SIRIA. Cosa farà la Turchia nel nord est siriano?

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Alla fine è giunto il momento per la Turchia e per l’Amministrazione autonoma del nord-est siriano – Aanes di decidere il da farsi. I blocchi che si contrappongono ora in Siria sono abbastanza delineati e vedono da un lato una cordata commerciale e militare, composta da Russia, Iran, Cina e governo siriano e dall’altro il blocco composto da Stati Uniti, Israele e Giordania. A porre un’incognita sul futuro dunque rimangono Ankara ed il governo curdo.

Gli Stati Uniti sembrano avere ritrovato una certa sintonia, almeno su alcuni aspetti, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e nonostante la Turchia risulti legata finanziariamente, commercialmente, con il Turkishstream, e militarmente, questione degli S-400 e Su-35, alla Russia, le grandi divergenze che avevano portato il Congresso americano in rotta di collisione con il presidente americano Donald Trump sull’inaffidabilità di Ankara e la sua permanenza nella Nato sembrano essere rientrate. 

Ripercorrendo brevemente i prodromi di questa riconciliazioni, tutto inizia il 6 ottobre quanto il presidente Trump annuncia, in palese disaccordo con i suoi consulenti militari, il ritiro delle forze americane dalla Siria. Il 9 ottobre la Turchia inizia l’operazione di conquista della Safe Zone siriana con l’operazione “Spring of peace”, ma era ben chiaro che Ankara sapesse da alcune settimane che si sarebbero aperte le porte a breve nel Kurdistan siriano. Infatti la Turchia ha avuto tutto il tempo per organizzare la fusione delle sue forze satellite nel nord-ovest della Siria, i gruppi ribelli, jihadisti e quelli legati alle operazioni “Olive Branch” e “Euphrate’s Shield” in una formazione unica, il Syrian National Army – SNA, guidato formalmente dal governo ad interim in esilio ad Istanbul, il 4 ottobre e farlo muovere a nord della Safe Zone per attaccare. 

Gli americani avevano dichiarato di voler affidare i dossier Daesh in Siria e la gestione dei rifugiati siriani all’esercito turco che sarebbe diventato il nuovo gendarme del Kurdistan siriano. A questo punto le forze curde, le Syrian Democratic Forces, Sdf, accusate di terrorismo da Ankara in quanto continuatrici delle Unità di protezione popolare, Ypg affiliate al Pkk di Ocalan, hanno deciso di difendere il territorio della Rojava e gli americani hanno intimato alla Turchia di non avanzare oltre il loro confine ma senza fornire copertura aerea ai curdi. 

A questo punto la Russia è entrata in gioco comprendendo che la situazione poteva essere portata allo stallo in brevissimo tempo (sono bastati 13 giorni di cui gli ultimi 5 in regime di parziale cessate il fuoco). Forte dell’influenza commerciale ed economica su Ankara, la Russia ha costretto la Turchia a trattare per metà della Safe Zone ed ha iniziato (1) a presidiare le aree di confine ad ovest di Tal Abyad, (2) ad infiltrare l’esercito siriano, Saa, unica risorsa alleata che le Sdf potevano permettersi e (3) occupare le basi militari americane abbandonate a decorrere dal 6 ottobre. 

A questo punto il Congresso degli Stati Uniti ha iniziato a fare pressione sul suo presidente per evitare che la Russia divenisse l’unico interlocutore delle tre parti (curdi, siriani e turchi) e riportare forze americane sul suolo siriano con il pretesto della protezione dei giacimenti petroliferi in favore del governo curdo. 

Per riportare la Turchia nell’alveo delle Nato, la Camera del Congresso degli Stati Uniti ha passato, il 10 ottobre, una risoluzione (H.Res. 296), a larghissima maggioranza (405-11-3), in cui condanna il genocidio degli Armeni perpetrato dall’Impero Ottomano fra il 1915 ed il 1923. Va messo in risalto proprio il discorso sull’esperienza storica dell’Impero Ottomano che Erdogan usa spesso in relazione alla politica estera della Turchia. Il Congresso non si è certo limitato ad una dichiarazione di forte significato morale ma ha poi passato il “Bill” numero 4695 disponendo nuove sanzioni economiche contro la Turchia che dovranno essere implementate dall’amministrazione del presidente Donald Trump per impedire ad Ankara di continuare la sua politica aggressiva nei confronti della Rojava. 

Il 22 ottobre dopo 5 giorni di cessate il fuoco e l’occupazione totale di Tal Abyad e parziale di Ras Al ‘Ayn, i russi riescono a portare la Turchia ad accettare il memorandum di Sochi, dopo un faccia a faccia di 8 ore fra Erdogan ed il presidente russo Vladimir Putin. La Safe Zone fra Tal Abyad e Ras Al ‘Ayn va ai turchi, le SDF vengono smobilitate dal resto della Safe Zone, Manbij e Tal Rifaat passano sotto il controllo militare del SAA. 

Tuttavia, come era facile prevedere, Sochi è sostenuto, più che dal rispetto dei patti, dall’impossibilità dei turchi di fare la guerra ai russi e dall’abile politica estera di Mosca. Quindi all’atto pratico ai bordi meridionali della Safe Zone si combatte per aggiustare i confini mentre a Tal Rifaat e Manbij i curdi hanno completamente disatteso le consegne combattendo come Consiglio militare di Manbij – MMC a Yalishli e supportando il fronte di liberazione di Afrin – HRE che fa regolarmente incursioni verso Azaz. 

La seconda fase “punitiva” progettata dagli USA contro la Turchia, si palesa il 26 ottobre, quando vengono compiute tre operazioni militari ai danni ufficialmente solo di Daesh ma più probabilmente sia di Daesh sia di Al Qaeda. Si tratta di tre raid, condotti tutti sul suolo “liberato” dal SNA filo-turco che è politicamente gestito, all’atto pratico, dalla Turchia. Il 26 ottobre Trump annuncia la morte del Califfo di Daesh Abu Bakr Al Baghdadi a nord di Idlib, vicinissimo al confine turco-siriano e due giorni dopo del portavoce di Daesh, a sud di Jarabulus, mentre fuggiva verso la Turchia. Viene designato come fondamentale l’apporto che l’Iraq ha dato a queste operazioni mentre Ankara viene ringraziata solo per aver concesso il sorvolo del suo spazio aereo. 

La Turchia risponde cominciando ad arrestare membri di Daesh (fra loro la moglie e la sorella, il 5 novembre, di Al Baghdadi) sul suo territorio ed il ministro degli Affari esteri Mevlut Cavusoglu fa a gara con Erdogan a sponsorizzare l’impegno turco contro lo Stato Islamico. 

I tempi sono dunque maturi, il 13 novembre, perché il presidente Erdogan vada a Washington a rinsaldare i suoi rapporti, non tanto con Trump, ma con l’establishment americano. La Casa Bianca ripaga ordinando al senatore Lindsey Graham di affossare la Risoluzione 296 al senato, il 14 novembre, provocando l’ira di molti commentatori locali filo-curdi in Siria. Un account locale ha pubblicato oggi un confronto fra le rotte che l’impero Ottomano fece seguire agli armeni verso i campi di lavoro nel nord della Siria e quelle che oggi la Turchia ha intenzione di usare per riportare i profughi siriani nella Safe Zone: fanno entrambe perno sui passaggi doganali di Tal Abyad e Ras Al ‘Ayn. 

Intanto la Russia è riuscita nell’intento di far avanzare il suo alleato principale in Siria, il governo di Bashar Al Assad, nel nord della Siria (facendolo ratificare alla Turchia con il memorandum di Sochi) ed a mettere in stallo, appunto, tutti i fronti dove il Saa non abbia intenzione di avanzare. Il focus si è quindi mosso sulla (1) ricostruzione della Siria e sul (2) processo di riconciliazione fra le opposizioni e Damasco, tramite il Comitato costituzionale siriano. 

La ricostruzione sarà appannaggio di Russia, Cina ed Iran. Queste sono state le parole del ministro degli Affari esteri siriano Walid Muallem e del presidente Assad, nella sua intervista del 11 novembre, ed il tema è stato ampiamente riconfermato dagli eventi degli ultimi 3 giorni: la visita della delegazione del partito Ba’ath in Cina, seguita da quella in corso a Mosca, la delegazione commerciale in visita in Crimea, i piani di sviluppo di due nuove compagnie petrolifere controllati dal “Qatirji Group” e le parole del ministro dei Lavori pubblici e delle Politiche abitative siriano, Hussein Arnous, il quale ha dichiarato che «alle aziende iraniane sarà data priorità per la ricostruzione». 

Non tutto sta procedendo, per i russi, secondo i piani: la delegazione del governo al Comitato costituzionale sta facendo un’ostruzione smodata ai lavori e rimane la questione curda ad Hassakah ed a Deir Ez Zor.

Il Pentagono ed il segretario alla Difesa americano Mike Esper hanno delineato in poco tempo una nuova strategia americana per la Siria basata sulla narrativa della protezione delle risorse petrolifere e gassifere a vantaggio delle aziende americane del settore e del governo curdo che ne gestirà parte dei proventi, almeno sulla carta. L’avanzata dell’Iran ad Al Bukamal tuttavia è la ragione per cui gli USA rimangono a presidio delle sponde orientali dell’Eufrate. Per farlo devono mettere in difficoltà il governo siriano interrompendo il redditizio contrabbando, sponsorizzato anche dalle SDF, di petrolio verso le aree ad ovest dell’Eufrate. Nel farlo indeboliscono le SDF che si trovano sole nel contrasto a Daesh che, giusto oggi, ha cercato di uccidere il presidente del Consiglio militare di Deir Ez Zor. La strategia americana è ormai abbastanza disinteressata alle istanze curde e lo si è visto dai ripetuti incontri, per lo più istituzionali, che la presidente del Comitato esecutivo (Consiglio presidenziale curdo), Ilham Ahmed, ha sostenuto, infruttuosamente, con vari senatori e rappresentanti del Congresso americano. 

Il ministro degli Affari esteri russo, Sergey Lavrov, è quindi intervenuto pesantemente sui temi sia del Comitato costituzionale sia della posizione curda. Dopo aver rimproverato l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Geir Pedersen, per non aver – a suo dire – impedito l’influenza di attori esteri nel Comitato costituzionale, il ministro ha esortato i curdi a prendere una decisione. La Russia d’altronde ha da subito attaccato gli USA sul piano dell’illegittimità presunta del loro rientro in Siria e si aspettava di riuscire a breve a far sedere le SDF ed il SAA (il SDC con il governo di Damasco) al tavolo delle trattative. 

Se le SDF dovessero venire inserite nel dispositivo del SAA, la Russia avrà osservato pienamente il memorandum di Sochi per quanto riguarda la Safe Zone e si sarà imposta come mediatore, quasi monopolista, delle controversie in Siria. Lavrov se ne è ben accorto e sta spingendo quanto possibile i curdi ad operare una scelta, ma ben sa che la loro affiliazione agli USA a Deir Ez Zor è più che mai obbligata da un punto di vista strutturale più che ideologico. 

Redazione