Solo chi muore vede la fine della guerra

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ITALIA – Roma. «Solo chi muore vede la fine della guerra» è un affascinate detto attribuito, senza certezza a Platone e di cui non si ritrovano tracce nella sua opera (1). Resta il fatto che è un detto affascinante, indipendentemente da chi lo abbia mai pronunciato, incredibilmente vero e terribilmente efficace, stante il riacutizzarsi del fenomeno bellico in diversi punti del globo, sotto diverse forme. 

Unica zona del mondo a non aver sofferto guerre nel proprio territorio in oltre sessant’anni di storia è l’Occidente, per cui parafrasando il detto precedente: “Solo l’Occidente ha visto la fine della guerra”. Ma è poi così vero? 

La partecipazione a oltre dieci anni di missioni di peacekeeping e peaceenforcing risoltisi poi in operazioni combattimento vere e proprie, la guerra non è più un relitto del passato, e la teoria di von Clausewitz che la «guerra è una continuazione della politica con altri mezzi» (2) si rivela sempre più fotografia della realtà bellica contemporanea. 

La guerra, purtroppo, non è finita, e la sua natura non è stata radicalmente trasformata. Negare questo dato di fatto, alla luce dei fatti, non è teoricamente corretto, ma funzionalmente dannoso per il mantenimento di quella pace e prosperità senza precedenti di cui oggi gran parte del mondo attualmente gode.

Le esperienze belliche e filosofiche collegate alla storia del XX secolo (dalle due guerre mondiali al periodo post guerra fredda, fino ad arrivare alla soglia del XXI secolo) hanno creato la falsa credenza dell’inutilità della preparazione di una difesa pronta e operativa, abbagliate come sono le società occidentali dal benessere di cui godono.  

Piuttosto, dobbiamo invece dare un’occhiata al benessere materiale dell’Occidente, alla percepita mancanza di grave rischio strategico, e alla sua abitudine di confondere le proprie convinzioni “alla moda” sullo strumento bellico  sovrapposto alla natura stessa della guerra, per capire la forma attuale di pensiero legata alla fine dell’utilizzo della guerra. 

L’esposizione dell’Occidente a un pericolo mortale è scomparsa con la fine della guerra fredda. Anche se è un luogo comune credere che tutte le minacce alla sicurezza siano collegate, vi è in realtà una “debole” rapporto di causalità tra ciò che accade nella zona sud del globo e gli interessi nazionali di molti Stati occidentali. 

Secondo la vulgata diffusa, quando l’Occidente è entrato in guerra nel periodo post Guerra fredda, lo ha fatto per “altruismo”, non sarebbero valsi motivi storici come la ragione di Stato. Iraq e l’Afghanistan saranno ricordati in ultima analisi come una serie di operazioni umanitarie condotte da forze multinazionali dai primi anni 1990 ad oggi. Questi conflitti, tuttavia, non sono in genere popolarmente o legalmente riconosciuti come eventi bellici, fino a quando però, non vengono caricati sugli aerei i feretri con i cadaveri dei soldati caduti in combattimento. Senza retorica e senza “altruismo” politico. 

Inoltre, poi, è sempre più costoso mantenere una componente militare moderna. Gli Stati europei possono a malapena permettersi il tipo di network-centric warfare, che gli Stati Uniti hanno usato per primi, tanto meno possono permettersi di utilizzare i fondi per implementare la Difesa secondo le esigenze più moderne.  

Persino gli Usa devono ora affrontare un “disastro difesa”:  una combinazione pericolosa di aumento dei costi e della logistica per mantenete determinati standard da bilanciare con i costi del personale. 

L’Occidente in sintesi si è giudicato strutturalmente incapace di fare la guerra. Purtroppo, questa constatazione non si giustifica solo dall’analisi dei recenti fiaschi militari. Potremmo dire che, in una certa misura queste sconfitte sono auto-inflitte. Il gestire politicamente i costi di un evento bellico richiede risorse che i leader politici occidentali non sono stati disposti a utilizzare o di cui non hanno avuto il coraggio di denunciare l’assenza.

Quando si afferma che, seguendo il brocardo clauseviziano, la guerra è la politica con altri mezzi, significa che la guerra non è solo espressione di una politica razionale, obiettiva, da statista. 

La guerra nella sua forma basilare è una visione politica in conflitto con un’altra, che decidono sul loro destino “con la forza”.Imperi, nazioni, comunità sub-statali, e di altri enti vogliono cose diverse, e non ogni desiderio può essere conciliato con altri. 

Conseguentemente la violenza di massa, organizzata, serve a portare su nuove posizioni o a distruggere l’avversario.

La guerra, l’evento bellico, non è un’istituzione sociale arcaica che una nuova modalità politica e di produzione del consenso può rendere residuale. La guerra cresce organicamente dalle paure reali, dai desideri e dagli interessi degli esseri umani e delle comunità politiche che vengono create.

La Cina, oggi, ha investito una quantità significativa di capitale politico e militare per convincere il mondo che Pechino da importanza alla propria concezione di integrità territoriale (contrtasto sulle Sensaku – Diaoyou con il Giappone), di sua salute economica (difesa dello Yuan). 

Gli Stati Uniti hanno condotto, nella seconda metà dell’Ottocento, una sanguinosa guerra civile per impedire il proprio smembramento e la nascita di uno stato nazionale concorrente in Nord America. 

Tra i conflitti  più sanguinosi quelli africani: la guerra in Congo, non è stato un affaire di guerre etniche e di criminale, ma una devastazione simile a quella della Guerra dei Trent’anni svoltasi in Europa (1618 – 1648).

Credere ciecamente che un qualsiasi futuro ordine internazionale possa soddisfare in perpetuo le esigenze di ogni Attore statale e non statale equivale a non tenere in alcuna considerazione millenni di storia umana. 

Possiamo, oggi, a mala pena immaginare come le nuove condizioni economiche, le ideologie e le tecnologie possano cambiare il futuro equilibrio del potere, e il XXI secolo sembra avviarsi dopo la Guerra fredda del XX secolo ad avere un periodo di “cool war” , importanti guerre “alla moda”. 

Basti analizzare il tema del difficile contrasto tra il “non-Ovest”, che non accetta l’imposizione dei principi chiave del mondo occidentale, e le sue conseguenze sulla sicurezza internazionale nel nuovo ordine globale che sembra intravedersi; oppure quello sulla futilità del contrasto tra Davide e Golia. Un attore “minore” può decidere di combattere lo stesso anche se le sue possibilità di vittoria bellica sono scarse e farlo per una futura vittoria politica. 

Come A. E. Stahl ha osservato, gli “irregolari” sono forse la norma nelle operazioni militari contemporanee (3). 

Inoltre, non c’è modo di calcolare i costi o il risultato di un conflitto. Chi tra i ribelli libici all’inizio della guerra civile avrebbe potuto prevedere con certezza che il regime sarebbe crollato? Eppure hanno combattuto in ogni caso. 

La nostra epoca di prosperità emerse solo dopo un secolo di continuo conflitto diretto e indiretto e di lotta per il potere in Europa senza precedenti. In Occidente si può dimenticare cosa sia la guerra, ma non vi è alcuna garanzia che altri saranno afflitti da questa “amnesia marziale”. La sola lettura delle dottrine militari di potenze emergenti come la Cina o come la Federazione russa rivela un forte apprezzamento del ruolo della forza nella creazione di risultati politici “all’estero”, per non parlare poi degli attori non-statali attualmente in lotta sui campi di battaglia del mondo. 

Essere realistici sul conflitto umano non vuol dire che dobbiamo cedere alla minaccia dell’inflazione informativa e programmatica. I programmi di difesa e di sicurezza dovrebbero basarsi su valutazioni realistiche dell’ambiente contemporaneo, che presentano un livello di pericolo di gran lunga minore di quanto comunemente viene assunto. Ma per garantire la durata di un simile periodo di pace, anche in mezzo alla temperie dei cambiamenti contemporanei, dobbiamo capire che la guerra fuoriesce dalla volontà e dalle scelte degli esseri umani.

 

 

Note

 

1 si veda per chiarimenti il breve articolo: Did Plato write “Only the dead have seen the end of war”? cliccando qui

 

2 Carl von Clausewitz, Vom Kriege, 1832

 

3 A. E. Stahl, “Is War Over?” Small Wars Journal, 20 May 2011. Per vedere articolo cliccare qui