SIRIA. Idlib è sottomessa alla volontà turca

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Hay’at Tahrir Al Sham –  HTS, fazione ribelle che detiene il controllo del governatorato di Idlib, ha pubblicato un video con un discorso del leader Abu Muhammad Al Joulani intitolato La guerra di liberazione e indipendenza. Il discorso, arrivato dopo una settimana militarmente disastrosa per le fazioni impegnate nella lotta contro l’esercito siriano – SAA e che ha visto HTS ed Al Qaeda arretrare fino a Ma’arat Al Nu’man, vorrebbe rilanciare la rivoluzione siriana. Tuttavia HTS ormai ha chiaramente distanziato se stessa, nelle opere, dagli ideali di lotta contro l’oppressione del governo di Bashar Al Assad e si attesta come fazione militare per procura della Turchia e del Qatar. 

Tuttavia Joulani sulla questione si è mostrato piuttosto ottimista affermando che, sotto molti punti di vista, il governo siriano è già stato sconfitto dalla rivoluzione giacché «la rivoluzione ha indebolito le sue forze di sicurezza, distrutto la sua economia e portato via la sua legittimità» ed ha aggiunto che «la rivoluzione è in una nuova fase di lotta contro gli occupanti stranieri che sostengono il governo siriano: vale a dire Russia ed Iran, i quali cercano di far rivivere le loro glorie imperialiste passate». Joulani ha poi encomiato gli sforzi dei mujaheddin di tutte le fazioni che devono aiutare gli sfollati e coloro che soffrono nonché mantenere il jihad quale obbligo individuale per ogni musulmano che è in grado di portare armi.

Al netto delle affermazioni del leader Joulani, sappiamo ormai da mesi che la situazione economica e sociale del governatorato di Idlib è, prevalentemente per cause esterne, prossima al collasso. Si sottolinea come la strategia di quasi-assedio del governatorato, portata avanti a passo lento dalle aviazioni russa e siriana e dagli sforzi bellici di terra, ha di fatto costretto l’amministrazione di Idlib – il Governo di salvezza nazionale – a razionare risorse ed in generale, spinto dalla forte corruzione di HTS, ad approvare riforme impopolari e giustificare alcune operazioni di saccheggio delle milizie. L’esito finale di tutto questo scenario è stata l’inevitabile sottomissione alle istanze turche: la Turchia è la fornitrice di petrolio, carburante, materiale bellico e logistico per tutte queste aree. 

Senza possibilità di fuga dal governatorato, la popolazione ha prima supportato HTS ed il governo, poi ha protestato contro i bombardamenti sui centri urbani, si è espressa a supporto delle decine di migliaia di sfollati e poi ha semplicemente subito il taglio delle risorse alimentari, i saccheggi, i casi di corruzione e la definitiva evacuazione delle maggiori città del sud. Ad oggi Ma’arat Al Nu’man è praticamente deserta. L’altra parte del paese sotto l’influenza turca, ossia il nord di Aleppo ed il cantone di Afrin, sono al centro delle attenzioni degli account locali a seguito di quanto sta accadendo fra Libia e Siria. 

In attesa della ratifica, da parte del parlamento turco, del supporto militare diretto della Turchia al Governo di accordo nazionale – GNA libico, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha deciso di smobilitare porzioni del Syrian National Army – SNA e mandarle a combattere sul fronte di Tripoli. Questo fatto, come era del resto prevedibile, è stato interpretato molto negativamente dai sostenitori della rivoluzione siriana. Ripercorrendo le tappe della storia recentissima del SNA si possono vedere le ragioni di tale discrasia fra rivoluzione e l’esercito. Pochi giorni prima dell’invasione turca nella Safe Zone, il 9 ottobre scorso, il governo ad interim – collettore delle coalizioni rivoluzionarie di opposizione con sede ad Istanbul – aveva decretato la formazione del SNA come unione dei vari fronti rivoluzionari siriani. Vi erano entrate le milizie delle operazioni “Euphrate’s Shield” e “Olive Branch”, le milizie del National Liberation Front – NLF e del Free Syrian Army – FSA filo-turco raggiungendo un dispositivo da circa 100mila uomini. La nomina del ministro della Difesa del governo ad interim, il generale Salim Idris, serviva a dare una parvenza di connessione fra i temi della rivoluzione e le operazioni militari che di lì a poco sarebbero cominciate. 

Era tuttavia chiaro da subito che la Turchia aveva deciso di capitalizzare sul suo impegno finanziario/militare in Siria ed utilizzare tale esercito come sua longa manu prima nella Safe Zone curda e poi dove le sarebbe servito. Già a novembre erano arrivate proteste e defezioni nei ranghi delle milizie del SNA nella Safe Zone poiché le operazioni militari lì erano concluse ed i miliziani volevano tornare a dare il loro supporto al fronte a sud di Idlib. Per placare gli animi la Turchia ed i generali del SNA decisero di mandare le famiglie dei miliziani nella Safe Zone e congelare la situazione. 

La Turchia ha dunque mostrato di non nutrire più un profondo interesse per la zona di Idlib e quindi quando il GNA libico ha firmato il memorandum Libia-Turchia il 27 novembre era già pronto un pacchetto di milizie da inviare. La posta in gioco è infatti il sostegno alle fazioni del GNA in Libia in cambio di una sponda dall’altro lato del Mediterraneo per giustificare rivendicazioni marittime di fronte a Cipro con tutto lo strascico che questo fatto ha avuto nelle ultime quattro settimane. 

A differenza della prima operazione del SNA nella Safe Zone contro i curdi, rei di occupare le città di Manbij e Tal Rifaat, questa volta l’operazione di Tripoli non si allinea con alcuna delle prerogative della rivoluzione siriana e palesa la sottomissione del SNA alle necessità geopolitiche di Ankara. Account siriani locali pro-rivoluzione non hanno accolto bene le notizie di almeno due milizie siriane in viaggio verso la Libia. 

Redazione