THAILANDIA. Bangkok decide di entrare nella Nuova Via marittima della Seta

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La settimana scorsa il primo Ministro tailandese, il generale Prayut Chan-ocha ha ordinato alle agenzie nazionali di pianificazione e sicurezza di esaminare la costruzione di un possibile canale attraverso lo stretto istmo di Kra, nella regione meridionale del regno asiatico.

L’ordine è arrivato un mese dopo che l’ambasciatore cinese in Thailandia ha confermato che il canale è parte della Belt and Road Initiative, Bri, progetto di Pechino da un trilione di dollari per la proiezione economica globale cinese, riporta Asia Times. 

La Via della Seta può anche essere vista come un progetto geopolitico mirato ad una proiezione di potenza. Il tema dello sviluppo, dell’integrazione e della “connettività”, unite al rischio delle “trappole del debito” deve essere analizzato anche dal punto di vista della sicurezza, tenendo in considerazione la capacità dell’Esercito di Liberazione Popolare, di prevalere in un conflitto regionale.

Questo spiega la debolezza delle argomentazioni contrarie al canale, vale a dire che i costi di costruzione supererebbero i risparmi di tempo e denaro dati dalla scorciatoia che collega il Golfo di Thailandia e il Mare delle Andamane.

Negli ultimi 15 anni, una serie di progetti sostenuti da Pechino hanno prodotto risultati economici inferiori al previsto, ma il cui obiettivo principale è stato quello di espandere l’impronta geopolitica della Cina nella regione, tendo a freno nel contempo Stati Uniti, Giappone e Taiwan.

Questo è il privilegio dei settori bancari e industriali sostenuti dallo Stato, in cui la strategia (inter)nazionale del Politburo può prontamente assorbire le perdite economiche tattiche. Tra le vittime di un simile canale c’è Singapore, in quanto si trova in cima allo stretto di Malacca, il tratto d’acqua che un canale in Thailandia eluderebbe.

Attraverso lo Stretto passa quasi la metà della flotta mercantile mondiale e due terzi del petrolio e del gas naturale liquefatto. Ogni giorno Malacca riceve tre volte di più del traffico petrolifero del Canale di Suez e 15 volte quello del canale di Panama. Ogni volta che il parlamento thailandese ha presentato una proposta di canale ha poi cambiato idea, ma Singapore non reggerebbe una guerra d’influenza con i cinesi, perché nessuna nazione è più dipendente dallo Stretto di Malacca della Cina, la cui quota bidirezionale di commercio ed energia nel canale supera l’aggregato globale, come risultato della mancanza di accesso diretto all’Oceano Indiano.

Pechino infatti è senza sbocco sul mare a ovest dello Stretto. E la dipendenza è la vulnerabilità della Cina, poiché lo Stretto è pattugliato e controllato dalla Settima flotta della marina statunitense, presenza navale non sgradita dalla maggior parte dei paesi della regione, tranne che dalla Cina in cerca di egemonia regionale.

Antonio Albanese