Shared economy e sostituto d’imposta

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ITALIA – Roma 26/08/2016. Il periodo estivo ha visto – in tema di economia digitale – lo sviluppo di tempi importanti.

 

Mentre siamo in attesa della pubblicazione delle Linee Guida sulla Shared Economy da parte della Ue, è stato presentato il disegno di legge italiana relativo alla “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la proposizione dell’economia della condivisione”.
In particolare, nel disegno di legge si definisce la Shared Economy come una economia «generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali», nella quale i gestori «agiscono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti e possono offrire servizi di valore aggiunto»; inoltre «tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato».
La definizione è certamente di interesse, e trova un riscontro oggettivo nella realtà. È chiaro che il dibattito su cosa sia “davvero” la shared economy sia ancora aperto, vista la natura e la complessità delle opportunità che offre. Leggendo il tentativo italiano di normare il settore, è altrettanto chiaro il tentativo di imbrigliare il fenomeno, ai fini della tassazione, in quanto il gestore del servizio in condivisione dovrà essere sostituto d’imposta per gli utenti “offerenti” la prestazione, e dunque si intravede fin da subito un blocco.
Il concetto di shared economy si può spiegare in modo molto semplice, osservando cosa avviene (o è avvenuto) nella realtà e nella storia.
Nella middle class americana, quella dei “villini ordinati” delle periferie residenziali, c’è stata spesso l’usanza (in determinati periodi dell’anno) di “aprire i garage”, tirando fuori tutto ed esponendolo sul retro del proprio giardino di casa (backyard). Ogni vicino visita il backyard dell’altro e, semplicemente, ci si scambiano oggetti apparentemente inutili (dal guardaroba al cavatappi, dalla gomma della bici che non serve più ad una maschera per Halloween, e cosi via). Un semplice baratto, oppure uno scambio in denaro.
È shared economy? Necessita di un sostituto d’imposta?
Se faccio salire un collega sulla mia auto che è rimasto “a piedi”, e dimezziamo le spese di benzina, c’è bisogno di applicare una tassazione specifica?
E se presto l’auto ad un amico, che per l’incomodo me la restituisce con il pieno, devo pagare le tasse?
In ultimo: organizzo una bella cena a casa mia, con un gruppo di estimatori della cucina romana. Ognuno mette la sua quota per la spesa. Come definisco questa attività?

La shared economy è… un po’ di tutto questo. Del resto, l’Italia del Dopoguerra si è ricostruita grazie all’aiuto reciproco, e ci è arrivata fino al boom economico degli anni ’60. La vicina che faceva la pasta fatta in casa, il portiere che faceva i piccoli lavoretti di idraulica per tutto il condominio, la televisione vista insieme nell’unico proprietario del primo “bianco e nero”, i vestiti buoni prestati fra cugini per andare a fare il colloquio…
Fotogrammi di album dimenticati, ma che hanno reso il Paese un posto migliore, per molto tempo.
Non stupisce quindi la presa di posizione di una delle più grandi associazioni di consumatori che pone i paletti rispetto al disegno di legge presentato, chiedendo una maggiore apertura, e gli strumenti per determinare sviluppo, innovazione, creazione di imprese, e non altri dispositivi e balzelli per impedire ai cittadini di sviluppare libertà imprenditoriale.
Se anche questo disegno di legge diventerà tale, è naturale che i ragazzi con idee originali punteranno nuovamente all’estero, per sviluppare business che, grazie a semplici app, possono diventare anche fenomeni di massa e dunque creare nuovi posti di lavoro. Ma non qui.