Scenari siriani post attacco

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SIRIA – Damasco 27/08/2013. Attaccare o non attaccare non è più la domanda da porsi. Obama, nonostante l’opposizione dell’opinione pubblica interna, sembra costretto a lanciare un attacco in Siria, per l’attacco chimico in un sobborgo di Damasco che ha scioccato il mondo molto più delle 100mila persone caduti sui campi di battaglia siriani fino ad oggi. La domanda da porsi ora è: che cosa s’intende raggiungere con un attacco militare?

Ce lo chiede al Monitor. Qualunque sia l’entità dell’attacco statunitense, Assad uscirà dal suo nascondiglio per annunciare a quanto rimane della sua nazione di non cedere all’imperialismo americano. Ci saranno manifestazioni di sostegno al presidente siriano e contro gli americani e i loro partner che si uniscono ai ribelli per cacciare il presidente, che sta lottando per la sua vita e per la libertà del suo paese. L’attacco raggiungerà, però, un obiettivo: i cittadini siriani, quelli non coinvolti nei combattimenti e che non vivono nei luoghi teatro delle battaglie, si uniranno al loro presidente. Questo è un fenomeno ben noto: vengono messe da parte le tensioni interne e il dissenso per unirsi contro un nemico esterno comune. A questo poi occorre aggiungere la convinzione di una gran parte di cittadini siriani che hanno visto le immagini dalla attacco chimico, di afver a che fare con propaganda fatta dai ribelli. Si tratta di un tema già affrontato in molti blog siriani, molti dei quali narrano le cose in maniera completamente diversa da quella che conosce il resto del mondo. Per quanto li riguarda, la Siria sta ora combattendo per la sua vita, il suo futuro e la sua stessa essenza; si sta combattendo eroicamente contro le grandi forze del male che sono spinte da interessi imperialistici inconfondibili. A loro avviso, questo è ciò che è accaduto in Egitto, dopo che l’ex presidente Mohammed Morsi è stato rovesciato, questo è anche quello che è successo a Muammar Gheddafi in Libia, e questo è quello che è successo in Tunisia. Ora, secondo loro, è il turno della Siria di pagare il prezzo proprio per la sua indipendenza e la libertà. Quest’interpretazione dei fatti non arriva da Homs, Hama, Daraa e altri teatri di battaglie, ma dalle parti della Siria lontane dalla battaglia. Un attacco dagli Usa o da qualsiasi coalizione occidentale rischia di rafforzarla. La domanda fondamentale è se, oltre a un attacco militare, l’Amministrazione Obama intende inoltre attuare un piano strategico per allontanare Assad e affrontare il vuoto di leadership che rimarrà, non ripetendo quanto avvenuto in Iraq e Afghanistan. La situazione in Siria è probabile che sia molto peggio delle situazioni vissute e delle lesson learned afgane e irachene: è stato detto molto sulla mancanza di unità delle forze ribelli anti-Assad; che molti gruppi sono schegge impazzite, in contrasto con l’un l’altro; che sono infiltrati da estremisti salafiti che vogliono creare un califfato islamico e sfruttando il caos nel paese. Di fatto queste formazioni e divisioni sono già riuscite a bloccare gli aiuti americani ed europei per le forze anti-Assad.

Possiamo supporre che il momento americano della verità non sia ancora arrivato. Gli Stati Uniti dovranno probabilmente agire insieme ad una coalizione di paesi (escluso Israele, in modo da non suscitare l’opposizione nel mondo arabo). Questa coalizione internazionale dovrebbe condurre una serie di attacchi chirurgici, coperti dai media internazionali e commentati saggiamente da generali in pensione. Tutte azioni che renderanno, avverte al Monitor, alquanto improbabile l’esfiltrazione-arresto di Assad con un elicottero dei Marines e in diretta mondiale per portarlo davanti al tribunale dell’Aja.  Il vero problema siriano è che nessun nuovo leader è emerso nel paese, capace di fermare lo spargimento di sangue e unire la Siria.