TURCHIA. La crisi colpisce duro i profughi siriani 

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La crisi economica turca sta facendo sentire i suoi effetti sugli oltre 2,5 milioni di siriani presenti nel paese, vista la chiusura di molte fabbriche e laboratori e la conseguente perdita del posto di lavoro.

Stando ad Asia Times, la svalutazione della lira turca contro il dollaro ha portato ad un aumento dei prezzi delle materie prime, compresi i prodotti alimentari e le razioni. I lavoratori siriani sono particolarmente colpiti perché molti lavorano senza documenti, e quindi senza gli aggiustamenti economici legati all’inflazione, percependo quindi una retribuzione al di sotto del salario minimo.

L’impatto del crollo della moneta turca ha colpito duramente non solo i siriani in Turchia, ma anche le loro famiglie ancora in Siria. Il flusso di rimesse verso la madrepatria si è infatti interrotto. I lavoratori siriani vengono pagati in lire turche che poi devono convertire in parte in dollari per rispedirlo a casa. Molti in media mandavano a casa 500-600 lire turche al mese, ovvero circa 150.000 sterline siriane. Ma dopo il deprezzamento della lira, la stessa somma non vale nemmeno 50.000 sterline siriane. 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha definito l’attacco all’economia turca come un attacco contro la bandiera o la preghiera islamica per mettere «la Turchia in ginocchio».

A prima vista, la crescita del paese è sembrata in questi anni  impressionante, con una media del 5% nell’ultimo decennio e un picco dell’11,1% nel 2011. Nel 2017 il prodotto interno lordo è cresciuto del 7,4%. Ma il rovescio della medaglia è un debito estero di 466 miliardi di dollari, pari al 60% del Pil, di cui il 70% è detenuto dal settore privato.  

La Turchia presenta, inoltre, un disavanzo delle partite correnti pari a quasi il 10% del Pil, uno dei peggiori al mondo; i flussi di capitali in entrata sono stati utilizzati per finanziare gli investimenti nei cosiddetti settori non produttivi, come l’edilizia, piuttosto che per le esportazioni. Il modello sembrava funzionare bene quando le banche centrali mondiali hanno versato liquidità sui mercati finanziari internazionali per attenuare l’impatto della crisi finanziaria del 2008. Ma dal 2013, la Federal Reserve statunitense e la Banca centrale europea hanno tagliato l’offerta di moneta e allentato i tassi di interesse; la Turchia non si era preparata ad affrontare gli inevitabili rischi legati all’aumento del costo di finanziamento del disavanzo con l’estero. Sanzioni e politica estera hanno fatto il resto.

Antonio Albanese