Turchi contro l’intervento in Siria

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TURCHIA – Ankara 09/09/2013. Il 6 settembre, è stato pubblicato un sondaggio di opinione che ha creato non poco imbarazzo al governo dell’Akp.

Il sondaggio Transatlantic Trends, redatto annualmente dal German Marshall Fund degli Stati Uniti, ha rivelato che l’opposizione della public opinione turca ad un intervento in Siria è drammaticamente aumentata rispetto all’anno scorso.

Secondo il sondaggio, condotto tra il 3 giugno e il 2 luglio 2013, il 72 % della popolazione turca si oppone a un intervento in Siria, un significativo aumento rispetto al 57 % dello scorso anno.

Alla domanda sulla necessità e opportunità per Ankara di intervenire solo il 21 % degli intervistati si è detto favorevole. La percentuale di chi è contro l’intervento è salita di 15 punti punti percentuali in un anno, e i favorevoli sono scesi di 11 punti.

Come al solito, l’indagine è stata condotta negli Stati Uniti e in 11 paesi europei, oltre alla Turchia. Negli Stati Uniti, la percentuale di chi si oppone all’intervento è stata del 62%, un incremento significativo rispetto al 55 % del 2012. In Francia, il 65 % è contro l’intervento. La percentuale media di coloro che si oppongono all’intervento in altri 11 paesi dell’Ue è stata la stessa della Turchia: 72 % 

Naturalmente, ci si può chiedere come sarebbero stati i risultati se l’indagine fosse stata effettuata dopo il 21 agosto, data dell’attacco chimico a Damasco.

Nello scenario politico turco, però il quadro resterebbe chiaro, stante il perdurare delle manifestazioni contrarie all’intervento: più della metà di coloro che hanno votato per l’Akp in Turchia vogliono che il governo resti fuori dalla guerra. Ciò significa che il governo dell’Akp non è stato in grado di spiegare all’elettorato le ragioni di un intervento in Siria rispetto ak 2012. 

I dati del sondaggio Transatlantic Trends sono fondamentali per il governo di Erdogan, poiché nel marzo 2014 ci saranno le elezioni locali, che si prevede possano avere pesanti ripercussioni effetti sul destino politico sia del governo che dello stesso Erdogan. Nel momento in cui vi è una percepibile pressione sulla parità con il dollaro e sui tassi di interesse nei mercati finanziari della Turchia, spingere il paese in una guerra che non è sostenuta dall’elettorato potrebbe avere con molta probabilità conseguenze negative, non solo per l’economia, ma anche per i risultati delle elezioni.