Tribù e conflitto siriano

143

SIRIA – Damasco. Negli incontri della variegata galassia dell’opposizione siriana, sono diventati onnipresenti una serie di “figure tribali”, anche importanti, proprio nel momento in cui il regime è intenzionato a ospitare un incontro con loro.

Questa onnipresenza tribale fa temere che la società siriana post conflitto sarà frammentata, con possibili scontri tribali nel peggiore scenario post Assad; una sorta di balcanizzazione del Paese, insomma.

L’influenza tribale è tornata sulla scena politica del paese. Anche se la loro presenza sul terrenonon è diffusa, l’impressione è che la società siriana riviva i vecchi tempi di attriti fra tribù, nonostante gli anni di coesione abbiano svolto un ruolo positivo nell’evitare diatribe.

Come sono distribuite le tribù siriane?

Le tribù siriane sono distribuite praticamente in tutte le regioni del Paese, dall’estremo nord-est alle pianure di al-Jaziraalla valle del fiume Eufrate, fino al deserto Badiya, Homs, Hama e la campagna di Damasco, così come nelle regioni meridionali di Hauran e Jabal al-Druso. Tutte queste tribù sono collegate e hanno rapporti con i Paesi vicini, in particolare con Iraq e Giordania, o con l’Arabia Saudita, stanti un a serie di legami familiari.

A ciò occorre aggiungere che molti abitanti del Monte Libano conservano ancora un forte legame con i loro luoghi di origine nel sud della Siria e mantengono rapporti con il resto della famiglia che vive lì; altre ancora hanno ascendenza turca, come ad esempio il clan Abazaid a Daraa.

Alcune tribù esprimono l’orgoglio del loro antico lignaggio arabo, come è il caso dei Bani al-Marouf nel Jabal al-Drusi e la maggior parte delle tribù della zona Hauran, da cui discende un gran numero di clan come i Mekdad, Abazaid e Naim, Msalmeh, Zahbi, Hariri e Rifai. Il clan Mekdad, ad esempio, trae la sua origine da al-Mekdad bin al-Aswad, uno dei compagni del Profeta, e si considera appartenente alla nobiltà perché uno dei suoi antenati era un capitano nell’Impero Ottomano.

Questa tribù è ancora in possesso di lettere inviate dal sultano Abdul Hamid (1842 – 1918) all’allora capitano Hussein al-Mekdad, il clan è orgoglioso della sua storia militare, che risale ai tempi della Grande Rivolta Araba (1936 – 1939), al suo successivo sostegno di Re Faisal (1906 – 1975) successivo al mandato della Francia in Siria (1923 – 1943).

Andando a ben vedere la percezione “tribale” della società siriana, la vita della parte meridionale, secondo alcuni ricercatori, si basa più sulle relazioni familiari che sulla fedeltà tribali, perché ogni tribù è composta da un gran numero di persone, molte delle quali vivono al di qua e al di là dei confini statali attuali, le loro connessioni tribali transfrontiere restano forti ma la presenza sul territorio rimane concentrata in aree specifiche di ciascuno degli stati coinvolti. Questo dato è accentuato dal carattere agricolo della regione, fatto che diminuisce notevolmente la tendenza al nomadismo e espande l’influenza degli anziani della famiglia, nella soluzione dei problemi interni, nel conciliare le controversie tra le persone o nel dare un aiuto a tutti i membri della famiglia in difficoltà.

Molti personaggi pubblici siriani sono saliti alla ribalta in qualità di cittadini e non come membri di una particolare famiglia o clan, avvalorando l’idea che la società siriana sia coesa, ma il dato “tribale” ha sempre giocato un ruolo importante, nonostante l’avvento della modernità.

Il tribalismo, è noto, può portare a conflitti armati e sterminate faide. Il concetto di solidarietà tribale potrebbe essere un dato unico per leggere anche il recente conflitto che viene letto in questo modo dalle famiglie meridionali nel descrivere la rivolta in tutta la regione contro il regime. A questo dato va poi aggiunta il cleavage tra zone urbane e zone rurali. La società è ancora divisa tra “urbanizzazione” e “nomadismo”. Mentre inquesti ultimi le opinioni degli anziani hanno ancora un peso, nelle aree più urbanizzate anche conservare costumi originali e le tradizioni tribali è più complesso.

I drusi residenti nella zona mantengono con orgoglio un canale di comunicazione costante con i loro fratelli sul Monte Libano, con i leader drusi Walid Jumblatt e Wiam Wahhab. Ma gli appelli dei drusi siriani a unirsi alla rivoluzione sono caduti nel vuoto, così come quelli fatti da Wahhab a difesam del regime di Assad.

A est, molti clan mantengono stretti legami al loro interno, da al-Hasakah a Riqa, Deir al-Zor e il deserto Badiya fino ai margini di Aleppo e Homs. Alcune tribù hanno anche legami con le loro controparti in Iraq, in particolare quelli basati intorno al fiume Eufrate. Prominente fra questi clan sono al-Jabbour, al-Obeid, al-Ouqeidat, al-Bakara, Anza, e Shamar, che provengono da Nejad e Hijaz nel Golfo Arabico e poi stabilitisi in Iraq e nella pianura Jazira in Siria. Queste tribù svolto un ruolo storico importante nel Paese, sia durante i mandati francesi e gli inglesi e le occupazioni dell’Iraq e della parte nord-orientale della Siria, e più tardi durante la grande rivolta siriana. A quel tempo, molti personaggi importanti sono emersi, come Fawwaz al-Shaalan in Siria, che ha fatto da mediatore tra il re Abdulaziz e il presidente Shukri al-Kuwatli o Ajil al-Yawer (il nonno dell’ex presidente iracheno Ghazi al-Yawer, il primo presidente a governare l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein).

Gli abitanti di questa regione potrebbero essere più inclini al fanatismo tribale rispetto ai loro colleghi del sud. I costumi tribali continuano a prevalere, soprattutto nelle campagne, e nelle città rimangono ancora vivi molti infiussi tribali. L’influenza dei leader tribali cala fino a divenire quasi inesistente, a causa di due fattori principali: in primo luogo, il gran numero di tribù diverse, e il secondo, l’urbanizzazione delle generazioni più giovani.

È per questo che i clan non sono riusciti a unirsi alla rivoluzione o al sostegno del regime nel lo insieme. Le persone da sole, i singoli, hanno deciso di unirsi alle manifestazioni e sono scesi in piazza in molte parti della regione, senza alcun intervento degli anziani delle tribù. Così è normale per i membri dello stesso clan essere divisi tra i sostenitori del regime, che servono nell’esercito regolare, e gli avversari in servizio nell'”Esercito Libero”, senza che questo fatto provochi alcuna tensione all’interno del clan. In caso di problemi, questi rimangono confinati all’interno delle famiglie del sostenitore o dell’avversario del regime senza particolare diffusione nel resto della tribù.

Fino al quarto mese della crisi non si era giocato sul ruolo dei clan. Dopo il “Venerdì dei clan” del giugno 2011, è stata avviata una campagna su vasta scala per conquistare i clan e provocarli a schierarsi armati contro il regime, che, a sua volta, cercava di rinvigorire il tribalismo e si mise a organizzare incontri con gli anziani delle tribù, iniziò una campagna di mobilitazione attraverso i mass media nel tentativo di dipingerli come vicini al regime.

Parallelamente, sul fronte opposto, la presenza tribale era ormai obbligatoria in tutte le riunioni dell’opposizione. Tuttavia, nessuna delle due parti aveva realizzato appieno la gravità dei tentativi di rinvigorire le alleanze tribali e i sentimenti che rischiano di portare il Paese nel baratro.

Il pericolo principale sta nella formazione di milizie armate da clan per combattere contro gli altri clan in base al loro sostegno al regime o all’opposizione, uno scenario afgano. che avrebbe sicuramente portare il Paese in una guerra civile. Ma se questo era esattamente obiettivo dell’opposizione, allora qual è l’obiettivo del regime nel mobilitare le tribù?

Un rischio che non sembra scongiurato. Ad oggi possiamo dire che la società sembra decisa a evitare la disintegrazione della sua coesione, indipendentemente dalle considerazioni politiche, tribali o settarie. È un dato importante e una vera rarità, rappresenta, inoltre, l’unico obiettivo comune su cui sia i sostenitori e gli oppositori del regime sono d’accordo: impedire la rinascita del tribalismo.