Mosca pronta per l’appoggio a Tunisi

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TUNISIA – Tunisi. 28/07/13. Secondo rumors provenienti da osservatori russi e confermati da fonti turche, dietro l’assassinio di Mohamed Brahmi ci sarebbe un appartenente al movimento radicale sunnita salafita.

A darne notizia per primo, venerdì il ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou. Secondo cui in merito all’assassinio del leader dell’opposizione Mohamed Brahmi: «I primi elementi dell’indagine mostrano l’implicazione di Boubaker Hakim, un estremista salafita», sarebbero sei in tutto gli attentatori identificati di cui non è stato reso noto il nome.
A preoccupare ora vi sono le probabili manifestazioni di massa che potrebbero riversarsi sulla capitale a seguito dell’assassinio.
«Gli attuali sviluppi in Tunisia indicano che le condizioni sono mature per le manifestazioni dell’opposizione in quel paese con conseguenze difficili da prevedere», ha riferito l’inviato del Cremlino in Africa, Mikhail Margelov al Turkish Weekly, testata dell’Organizzazione Internazionale di Ricerca Strategica, USAK.

«Ci sono presupposti oggettivi per dare luogo a massicce manifestazioni dell’opposizione, motivate dall’uccisione del leader, alimentate dal turbinio di estremisti religiosi e ancora dai numerosi problemi economici che affliggono questo paese» problematiche secondo Margelov che possono essere manipolate dai salafiti.

Osservando il fenomeno “Tunisia” si possono rilevare degli enormi distinguo all’interno del moderato triangolo islamico-jihadista-opposizione. Ma per come stanno le cose ora «si può solo sperare che i cittadini della Tunisia siano abbastanza saggi per sollevare queste spaccature pacificamente, o altrimenti prepariamoci a nuove scosse nel Nord Africa» ha continuato Margelov.

La società tunisina e in generale tutto il Nord Africa è sempre più divisa dalle questioni laico -religiose, divisioni accelerate da un grave crisi economica. Alla vigilia della rivolta egiziana, una nostra fonte, aveva dichiarato: «Dopo l’Egitto, la Tunisia» e a quanto pare sempre più fonti, dalla Russia alla Turchia confermano questa ipotesi.
Secondo il funzionario russo si potrebbe innescare una II primavera araba, questa volta all’insegna della violenza fino all’ultimo uomo. Quello che sta venendo meno in Tunisia, così come è successo in Egitto è l’unità tra le élite laiche e religiose.
«La persecuzione di lunga durata degli islamici moderati hanno portato alla nascita di gruppi jihadisti in Tunisia che sono stati anche sostenuti da parte degli studiosi salafiti, noti per il loro rifiuto di ogni forma di violenza» ha sottolineato Margelov.

Le armi sono ovunque e vengono dalla vicina Libia, «i jihadisti da quando ricevono regolarmente armi dai confini libici hanno avuto regolari scontri armati con la polizia tunisina». Si legge nelle testate tunisine. A peggiorare la cosa la povertà. L’inflazione è alle stelle e il lavoro non si trova.
E se la Tunisia per ragioni storico-culturali fino ad ora era considerato il Paese più occidentale del Nord Africa ora si rischia un tracollo il cui esito non è scontato.

L’opposizione grida alla non violenza ed è contro gli omicidi, la violenza e il terrorismo, ma da più parti, all’interno della Tunisia si conta un aumento dei gruppi intransigenti “le milizie”. Sulla nostra testata abbiamo pubblicato, il giorno dell’assassinio del leader dell’opposizione, un articolo sul fatto che le milizie tunisine siano in espansione.
Le prime avvisaglie di un popolo inquieto si sono viste giovedì, dopo l’assassinio di Brahmi, il secondo omicidio politico in un anno (Chokri Belaid fu il primo, stesso partito di Brahmi che ha portato alla prima crisi politica tunisina), quando le persone sono scese per le vie di Sidi Bouzid, luogo di nascita del leader e zona da cui è partita la primavera araba tunisina.
La polizia di Tunisi ha sparato gas lacrimogeni per disperdere decine di manifestanti che hanno cercato di installare una tenda per un sit-in chiedendo la caduta del regime. L’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT) ha indetto uno sciopero, l’ultima volta che lo ha fatto Zine El Abidine Ben Ali è caduto.
In questo fermento popolare accuse gravi sono rivolte anche alla polizia, indicata come connivente con il nuovo governo di Ennahda accusato anche di essere il mandante dell’omicidio del leader dell’opposizione. Rached Ghannouchi capo di Ennahda ha dichiarato che l’uccisione di Brahmi è stata «una catastrofe per la Tunisia». «Quelli che stanno dietro a questo crimine vogliono condurre il paese verso la guerra civile e interrompere la transizione democratica».

E forse Ghannouchi non ha tutti i torti. Secondo alcuni analisti dietro queste rivolte ci sarebbero i finanziamenti dei russi che sono tornati a contendersi lo scacchiere mondiale con gli USA. Stati Uniti, ora più che mai nelle mire dei popoli del Nord Africa perché accusati di essere conniventi con regimi scomodi, nel caso egiziano, con Morsi, e ora gli stessi USA sono chiamati a correre ai ripari sostenendo l’esercito egiziano. Mentre la Russia sostiene con forza quello siriano.

Dopo tutto la Russia ha una antica tradizione di presenta politico-militare in Nord Africa. Sin dagli anni ’70 dello scorso millennio, i sovietici erano presenti nell’area. Non è un caso se molti generali di queste zone (Africa del nord e centrale) si siano formati in Russia. Ora dopo 25 anni di crisi Mosca ha una nuova percezione della propria potenza e la manifesta. Ritornando ai suoi vecchi presidi. Non va dimenticato che il terzo millennio sarà quello della lotta per il cibo, l’acqua e l’energia e in questa ultimo settore la Russia ha molto da dire, soprattutto se ha “nuovi alleati” in Nord Africa. Sì perché così Mosca potrebbe controllare i flussi energetici del MENA. Dopo tutto, ripassando la storia, ci sono sempre stati ottimi  rapporti tra il Cremlino e il Nord Africa, vedi il caso di Gamal Abdel Nasser d’Egitto.
Un nuovo-vecchio scacchiere si profila sul Mediterraneo e zone limitrofe dove Tunisia, Egitto, Libano, Siria, Yemen, Giordania e Arabia Saudita guardano sempre più verso Mosca e non verso Washington.
A stridere in questo fermento popolare, politico e istituzionale nordafricano è il silenzio europeo, sempre più gigante d’argilla. L’unica cosa che per ora si è udita è la voce di Catherine Ashton, Commissiaria per la politica estera Ue che ha condannato l’uccisione di Brahmi, appoggiando di fatto le istanze delle Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch per un’inchiesta sulla strage.