Il Manifesto di Snowden

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GERMANIA – Berlino 04/11/2013. Edward Snowden ha pubblicato sulla rivista tedesca Der Spiegel, il 3 novembre, “Un Manifesto per la Verità”.

Snowden afferma che gli attuali dibattiti sulla sorveglianza on line di massa in molti paesi hanno dimostrato che le sue rivelazioni sono servite a portare avanti il cambiamento. «Invece di causare danni, è ora chiara l’utilità della conoscenza di simili programmi: sono stati suggeriti cambiamenti nella politica, nelle modalità della vigilanza e nelle leggi» scrive il defezionista statunitense «I cittadini devono combattere contro la soppressione di informazioni su questioni di importanza fondamentale per il pubblico. Chi dice la verità non sta commettendo un crimine». Snowden, come si sa, è un rifugiato in Russia, nazione in cui gli è stato dato asilo per almeno un anno. In una lettera aperta alla Germania, ha detto che stava contando sul sostegno internazionale per fermare la persecuzione di Washington contro di lui. Le sue rivelazioni sulla portata e le modalità delle operazioni di ascolto compiute dalla Nsa hanno irritato gli alleati degli Stati Uniti dalla Germania al Brasile. Ma il giovane tecnico Usa ha anche un nutrito stuolo di ammiratori che lo hanno definito campione dei diritti umani. Nel manifesto pubblicato il 3 novembre, Snowden ha detto la sorveglianza di massa è un problema globale che ha bisogno di soluzioni globali e ha aggiunto che «i criminali programmi di sorveglianza» dei servizi segreti mettono a repentaglio la privacy individuale, la libertà di opinione e la vita di una società aperta. L’esistenza di spionaggio tecnologico non dovrebbe guidare o influenzare la politica «abbiamo il dovere morale di assicurare che le nostre leggi e i valori siamo il limite per i programmi di sorveglianza»; la società civile, scrive Snowden, deve capire e mantenere il controllo su questi problemi con un dibattito aperto, spietato e informato. Ha aggiunto che alcuni governi che si sentivano minacciati dalle rivelazioni hanno in un primo momento lanciato una «campagna di persecuzione» per reprimere il dibattito ritenuto intimidatorio e hanno minacciato azioni penali contro i giornalisti che se ne occuipavano: «A quel tempo il pubblico non era in grado di giudicare l’utilità di simili rivelazioni. La gente aveva fiducia che i loro governi avrebbero preso le decisioni giuste (…) Oggi sappiamo che è stato un errore e che tale comportamento non serve all’interesse pubblico».