Le ragioni profonde della crisi thailandese

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THAILANDIA – Bangkok 20/05/2014. Alle 3 del mattino del 20 maggio, l’esercito thailandese ha decretato la legge marziale, assumendosi la piena responsabilità della sicurezza nazionale, e ha imposto la censura sui mass media, bloccando già le trasmissioni di dieci emittenti televisive accusate di «riportare o diffondere notizie o immagini dannose per l’interesse nazionale».

I vertici dell’esercito hanno a più riprese ribadito che non si tratta di un colpo di stato militare, bensì di una misura tesa a prevenire che le tensioni politiche sfocino in scontri su vasta scala (il potere resta formalmente nelle mani del governo ad interim). Da novembre, sono state 28 le vittime per episodi di violenza di matrice politica. Proprio l’uccisione di tre manifestanti anti-governativi, giovedì 15 maggio, aveva spinto il capo dell’Esercito, il Generale Prayuth Chan-ocha, a dichiarare che le forze armate avrebbero fatto il possibile per evitare nuovi spargimenti di sangue.
Nel pomeriggio del 20 maggio, presso la sede del Commando per il Mantenimento della Pace e dell’Ordine (organismo creato il 20 maggio e guidato dal Generale Prayuth, di cui fanno parte, nel ruolo di consiglieri, anche i comandanti delle forze di difesa, di quelle aeree e di quelle navali), si è tenuto un vertice tra il comandante dell’Esercito e i capi delle varie agenzie governative. Al termine dell’incontro, il Generale Prayuth ha assicurato che solo alcune sezioni dell’Atto della Legge Marziale verranno applicate, poiché una sua implementazione completa avrebbe prodotto un impatto troppo forte, alimentando ulteriori tensioni a livello politico e sociale. Il capo dell’Esercito ha dichiarato che il provvedimento rimarrà in vigore per un periodo di tempo indeterminato (sino a quando non si sarà registrato un miglioramento della situazione) e alla domanda sulla possibilità che l’applicazione della legge marziale sia il preludio a un nuovo colpo di stato militare (sarebbe il 19° negli ultimi 80 anni), ha replicato «chi risponderebbe a questa domanda?». Ha poi aggiunto che farà il possibile per risolvere al più presto la crisi politica in corso dallo scorso novembre, dichiarando l’intenzione di invitare i rappresentanti delle fazioni pro e anti governative per dei colloqui.
La crisi in corso ha avuto inizio lo scorso novembre, con il tentativo del governo allora guidato da Yingluck Shinawatra di far approvare un’amnistia generale per tutti i reati legati alle violenze politiche che hanno avuto luogo tra il 2004 e l’agosto 2013. Del provvedimento avrebbe beneficiato anche l’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra, fratello maggiore dell’allora capo dell’esecutivo, deposto nel 2006 da un colpo di stato militare. Le tensioni erano presto sfociate in dimostrazioni popolari di massa e nelle dimissioni dei deputati dell’opposizione (8 dicembre). Nel tentativo di ripristinare l’ordine, il governo aveva sciolto la Camera dei Rappresentanti e indetto elezioni anticipate per il 2 febbraio, ma le proteste e il boicottaggio dei manifestanti anti-governativi avevano impedito che si votasse in 28 distretti del sud del paese. Per questo motivo, il 21 marzo la Corte Costituzionale aveva dichiarato nulle le consultazioni del 2 febbraio.
Il clima politico era divenuto ancora più teso a seguito della sentenza con cui, il 7 maggio, la Corte Costituzionale aveva rimosso dai rispettivi incarichi il Primo Ministro ad interim, Yingluck Shinawatra, sostituito dall’ex-Ministro del Commercio Niwatthamrong Boonsongphaisan, e altri membri dell’esecutivo, per abuso di ufficio. Il giorno successivo, la Commissione Nazionale Anti-Corruzione aveva incriminato Yingluck per “negligenza di dovere” (nell’ambito di un controverso programma di sussidi ai produttori di riso, la cui gestione sarebbe stata contraddistinta da numerosi episodi di corruzione), trasferendo il caso al Senato, chiamato a votare, entro la fine di giugno, l’eventuale impeachment dell’ex Premier (in tal caso, Yingluck verrebbe interdetta per cinque anni dai pubblici uffici).
Sin dall’inizio delle proteste, è parso da subito evidente che l’obiettivo del principale movimento di protesta anti-governativo, il Comitato Popolare per la Riforma Democratica (CPRD), guidato dall’ex parlamentare di opposizione Suthep Thaugsuban, non fosse solo quello di impedire l’approvazione dell’amnistia. Il CPRD, infatti, ha tentato di sfruttare la situazione venutasi a creare per eliminare definitivamente l’influenza della famiglia Shinawatra sulla scena politica nazionale.
L’elezione di Thaksin Shinawatra, nel 2001, rappresentava solo lo sbocco di un processo di trasformazione della società thailandese che le altre forze politiche non erano riuscite a captare. La sua capacità di conquistare i consensi della maggioranza dei thailandesi, in particolare di quelli residenti nelle province orientali e settentrionali (che sino ad allora avevano beneficiato solo marginalmente dello sviluppo economico del paese), aveva inevitabilmente incontrato l’opposizione della tradizionale élite al potere (monarchia e forze armate), concretizzatasi nel colpo di stato militare compiuto nel 2006. Negli ultimi anni, questa frattura si è approfondita, rivelando interessi che vanno ben oltre i fatti relativi all’attuale amministrazione. Sullo sfondo di questa battaglia politica, si muovono dinamiche legate alla sempre più imminente successione al trono. Le condizioni di salute dell’attuale sovrano, Bhumipol Adulyadej, sono molto precarie e l’unico erede, il principe ereditario Vajiralongkorn, è inviso agli ambienti monarchici e militari, a causa di comportamenti considerati inaccettabili per un futuro re (praticherebbe il gioco d’azzardo e avrebbe frequentazioni inopportune), ma, soprattutto, per la sua presunta vicinanza a Thaksin Shinawatra. I tradizionali ambienti di potere temono, dunque, che l’ascesa al trono di Vajiralongkorn porti a definitivo compimento un processo di progressiva perdita di influenza politica, minando anche il loro status economico.
Dopo uno stallo che si protrae ormai da oltre sei mesi, l’esercito ha deciso di prendere in mano le redini della situazione, tentando una mediazione che si annuncia molto complessa e delicata. Sebbene la decisione di decretare la legge marziale sia stata accolta timidamente dai vari attori politici thailandesi (più preoccupata è parsa la reazione della comunità internazionale), nessuno ha sinora dimostrato la volontà di fare un passo indietro e tentare di raggiungere un compromesso con la controparte. Quel che appare certo, al momento, è che difficilmente si andrà al voto il prossimo 20 luglio, come era stato dichiarato al termine di un incontro tenutosi il 30 aprile tra governo e Commissione Elettorale (CE). Troppo elevato, infatti, sarebbe il rischio di nuove violenze, come dichiarato dallo stesso capo della CE, al termine di un vertice con il comandante dell’Esercito.
Intanto, la crisi politica ha già fortemente inciso sul quadro economico. La Banca Centrale thailandese ha di recente rivisto al ribasso le prospettive di crescita del Prodotto Interno Lordo per l’anno in corso (dall’iniziale 4% all’attuale 1,5%-2,5%, a fronte di una media regionale di oltre il 6%). Qualora non si riuscisse a superare la fase di stallo in tempi brevi, l’economia potrebbe addirittura entrare in recessione, con effetti negativi anche nel medio-lungo periodo. Oltre a risentire della mancata immissione nel sistema produttivo dell’ingente massa di denaro stanziata dal governo per la realizzazione di vari progetti infrastrutturali, la Thailandia sta vedendo sfumare numerose opportunità di investimenti stranieri. Molte compagnie europee e giapponesi avrebbero, infatti, deciso di orientarsi verso altri paesi della regione, in particolare Vietnam e Indonesia. Secondo la Camera di Commercio thailandese, gravi perdite si starebbero registrando anche nel turismo (le prenotazione presso gli alberghi di Bangkok e delle province circostanti sono diminuite di circa il 30%) e in altri settori (costruzioni, automobilistico, elettronico, ecc.). Ad aprile, l’indice di fiducia dei consumatori ha toccato il livello più basso degli ultimi dodici anni, a dimostrazione del diffuso timore che la crisi politica duri ancora a lungo.