Attentato di Mogadiscio: nel mirino Yusuf Mohamed Ismael Bari Bari

58

SOMALIA – Mogadiscio. 30/03/15. Il recente attentato avvenuto a Mogadiscio nella notte tra il 27 e il 28 marzo scorso ha preso di mira l’albergo Maka al Mukarama e in particolare Yusuf Mohamed Ismael Bari Bari, ambasciatore somalo presso la Confederazione Elvetica e alle Nazioni Unite a Ginevra. L’attacco è l’ultimo in termini di tempo e corrisponde pienamente al cambiamento di strategia che gli Shebab ormai da più di un anno a questa parte hanno intrapreso.

Con le perdite territoriali degli ultimi tre anni, il movimento fondamentalista islamico somalo non ha più la possibilità reale di contrastare l’avanzata delle forze di sicurezza somale appoggiate dalla forza dell’Unione Africana. Per tale motivo, con costanza, gli Shebab continuano ad utilizzare i metodi propri dell’insorgenza: attacchi mirati, con mezzi carichi di esplosivo e alcuni uomini per il conflitto a fuoco a seguire. L’obiettivo di questo tipo di attacco è di continuare a destabilizzare le nascenti istituzioni somale nell’attesa di un momento favorevole per riprendere l’offensiva in termini di conflitto simmetrico e generalizzato.
Questo cambiamento strategico potrebbe però non essere l’unico. In effetti, nel corso degli ultimi sei mesi sono aumentate le divisioni interne al gruppo somalo, in particolare tra la vecchia guardia e i giovani comandanti degli Shebab provenienti soprattutto dalla diaspora. Lo scenario che potrebbe prospettarsi sarebbe quello del passo che molti temono: dopo Boko Haram, gli Shebab potrebbero decidere di passare anche loro sotto la bandiera nera dello Stato islamico.
Un primo elemento a confortare questa teoria è rappresentato dalle uccisioni o le defezioni di molti responsabili storici degli Shebab. L’ultima in data è stata l’uccisione tramite attacco di un drone americano di Adan Ahmed Isak, detto anche Adan Garaar, ovvero il pianificatore dell’attacco al centro commerciale Westgate a Nairobi nel 2013. Molte sono state anche le defezioni importanti nel corso degli ultimi anni, da Aweys nel 2014 al recente abbandono della causa degli Shebab del loro capo dell’intelligence del gruppo, Zakariya Ismail Hersi.
Il venir meno della leadership storica degli Shebab ha favorito l’emergere di una nuova classe dirigente e di una struttura di comando che non è di fatto legata strettamente ad al Qaeda o al territorio somalo. Molti in effetti sono esponenti della diaspora somala che non è nata o ha vissuto relativamente poco in Somalia. Questa nuova leadership ha un modo di pensare diverso rispetto alla vecchia guardia che comune è sempre al comando, ma starebbe comunque facendo soffiare venti di divisione nel gruppo.
Peraltro, da sempre la figura dell’emiro Abu Ubaydah è stata considerata di secondo livello rispetto alla figura eminente, sotto tutti i punti di vista, di Godane, l’emiro ucciso ad inizio settembre 2014. Inoltre, la continua perdita di terreno di al Qaeda nella zona rafforzerebbe l’idea che gli Shebab vorrebbero passare dalla parte attualmente vincente dello jihadismo.
Il dibattito interno agli Shebab ha subito un’impennata nel corso dell’ultimo mese a seguito della pubblicazione di un discorso video su youtube postato da Sheikh Hassan Hussein. Hussein, un religioso da sempre vicino agli Shebab e basato in Kenya, incoraggiava il gruppo somalo a raggiungere lo Stato islamico poiché non riscontrava nessun impedimento religioso all’affiliazione con IS.
In questo senso la strategia di IS nei confronti di al Qaeda continuerebbe ad essere quella di ridurre al minimo i gruppi legati al movimento di Ayman al Zawahiri, quindi di eliminarlo definitivamente. Lo scisma interno agli Shebab sarebbe quindi ben visto da parte di IS che recupererebbe ulteriore influenza in una zona del mondo dove non è presente, per poi soppiantare anche in Somalia al Qaeda. L’operazione non sarebbe però indolore, perché gli Shebab hanno formato l’alleanza con al Qaeda nel corso degli anni 90’ ed è forse la più lunga, duratura e approfondita alleanza nella sfera di influenza qaedista.
Dal canto suo lo Stato islamico potrebbe ingolosire i responsabili degli Shebab con la promessa di un supporto finanziario, militare, strutturale. Ovvero la stessa tattica impiegata per ottenere la lealtà da parte di Boko Haram.
Non bisogna sottostimare l’importanza che i foreign fighters hanno in questo possibile cambio di sponda in seno allo scenario jihadista. In effetti, molti dei combattenti degli Shebab vengono dall’estero, in parte dal vicino Kenya, ma soprattutto da Stati Uniti, Canada o nord Europa. Nel corso dell’ultimo anno, questi combattenti vanno ad infoltire i ranghi dell’IS, non degli Shebab.
Si corre quindi il rischio di vedere l’aprirsi di un fronte ulteriore con gli IS: nel corno dì’Africa. Per tale motivo il sostegno al governo federale somalo è fondamentale, in particolare è fondamentale riuscire a convincerlo a mediare con tutte le parti che ormai compongono lo stato federale somalo per battere definitivamente gli Shebab. Il rischio è che gli Shebab, con l’aiuto di IS, si rafforzi e rinvigorito dalla cura riprenda l’offensiva. Il supporto non deve fermarsi alla Somalia, ma anche al vicino Kenya, che nel corso degli ultimi anni sta subendo l’espansione degli Shebab sul proprio territorio.