Reportage. In viaggio verso la Siria

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SIRIA – Damasco 04/04/2014. Da Beirut attraverso il Libano destinazione Siria, i paesaggi incantano lo spirito e quasi ci si dimentica che questo è una regione che sta attraversando una delle più gravi tragedie della sua storia.

Passato il confine del Paese dei Cedri c’è una lungo tratto di terra di nessuno una bolla di protezione brulla e silenziosa. Abbiamo deciso di immergerci nelle strade di questo paese per cercare di comprendere cosa davvero stia accadendo e le risposte possono arrivarci solo respirando quest’aria mista a polvere e fumo, condividendo la quotidianità della popolazione che scopriamo presto ha un unico desiderio: tornare a vivere in un paese dove la guerra è solo un brutto ricordo. I colpi di mortaio e il rumore delle mitragliatrici in lontananza le prime volte ti costringono a fermarti attanagliato dalla paura, con amarezza dopo qualche giorno ti accorgi che il tuo orecchio si è abituato e questi rumori di morte, sono diventati anche per noi quotidianità. Diventa normale anche essere fermati e controllati in continuazione nei numerosissimi checkpoint disseminati lungo tutte le vie di Damasco e nelle strade del paese. 

Forse sarebbe più semplice raccontare una guerra dichiarata, ma in una situazione di totale incertezza dove il nemico non è individuato o individuabile, non si sa da dove provenga e forse neppure per chi o casa combatta, è davvero difficile. L’unica via possibile è pertanto narrare gli eventi seguendo lo sguardo della gente che ha voglia di raccontare e di raccontarsi, forse anche per quella necessaria ricerca di normalità che contraddistingue questo popolo pacifico. Damasco è sotto il controllo del governo l’esercito è riuscito a respingere gli attacchi dei gruppi armati che stanno tentando di mettere in ginocchio la Siria. Abbiamo in programma vari incontri istituzionali, ma è tra la popolazione che si misura davvero il termometro della verità, una verità che dovrebbe essere slegata da considerazioni personali o da prese di posizione per appartenenza geografica e/o politica ed è quello che noi abbiamo cercato di fare. Le persone intervistate, incontrate lungo le strade del paese, hanno scelto di stare dalla parte del presidente Bashar al-Assad,  o comunque di allontanarsi dalle posizioni estremiste che stanno distruggendo la Siria. Paradossalmente questa crisi ha accresciuto la popolarità e l’apprezzamento del Presidente; forse all’inizio, nel marzo del 2011, avrebbero anche fatto valutato diversamente e un cambiamento sarebbe stato possibile, ma l’arrivo di orde di uomini armati che non hanno rispettato la loro terra ha fatto cambiare radicalmente il pensiero dei siriani e in questo momento ritengono che nessun altro interlocutore politico potrebbe riuscire a portarli fuori da questa situazione tanto complicata. Le storie sono abbastanza simili tra loro, nonostante provengano da differenti estrazioni, culture e religioni; questo non significa che non vi sia una opposizione o comunque una critica nei confronti del Leader, ma solo che in questo momento vi è un’unica priorità portare il paese fuori dalla crisi e dal terrorismo.  Nel 2011 l’opposizione aveva organizzato manifestazioni di protesta contro quello che veniva definito un regime chiedendo riforme e cambiamenti, perché quello di Assad era comunque un potere accentrato che necessitava di riforme importanti, anche se garantiva il pluralismo religioso e la libertà confessionale, ci raccontano i cittadini. I cristiani, che rappresentano circa il 10% della popolazione, vivevano in pace nel rispetto della loro fede, mentre ora hanno molta paura che possa anche qui verificarsi quanto accaduto
in Iraq dove i cristiani sono dovuti fuggire dal paese a causa dell’intolleranza religiosa diventata ingovernabile, paradossalmente, dopo la caduta di Saddam. Purtroppo quelle iniziali manifestazioni popolari si sono presto trasformate in guerra e la violenza di gruppi infiltrati ha sconvolto la Siria, un paese conosciuto per la convivenza pacifica tra etnie e religioni diverse. Gruppi armati, si stima che provengano addirittura da 80 paesi diversi, sono riusciti ad impossessarsi delle piazze trasformando la rivolta in rivoluzione. Le riforme concesse nel frattempo dal Presidente Assad sono diventate lettera morta, ora bisogna far fronte unico per sconfiggere il terrorismo e fermare le trame internazionali di destabilizzazione del paese. Sentire questa versione così diversa da quella alla quale  siamo abituati non ci sorprende, sapevamo che in Siria vi erano gruppi armati giunti da altri stati, Europa compresa, per combattere una guerra che con le riforme c’entrava davvero poco, ma troppe versioni fanno passare un messaggio falso riguarda alla vita e al comune sentire. Le pressioni che si giocano in questa regione per un nuovo equilibrio geopolitico sono davvero tante,  un gioco al massacro in cui in qualche modo prende parte anche la lotta tra sunniti e sciiti, ma anche e soprattutto quella tra Oriente e Occidente, un sottile meccanismo in cui le parti cercano di stabilire un potere, una supremazia dei ruoli. Gli attori principali vengono delineati con chiarezza vengono riconosciuti due schieramenti: da una parte Iran, Russia, Cina e la parte sciita del Libano quella di Hezbollah, unici ad essere intervenuti direttamente con uomini e mezzi, dall’altra Qatar, Arabia Saudita alcuni paesi del Golfo ma anche Stati Uniti, Israele e i paesi europei che sembrano non accorgersi del grave pericolo che incombe su di loro, perché queste bande armate dovranno prima o poi abbandonare il territorio siriano e trovare altri luoghi dove ripararsi e molti di loro, ci dicono, sono davvero carichi di violenza. 

Gli incontri istituzionali, con i rappresentanti del governo e con alcuni personaggi chiave che attualmente seguono la politica siriana ci conducono verso la rappresentazione di una realtà che certo a prima vista potrebbe sembrare di parte, ma che non lascia scampo ad una verità quella di un paese che non ha più bisogno di questa guerra. Il Ministro della Cultura siriana, Loubana Mouchawehche, ci accoglie con entusiasmo perché la Siria, ci dice, condivide con l’Italia il passato, la storia di due popoli che respirano ancora le antiche civiltà dalle quali provengono. Parla della necessità di autodeterminazione del suo popolo, diritto universalmente riconosciuto, e del diritto di difendere la propria libertà. Attualmente il grande lavoro del suo Ministero è quello di verificare e preservare lo stato di salute di un patrimonio storico e archeologico di enorme valore. I musei sono attualmente chiusi, perché si è cercato di mettere al riparo le ricchezze in essi contenuti in quanto il pericolo che possano essere trafugate è ancora elevato. Per esempio il museo della città di Raqqa è stato danneggiato, la città si trova sotto controllo dei terroristi, anche se il patrimonio di alcuni siti era già stato nascosto, alcune casse sono state ritrovate dai ribelli e trasferite probabilmente fuori dai confini. In collaborazione con l’autorità archeologica sono stati compilati elenchi precisi di tutti i beni dello Stato e la Siria si è costituita parte civile per l’eventuale trafugamento delle opere all’estero e per gli eventuali traffici illegali di opere d’arte. Ci dice con rammarico che al confine con la Turchia il passaggio illegale non solo di opere d’arte, ma anche di armi e terroristi è un dato di fatto che purtroppo aiuta questi gruppi armati a proseguire la loro opera di distruzione e ci sono alcune zone soprattutto al nord del paese che sono sotto il loro controllo e che peraltro attualmente si stanno pericolosamente fronteggiando tra loro per il controllo dei territori occupati. In Siria il Consiglio Superiore per la Ricostruzione ha stanziato 50 miliardi di lire siriane, ma ci sono chiaramente delle priorità: il sostegno agli sfollati, alla popolazione che sta subendo gli effetti devastanti di questa lunga guerra, la ricostruzione delle strutture abitative e sociali; per quanto riguarda la parte archeologica per ora i fondi stanziati al Ministero dei Beni Culturali andrà in buona parte alla citta di Aleppo che ha subito ingenti danni alla grande Moschea degli Omayyadi dove è andato distrutto il minareto di inestimabile valore, ma anche l’antica via del mercato è stato fortemente colpita. “Questo non ci metterà con le spalle al muro, crediamo nella nostra identità e sapremo risollevarci e faremo rifiorire ancora una volta la nostra civiltà”, ha concluso il ministro.


Abbiamo incontrato varie volte il dottor Nezar Mihoub Presidente della Syrian Public Relations Association, che si occupa di pubbliche relazioni istituzionali e della formazione nel settore, ci ha organizzato tavole rotonde con giornalisti locali, eminenti professori, tra cui Issam al-Takrori uno degli esponenti della Commissione che ha lavorato alle riforme Costituzionali, analista geopolitico ed esperto di politica internazionale, che ci hanno consentito di tracciare una panoramica del contesto politico e sociale della regione, aiutandoci a contestualizzare le ragioni di una guerra creata con l’intento di dare vita ad una nuova strategia mediorientale orientata verso i paesi che da sempre cercano di controllare la politica della regione. L’invio di combattenti dall’esterno, che non sono certo allineati ad una logica comune, ha destabilizzato completamente l’area e attualmente i vari gruppi combattono ognuno per il proprio ideale, alcuni per cercare di stabilire un unico califfato del Medioriente, altri per il ritorno nostalgico ad una tesi religiosa islamica che non è mai esistita.  Il dottor Mihoub ci racconta che i momenti più difficili durante questa guerra sono stati da marzo del 2012 e a settembre 2013 proprio quando gli americani volevano intervenire in Siria. 

I terroristi in un momento tanto delicato tentavano di approfittarsi della situazione di incertezza per tentare di entrare a Damasco e impossessarsi della città. “Arabia Saudita pagava i terroristi fatti uscire dalle carceri del loro paese, del Qatar, Cecenia e Turchia erano stati addestrati per gli assalti. Sono stati mesi molto difficili anche da un punto di vista psicologico. Eravamo costretti a girare armati anche in casa, io stesso avevo tre tipi di arma nelle stanze. Costretto a dormire nel divano del soggiorno, perché è la stanza più interna e le finestre non danno sulla strade. I terroristi agiscono così entrando nelle assaltano le case e a chi rifiuta di combattere con loro gli tagliano la gola.”

La Siria però, diversamente da altri stati, investiti dalla teatrale “Primavera araba”, ha reagito e sta combattendo per la propria libertà, dove libertà si riempie qui di altri significati. Ho sentito un siriano dire “se libertà e democrazia vogliono significare questa guerra di altri stati che combattono nel nostro territorio e i paesi occidentali pensano che il Governo di Bashar al-Assad sia un regime, allora io scelgo il regime perché sotto questo dispotico governo il mio paese viveva in pace”.

A prescindere poi dalle proprie convinzioni quello che è importante, e della quale purtroppo pare nessuno voglia tener conto, è che a decidere dovrà comunque essere il popolo siriano attraverso libere elezioni, dove anche Bashar al-Assad potrà essere un candidato possibile perché, sino a prova contraria, non è stato condannato di nessun crimine, gli ispettori delle NU chiamati a verificare l’uso delle armi chimiche hanno praticamente assolto il Presidente siriano dalle accuse a lui mosse sull’utilizzo delle stesse contro il suo popolo. 

“Stiamo vivendo una guerra terroristica votata alla distruzione del paese” dice anche Wassim Al-Dehni Assistente del Ministro Affari Sociali e del Lavoro. “Purtroppo questa crisi colpisce in maniera particolare la popolazione creando una situazione umanitaria allarmante, l’esodo interno alla Siria, di persone che scappano dalla guerra è di circa 5,2 milioni di abitanti che cercano ripari di fortuna in tende o in campi o strutture messe a disposizione dal governo, ove possibile, purtroppo non riusciamo a soddisfare tutte le esigenze in questo momento e i disagi sono veramente sotto gli occhi di tutti. Si stima che i danni ammontano a  269 milioni di lire siriane e la maggior parte grava su questo Ministero in quanto colpisce il lavoro e la popolazione nelle sue necessità primarie. Gli aiuti delle Organizzazioni internazionali sarebbero dovuti arrivare nel 2013 dovevano essere pari a un miliardo e 800mila dollari; di queste cifre è arrivato solo il 47% di quanto promesso e sono serviti ad alleviare parzialmente la drammatica situazione sanitaria, alimentare e in parte destinata alla ricostruzione. “Il criterio di distribuzione” spiega il dottor Al-Dehni “avviene attraverso la presentazione di progetti da parte di Organizzazioni non governative attive nel settore, ne sono stati presentati 96 di cui finanziati appunto solo poco più della metà, perché non c’erano più fondi a disposizione. Il livello di disoccupazione è passato dal 13% del 2011 all’attuale 40%, il 30% della popolazione sta sotto al soglia della povertà”. Alla domanda se pensa che la Siria stia fuori dalla crisi risponde che l’esercito ha fatto molti progressi in tante regioni, ma sono in attesa che la situazione sul territorio si stabilizzi per poter iniziare con la ricostruzione. “Il governo prende ogni iniziativa possibile in campo diplomatico per giungere a una soluzione pacifica. È chiaro però che se i paesi che finanziano i terrorismi non fermano la longa manus il problema non potrà essere risolto. È paradossale che vi siano paesi che da una parte aiutano la Siria istituzionale allo sviluppo e all’uscita dalla crisi e dall’altra aiutino i gruppi terroristici. C’è poi un’altra cosa che vorrei sottolineare: i dati in mio possesso stimano che il numero di profughi che sono scappati oltre i confini siriani si aggira intorno al 1,2 -1,3 milioni di cittadini tra palestinesi e siriani mentre si parla a livello internazionale di oltre 2 milioni di sfollati, anche questo sembra essere un gioco al rialzo a favore dei paesi che ospitano i profughi che ottengono maggiori aiuti dalla comunità internazionale per gestire la situazione di emergenza”. 

L’incontro con il dottor Talal Naji, Assistente del Segretario Generale del Comando Generale del Fronte di Liberazione della Palestina, apre un’altra importante ferita sulla tragedia del Medio Oriente la irrisolta Questione Palestinese. Un popolo che vive la diaspora da oltre cinquant’anni, in Siria si stima ci siano 550mila profughi palestinesi che prima di questa guerra erano perfettamente integrati nel sistema paese, abitavano in 12 campi profughi a Damasco, Aleppo, Homs e altre città minori. A Yarmuk, il più grande campo profughi siriano, che si trova alla periferia di Damasco vivevano 160mila palestinesi su una popolazione complessiva di 1 milione 300mila abitanti (gli altri erano siriani arrivati in città dalle zone vicine). “17 marzo 2011 è iniziata la crisi e i campi profughi distribuiti nel paese sono stati presi di mira costringendo la popolazione a fuggire, molti sono stati uccisi dai terroristi perché si sono rifiutati di combattere per la loro ‘causa’. Abbiamo sino alla fine tentato di proteggere Yarmuk ma i ribelli nel dicembre 2012 sono riusciti ad entrare. Hanno distrutto le case, rubato tutto: porte, finestre, fili elettrici, tutto anche le piastrelle dai muri, hanno ucciso, fatto violenza alle donne. Dei 160mila ne sono rimasti solo 20mila, molti si sono rifugiati  nelle scuole messe a disposizione dall’UNRWA, queste sono diventate nuovi campi, altri si sono rifugiati nelle case dei vicini, alcuni sono scappati in Libano, dove la situazione è già al collasso, o altri in paesi. Abbiamo più volte cercato di domandare al governo siriano di non mettere i campi profughi dentro questo conflitto, il Presidente Assad ha confermato di non voler coinvolgere i palestinesi, purtroppo i ribelli hanno costretto i palestinesi a difendersi dai loro attacchi violenti. Dal 2012 i profughi sono fuori dal campo e stiamo cercando attraverso mezzi pacifici e diplomatici di far rientrare questa gente alle loro case e di far uscire i ribelli dalle nostre zone. Abbiamo chiesto l’intervento del presidente Abu Mazen affinchè attraverso il tavolo del dialogo cercasse, con i paesi che aiutano i ribelli, di non coinvolgere profughi palestinesi. Abbiamo chiesto anche l’intervento di Hamas, ma nonostante tutti gli sforzi i ribelli occupano ancora le nostre case” ci racconta il dottor Naji. Gli chiediamo se le numerosi fazioni nelle quali è diviso il popolo palestinese non sia di ostacolo alla risoluzione della loro situazione, ci risponde che le varie fazioni all’interno dei campi collaborano senza problemi, in Palestina ci sono 18 fazioni e il Fronte di Liberazione, ci specifica, sta da 10 anni lavorando attraverso vari incontri internazionali di ricomporre la politica interna e lavorare per la comune costruzione dello Stato, anche con Hamas, che tra l’altro in quest’ultimo caso ha fatto una dichiarazione ufficiale in cui esplicitamente chiede ai ribelli di uscire dai campi che hanno illegalmente occupato. 

La visita al campo profughi di Yarmuk ci lascia senza parole, era previsto l’ingresso attraverso il corridoio umanitario, siamo costrette invece a fermarci all’ingresso perché all’interno gli scontri sono cruenti il rumore delle mitragliatrici e i colpi di mortaio si sentono a breve distanza. I palestinesi di guardia all’ingresso ci dicono che alcuni abitanti stanno cercando di uscire perché all’interno ormai manca tutto, ma uomini armati li tengono in ostaggio. La disperazione delle persone attorno a noi si legge nei loro occhi, alcuni hanno familiari all’interno dei quali non hanno più notizie, ormai non fanno più entrare neanche gli aiuti esterni e quel corridoio umanitario che serviva a tale scopo è diventato impraticabile e pericoloso. Visitiamo un piccolo ambulatorio medico aperto per il primo soccorso, è una stanza buia ci si arriva attraverso due rampe di scale strette con la luce delle pile. Sotto ci sono pochi arredi e qualche medicinale, il medico di turno ci dice che alle volte arrivano dei feriti dagli scontri interni che devono essere trasferiti negli ospedali, cercano, per quanto possibile, di dare supporto alla popolazione, uscita dal campo perché aggredita dai terroristi, accampata nei giardini lungo il confine del campo. Ecco come si presenta questa guerra nella periferia di Damasco in cui un gruppo armato sta tenendo sotto scacco gli abitanti. In Siria, a differenza di altri stati, i profughi palestinesi avevano gli stessi diritti dei cittadini a loro era garantito l’accesso alle strutture pubbliche, scuole sanità etc e ora ancora, una volta, si trovano ad essere sfollati dalla propria paradossale condizione di profughi. Si rimane impietriti davanti alle loro storie e ci domandiamo come sia possibile che la comunità internazionale rimanga silenziosa davanti a una situazione che dovrebbe essere affrontata con chiarezza e determinazione. Cosa ferma il mondo dall’affrontare un problema di diritti umani violati?

Anche la visita stessa all’ospedale militare ci lascia alquanto scosse, al di la delle ragioni la guerra produce dolore, i feriti provengono dal fronte, dai luoghi dove la battaglia è aperta molti fanno parte dell’esercito regolare e ci raccontano che i combattimenti avvengono sul territorio siriano, ma che spesso chi combatte non parla la loro lingua. Ci dicono semplicemente di essere fedeli alla loro bandiera e al popolo siriano che hanno il dovere di proteggere e che non hanno altre convinzioni, il suolo patrio deve essere libero da questi attacchi che feriscono la loro terra. Un soldato giovanissimo mentre usciamo mi regala la sua bandiera è strappata e mi dice semplicemente di aiutare il mondo a comprendere che questa guerra è inutile.

Infine parliamo con Elias Murad presidente dell’unione dei giornalisti siriani, proviene da un villaggio vicino a Maalula, è una zona cristiana dove ci sono più di 40 chiese e dove questi gruppi armati stanno cercando di prendere il potere per sovvertire l’ordine, ci dice che alcuni giornalisti tentano ancora di entrare illegalmente nel paese attraverso il confine turco alcuni sono stati mandati per filmare alcune zone e per poi costruire ad hoc filmati e foto, secondo lui questo non può rappresentare il bene dell’informazione. Se fosse una guerra vera la stampa potrebbe sentire entrambe le fazioni, ma con i ribelli armati non si può parlare se si è entrati con un regolare visto. È difficile rappresentare le tante verità di questo paese, una cosa è certa però non è uccidendo civili, non è spargendo il terrore o facendo della religione la propria arma che questo conflitto potrà trovare soluzione. È anche impossibile avere come interlocutore coloro che dicono di essersi armati per far cadere il regime, perché non ve ne è solo uno ma tanti quanti sono i gruppi che stanno combattendo contro uno stato che alla fine, bisogna darne atto, è legittimo. Elias Murad ci domanda: “secondo voi è possibile che questi gruppi siano portatori di democrazia visto che sono finanziati dal paesi come Arabia Saudita e Qatar, dove esiste un potere unico e unidirezionale, dove non è consentito costruire una chiesa e dove le donne non hanno neppure il diritto di guidare un’auto? E dove sta la democrazia dei paesi europei che fanno affari con stati in cui i diritti umani non sono garantiti? Se le cose stanno così allora la democrazia è una grande bugia”. 

A tal proposito mi viene in mente l’incontro avvenuto con un sacerdote cattolico Padre Elias Halawi della chiesa di Nostra Signora di Damasco che ci offre un te nella sacrestia e ci racconta la storia di questo paese e dei cristiani che vi hanno sempre costruito la loro casa. Dice che da sempre convivono con gli appartenenti alle altre religioni e che ancora sta cecando la motivazione e l’obiettivo di colpire e distruggere questo equilibrio che non aveva falle. Con voce sicura dice che i cristiani hanno il diritto e il dovere di rimanere in Siria, nel loro paese. Vuole invece inviare un messaggio all’Occidente, all’Italia: “Fate solo una domanda perché le chiese occidentali non chiedono cosa sia accaduto ai cristiani in Iraq, cosa sta accadendo in Palestina, cosa sta accadendo in Sudan! Perché le Chiese tacciono, perché stanno zitte?”

Per noi giunge il momento di andare, passando il confine e lasciandoci alle spalle questa guerra abbiamo pensato che non sarebbe stato facile raccontare senza prendere una posizione che non è per il Presidente Assad o contro di lui, non è per i ribelli che comunque usano una violenza inaudita, ma ci sentiamo vicine al popolo siriano, i tanti civili che abbiamo incontrato ogni giorno e che spesso aveva il volto del dolore. Stiamo dalla parte di tutti i profughi che ancora una volta hanno perso la loro casa, dalla parte dei tanti bambini ai quali scelte scellerate e violente stanno rubando l’infanzia, stiamo dalla parte di tutti coloro che credono che ogni popolo debba avere la possibilità di scegliere e dove si possa dare contenuti diversi a parole come libertà e democrazia in base alla propria cultura.