SIRIA. La presenza di soldati USA ai pozzi petroliferi irrita Mosca imbarazza i curdi

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Gli Stati Uniti potrebbero lasciare 500 soldati nel nord-est della Siria oltre a inviare carri armati e altre attrezzature militari, riporta il Wall Street Journal, citando fonti militari. Lo scopo di questa mossa sarebbe quello di aiutare i curdi della zona a proteggere i giacimenti petroliferi che in precedenza erano controllati dallo Stato islamico.

Trump stesso ha detto in un tweet che vuole evitare che questi campi cadano di nuovo nelle mani dello Stato islamico: «I campi petroliferi discussi ieri nel mio discorso sulla Turchia e sui curdi sono stati tenuti da Isis fino a quando gli Stati Uniti non li hanno ripresi con l’aiuto dei curdi. Non lasceremo MAI che un Isis ricostituita abbia di nuovo quei campi», ha scritto Trump il 24 ottobre ripreso da Oil Price.

Al momento, i campi sono controllati dai curdi, le cui milizie curde Sdf, Syrian Democratic Forces. Ora, però, la situazione è cambiata. Dopo che la Turchia ha lanciato un’offensiva contro i curdi non appena Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dal paese, Sdf ha stretto un accordo di protezione con il governo di Assad, che sembrava essere l’unica forza nelle vicinanze in grado di poter contrastare fermare l’avanzata turca. Questo accordo ha reso la situazione complicata. Il comandante Sdf Mazloum Abdi ha addossato la responsabilità dell’accordo forzato con Assad al ritiro degli Stati Uniti: «Se dobbiamo scegliere tra compromesso e genocidio, sceglieremo il nostro popolo (…) Il regime russo e siriano hanno fatto proposte che potrebbero salvare la vita di milioni di persone che vivono sotto la nostra protezione», riporta Foreign Policy.

In tutto ciò entra in gioco anche la Russia. Il ministro degli Affari esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato, il 24 ottobre, che il memorandum russo turco di Sochi sostanzialmente pone fine a “Spring of peace”, così come avevano dichiarato con toni leggermente meno definitivi anche i turchi. Dunque la Russia garantisce la smobilitazione delle forze curde dalla Safe Zone e nel contempo Lavrov chiarisce che il momentaneo controllo dell’area fra Tal Abyad e Ras Al ‘Ayn dovrà bastare ad Ankara. Al riguardo Lavrov ricorda che Manbij e Tal Rifaat, una volta liberate dalle Sdf, non saranno nella disponibilità turca. 

Lavrov ha anche attaccato gli Usa sulle due questioni irrisolte legate alla loro permanenza in Siria. Gli Usa sono ancora presenti nell’area orientale del distretto di Deir Ez Zor, ufficialmente a protezione dei giacimenti Al Omar e Tabiya – Conoco, e nell’area di Al Tanf, nella Badiyah siriana, a supporto dell’unico gruppo ribelle alleato con gli USA: la milizia Maghawir Al Thawra. 

In precedenza, Lavrov aveva rilanciato sulla questione del petrolio a Deir Ez Zor sostenendo che il diritto di sfruttamento dei giacimenti deve tornare al governo di Damasco, ma appare chiaro che, vista la poca importanza nel grande schema medio-orientale di questi pozzi, la presenza americana e la reprimenda russa sono legate ad altro. Gli americani, come anche indirettamente suggerito dal presidente Donald Trump, sono lì in funzione anti-iraniana ed anti-siriana, come richiesto da Israele e dalla Giordania. Nel contempo i russi hanno iniziato una cooperazione con il SAA in quelle aree e, dopo tentativi di dialogo con le tribù locali a Deir Ez Zor non molto fruttuosi, si potrebbero essere risolti ad appoggiare una riappropriazione “forzosa” delle aree in favore di Damasco anche con finalità commerciali. 

I russi si trovano ora nella condizione di dialogare separatamente sia con Damasco sia con le forze curde come testimonia la recente video-conferenza intrattenuta fra il comandante in capo delle Sdf, Mazloum Abdi, ed il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ed il comandante in capo delle forze armate russe, Valery Gerasimov. 

Redazione