C’è uno Stato parallelo in Turchia?

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TURCHIA – Ankara 20/04/2014. Il principale partito di opposizione della Turchia ha chiesto alla Corte costituzionale di abrogare le modifiche ad una legge che disciplina Internet e che consente all’autorità delle telecomunicazioni di bloccare l’accesso ai siti web senza la previa approvazione del tribunale.

Riporta la notizia Anadolu Agency. Akif Hamzacebi, deputato del Partito Popolare Repubblicano, che ha materialmente consegnato l’istanza, ha detto che la Turchia aveva «perso la sua altitudine» con la nuova legge che mira a regolamentare il divieto dei servizi in Internet. Le modifiche prevedono che qualsiasi decisione di bloccare un sito web deve essere inviata al tribunale competente entro 24 ore e una sentenza emessa entro 48 ore.

Se la Corte annullasse il provvedimento, ogni blocco oggi in vigore dovrà essere revocato. Hamzacebi ha poi aggiunto: «Durante l’esecuzione del processo di adesione all’Ue, l’emendamento legale ha posto la Turchia tra i paesi del terzo mondo. I divieti a Twitter e YouTube sono indegni della Turchia, che vuole alzare il livello di democrazia». Il presidente turco Abdullah Gul aveva detto che le piattaforme social non potevano essere vietate, ma che gli atti criminali «lo devono essere». La legge che Gul ha citata non avrebbe cercato di bloccare le piattaforme dei social media come Facebook e YouTube, ma mirerebbe a garantire che le attività on-line che comportino reati o danni alla privacy e che per questo potrebbero essere bloccate dai tribunali. L’accesso a Twitter è stato bloccato in Turchia il 21 marzo con la motivazione proprio che violava i diritti personali e della privacy.
L’accesso al sito è stato ripristinato il 3 aprile dopo che la Corte Costituzionale turca aveva stabilito la violazione della libertà di espressione. L’accesso a YouTube è stato bloccato il 27 marzo dopo la pubblicazione di una riunione di sicurezza di alti funzionari dello Stato. La Turchia ha denunciato l’esistenza di uno “stato parallelo” all’interno del paese dopo la recente raffica di intercettazioni online pubblicate sui media, per le quali è stato accusato dal governo Fethullah Gulen.