Siria. Amarezze turco-saudite

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ARABIA SAUDITA -Riad 25/10/2013. Parlando recentemente con i diplomatici europei, il capo dell’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, ha confermato che la decisione del suo paese di non accettare un seggio temporaneo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato «un messaggio per gli Stati Uniti, non per le Nazioni Unite».

L’Arabia Saudita ha reagito, quindi, in maniera rabbiosa alla decisione dell’amministrazione Obama di evitare un attacco aereo sulla Siria e di aprire trattative internazionali con l’Iran, che Riad considera come il suo principale rivale nella regione. Secondo la Reuters, «il principe Bandar ha detto ai diplomatici europei che il suo paese ha intenzione di limitare l’interazione con gli Stati Uniti perché gli Stati Uniti non hanno intrapreso alcuna azione efficace contro la Siria e la Palestina. Le relazioni con gli Stati Uniti sarebbero state allentate per un po’, visto che l’Arabia li ritiene più vicini all’Iran (…) Ha anche avvertito gli Usa che ci sarebbero state conseguenze ad ampio raggio, compresi gli acquisti di armi e vendite di petrolio». La lunga alleanza Usa- Arabia si basa sul presupposto che l’Arabia Saudita avrebbe garantito agli Usa la fornitura di petrolio e un  mercato per le armi made in Usa in cambio di una garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti per la monarchia stessa. Per The Wall Street Journal: «Il principe Bandar ha detto loro che intende rallentare la partnership con gli Stati Uniti in cui Cia e forze di sicurezza di altre nazioni hanno segretamente contribuito ad addestrare i ribelli siriani per combattere Assad, preferendo lavorare con altri alleati, tra cui la Giordania e la Francia». The Wall Street Journal ha scoperto una nuova fonte amarezza saudita. Quando Riad ha chiesto dettagli sui piani statunitensi per difendere la produzione di petrolio saudita durante un eventuale attacco contro la Siria,  «gli americani hanno detto che loro navi non sarebbero in grado di proteggere completamente la produzione del petrolio». Insoddisfatti della risposta, «i sauditi hanno detto a Washington che erano aperti ad alternative alla loro partnership di lunga data in tema di difesa, sottolineando che sarebbero state buone le armi a buon prezzo, qualunque fosse stata la fonte». La rabbia saudita è stato confermata in un discorso tenuto dall’ex capo dell’intelligence, principe Turki al-Faisal, a Washington il 22 ottobre: parlando al Consiglio Nazionale per le relazioni Usa- Arabia, ha ridicolizzato l’accordo Usa-Russia per eliminare le armi chimiche siriane come «deplorevole farsa» progettato «non solo per dare a Obama l’opportunità di fare marcia indietro, ma anche per far sì che Assad macelli il suo popolo». In un’intervista, poi, con Al Monitor, il principe Turki ha detto che c’è «un alto livello di delusione nei confronti del governo degli Stati Uniti, non solo per la Palestina, ma anche per la Siria  (…) spetta agli iraniani dimostrare che i loro discorsi “dolci” si traducano in azioni». Il regime saudita ha “avuto paura” per le conseguenze interne della primavera araba del 2011 in Tunisia e in Egitto e tra le rimostranze mosse a Washington  c’è la brutale repressione delle proteste anti-governative in Bahrain nel 2011 e l’incapacità di tenere al potere Hosni Mubarak. Quando l’esercito egiziano ha spodestato la Fratellanza Musulmana nel mese di luglio 2013, l’Arabia Saudita, insieme con Kuwait e Emirati Arabi Uniti, ha promesso di miliardi di dollari in aiuti al regime militare. Il segretario di Stato John Kerry ha incontrato il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal a Parigi il 21 ottobre, ma le tensioni restano vive. La minaccia portata dal capo dell’intelligence dsu diversi fronti,  altri mercati per le armi, petrolio e opportunità di investimento, è l’indicazione delle profonde implicazioni geo-politiche di qualsiasi, anche temporaneo, riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran. All’Arabia Saudita si unisce la Turchia nell’irritazione verso vlli Usa. Ankara ospita una base della Cia che coordina il flusso di armi, rifornimenti e combattenti islamici sunniti nella Siria settentrionale da paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar. Ai primi di ottobre 2013, la Turchia, alleato Nato, ha scioccato Washington annunciando l’acquisto di un sofisticato sistema missilistico di difesa aerea, FD-2000, dalla Cina. Per aggiungere il danno alla beffa, le armi dovranno essere fornite dalla China Precision Machinery Import e Export Corp., società sotto embargo Usa per i suoi rapporti con l’Iran, la Corea del Nord e Siria. Washington aveva espresso «grave preoccupazione» per l’accordo, dicendo che il sistema missilistico cinese «non sarà interoperabile con i sistemi della Nato». Il primo ministro turco, Recip Tayyip Erdogan ha dichiarato il 23 ottobre che, se una decisione definitiva deve ancora essere presa, «nessuno ha il diritto di non comprendere la nostra indipendenza». Come l’Arabia Saudita, infatti, la Turchia aveva riposto le sue speranze in un massiccio attacco degli Stati Uniti contro la Siria per invertire la serie di sconfitte militari subite dalle milizie dell’opposizione, alcune legate ad Al Qaeda. Ankara rimane un alleato chiave della Nato, ma la sua decisione di acquistare armi cinesi invia un messaggio a Washington: il suo sostegno non può essere dato per scontato.