TURCHIA. È tornato nel Califfato l’attentatore del Reina

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di Antonio Albanese & Graziella Giangiulio ITALIA – Roma 04/01/2016. Gli account filo ISIS danno l’annuncio dell’attentato in Turchia al Reina, discoteca di lusso ubicata nel “quartiere in”, alla moda, e occidentalizzato della città sul Bosforo, alle 07.14 del 1 gennaio e lo fanno con un video che mostra un babbo natale intento a spogliarsi e a cominciare il suo agguato. Le radici politiche di questa azione possono essere rinvenute in post del 31 dicembre che minaccia: «Vi faremo rimpiangere il giorno che avete inviato i vostri figli per combattere il nostro amato Stato Islamico». 

Da account albanesi apprendiamo che in Turchia via social, il 31 dicembre, ore del post 18.00, era girata la voce che la polizia turca si sarebbe vestita da babbo natale per garantire maggiore sicurezza alla città. Fatto poi realmente accaduto. ISIS dunque ha utilizzato questa informazione per infierire un duro colpo alla sicurezza turca, passandole accanto. Secondo un comunicato ISIS rilasciato via social alle 09.03 della mattina del 2 gennaio tra morti e feriti si contano oltre 150 persone. Molti i video e i frame messi on line da ISIS nella mattinata del primo gennaio ma nulla sulla eventuale paternità dell’attentato. In maniera maniacale ISIS ha postato le statiche della provenienza delle vittime. ISIS descrive anche i dettagli, come per esempio che i giovani si sono gettati nelle acque del Bosforo, quando hanno avvertito gli spari, o da feriti, il tutto sempre senza rivendicare o far trapelare nulla. Le uniche risposte social che potevano far intendere che la matrice fosse di ISIS sono state quelle di commento alle dichiarazioni dei politici turchi, in cui si affermava: «Nonostante le vostre misure di sicurezza siete stati colpiti». ISIS ha postato anche tutte le condanne all’attentato, come per esempio quella del Papa, un modo per sottolineare, ancora un volta chi sono i nemici o gli amici dello Stato Islamico. I social ISIS hanno giocato molto sul fatto che non si sapesse ancora chi fosse stato a compiere l’attentato. Mostrando, nell’arco della giornata del 1 gennaio, mano a mano che la polizia faceva progressi nelle indagini, le foto e i post di ricerca dell’esecutore materiale, tutt’ora in fuga per i turchi e rientrato nel Califfato per ISIS. Il comunicato di rivendicazione è arrivato dopo che i media ufficiali turchi hanno postato la statistica dei morti, ovvero l’origine di provenienza delle vittime: Marocco, Francia, Russia, Kuwait, Arabia Saudita, Turchia, Israele, Libia, Tunisia, Libano. Lo hanno fatto dapprima con un comunicato in lingua araba e quello, come di consuetudine per la rivendicazione degli attentati ISIS, in lingua turca, ovvero del Paese teatro dell’attentato; a rivendicare non è stata A’maq, l’agenzia di stampa ufficiale ISIS, ma anche in questo caso è stato lo Stato Islamico.  Ribadiamo “come di consuetudine” perché il due gennaio gennaio, alcune testate italiane, hanno detto che si tratta della prima volta di un comunicato in lingua turca. La notizia è falsa due volte: la prima, quando Islami Devleti, account ufficiale di ISIS in Turchia, era on -line (organizzazione smantellata dalla polizia turca il 30 dicembre 2016) traduceva in lingua turca tutti i comunicati dello Stato Islamico; inoltre esiste una rivista dello Stato Islamico, Konstantiniyye, edita solo in lingua turca. Il secondo motivo per cui è una notizia falsa è che questo è l’unico attentato rivendicato da ISIS tra il 2015 e il 2016, gli altri sono stati attribuiti ma mai rivendicati da ISIS. Quindi per forza di cose esiste solo questa rivendicazione in lingua turca.

La comunicazione di ISIS in merito all’attentato è molto simile a quella del Bataclan, in Francia e al Bardo in Tunisia. Bisogna colpire gli infedeli, il turismo, e in questo caso ancora bisogna colpire la “fraternizzazione” con le festività cristiane. In poche parole l’obiettivo è destabilizzare la Turchia. Il 31 dicembre su tutti gli account filo ISIS era apparso un post in cui si diceva che era vietato festeggiare il capodanno perché non era una festa musulmana. E ancora, sempre secondo la rivendicazione e i post a seguire di ISIS, l’attentato è stato portato a compimento per vendicare i morti di al Bab, in Siria (città a 47 km da Aleppo) massacrati dall’artiglieria pesante e dai bombardamenti aerei turchi e dei russi.  Per ritornare alla cronaca, di oggi è la notizia che è stato esteso per altri tre mesi lo stato di emergenza nel Paese, fatto che consentirà al governo del presidente Erdogan di muoversi in estrema libertà nella caccia all’uomo e nella repressone collegata. Nella serata di ieri, i media tradizionali turchi, ripresi poi dai social pubblicano un video di 45 secondi circa di un uomo che passeggia in Piazza Taksim, a quanto fino ad ora risulta, ritenuto l’assassino del Reina. Questo video viene seguito dall’indicazione delle autorità turche del nome e di altri dettagli dell’uomo indicato come responsabile dell’attacco al Reina. Si chiamerebbe, lasciamo appositamente il condizionale vista la possibile caduta di questo dettaglio come vedremo in seguito, Iakhe Mashrapov, cittadino kirghizo di 28 anni, arrivato dal Kyrgyzstan il 20 novembre 2016 con volo su Ankara. Il 22, Mashrapov si sposta a Konya, in Anatolia, nel centro del Paese, in compagnia della moglie e dei due figli. Iakhe Mashrapov, non risulta presente nell’elenco dei foreign fighters passati in Siria; è quindi un nome sconosciuto ai radar della sicurezza. Al suo arrivo a Konya secondo i media turchi Mashrapov affitta una casa e paga l’affitto di tre mesi. Inoltre dice a tutti di star cercando un lavoro; infine il 29 sarebbe arrivato a Istanbul. 

Occorre usare il condizionale nell’utilizzare il nome di Iakhe Mashrapov e tutti i dettagli relativi per indicare l’omicida del Reina, perché esiste un omonimo, straordinariamente somigliante che smentisce ogni suo coinvolgimento nella strage e che è stato arrestato e rilasciato dalle autorità turche. 

Si tratta dell’uomo il cui passaporto è stato utilizzato per indicare l’attentatore come riportano fonti tradizionali turche. Si tratta di Yahyia Mashrapov, che parlando al giornale kirghizo Turmush, rivela di essere stato fermato e interrogato dalla polizia turca dove era arrivato per lavoro il primo gennaio. Sbrigati i suoi affari a Istanbul, Yahyia Mashrapov rientra indisturbato in aeroporto, si imbarca, e all’improvviso le autorità bloccano il volo e lo arrestano. Interrogato per alcune ore sui fatti del Reina, viene poi fatto imbarcare su un altro volo con tante scuse. Nel frattempo, la foto del passaporto e probabilmente anche il video, un post che è girato molto infatti si chiede come abbiamo avuto le autorità il video e il passaporto, inserito in report, erano andate su TRT, la tv nazionale turca, e quindi nei social media. Dopo la smentita TRT ha tolto il video e la foto che comunque restano diffuse al momento sui social media. La smentita di questo dettaglio primario relativo all’identità dell’assassino del Reina, non ha ricevuto copertura alcuna, né a livello nazionale né a livello internazionale. Colpisce il grossolano utilizzo della foto del profilo Facebook di Yahya Mashrapov da parte di una testata nazionale italiana in un servizio che ricostruisce i fatti e che non fa minimamente accenno alla vicenda, strana, del cittadino kirghizo, arrestato e rilasciato dalle autorità turche. A questo punto, una successiva domanda riguarda l’attendibilità della notizia dell’arresto della donna presunta moglie dell’assassino; così come tutti i dettagli usciti e connessi alla vicenda dell’identificazione dell’assassino. 

Per tornare invece all’attentato in sé, si riscontrano delle conferme e delle novità. ISIS per la seconda volta utilizza “soldati” che hanno il compito di rientrare nello “Sham”. L’obiettivo è quello di dimostrare la fallacia, quindi la debolezza delle autorità competenti e dei servizi di intelligence. Mentre negli attentati precedenti – fuori dai confini dello Sham –  l’obiettivo era uccidere e terrorizzare. la vita dei “soldati” non era di per sé rilevante, morivano in nome, per conto di Allah e questo doveva bastare. In Germania e in Turchia, così non è stato. Questo attentato a differenza di quanto vogliono far intendere le autorità turche rientra in quei piani ben studiati, tanto cari a ISIS. E se è vero che l’attentatore è rientrato vuol anche dire che la rete ISIS in Turchia è radicata nell’humus sociale, integrata. L’attentatore, ha dimostrato, osservando video e frame, così come successe per il Bataclan, che sapeva sparare, ha avuto un addestramento e la notizia a cui tutti hanno dato risalto, ovvero che ha abbandonato l’arma, rientra nella logica della fuga. Con un’arma addosso sarebbe stato subito fermato. ISIS dunque modifica leggermente la sua tecnica per assaltare i “luoghi di perdizione occidentali” o “orientali” utilizza un singolo uomo che gira sprovvisto di documenti o con falsi documenti, che ha basisti in grado di accompagnarlo e riprenderlo dove è necessario. La comunicazione anche cambia leggermente, oltre all’esaltazione della “punizione” contro gli infedeli, emerge il valore dell’uomo, “soldato”, erede della fiducia di Allah e che per lui è pronto a tutto. Infine, osserviamo che questo locale colpisce i “pervertiti” orientali, così come il “Bataclan” colpiva i “pervertiti occidentali”. Tutti i Paesi del mondo hanno dichiarato guerra a ISIS, ISIS con questo attentato ha risposto.