiglio economico in vista di una possibile unione doganale nel 2010 e tenere esercitazioni militari congiunte terminate solo tre gironi prima dello scoppio della guerra civile. Di fronte alla risposta brutale del regime di Damasco, Erdogan ha creduto di poter usare l’influenza di Ankara per influenzare il governo alawita inviando in Siria numerosi membri del governo e dell’amministrazione. Inutilmente. Di fronte alla risposta negativa di Assad, Erdogan ha premuto sull’acceleratore della contrapposizione fornendo rifugio all’opposizione e chiedendo la rimozione del presidente siriano, credendo che il regime di Damasco sarebbe durato ancora pochi mesi. Dall’incontro con Obama, tutto è cambiato nuovamente, non si parla più di intervento straniero, ma di responsabilizzazione politica dell’opposizione da attuare a Ginevra. Da buon animale politico, Erdogan sa che il sostegno popolare ad un intervento unilaterale turco non esiste, e i recenti attentati a Reyhanlı hanno dimostrato la porosità del confine e della gestione della sicurezza in Turchia. Con le elezioni presidenziali nel 2014, Erdogan non vuole fare certamente nessun regalo all’opposizione, appoggiando sì l’opposizione per avere una futura influenza in Siria ma non intraprendendo strade che difficilmente l’elettorato potrebbe comprendere.