RUSSIA. Bloccato l’impianto cinese per imbottigliare l’acqua del Baikal

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Un progetto finanziato dalla Cina per imbottigliare l’acqua del lago Baikal in Russia ha causato un contraccolpo in Siberia, dove stanno montando le proteste per quello che è considerato come un esproprio fatto dai cinesi. Gli ecologisti e le autorità locali avevano già parlato in precedenza dell’imbottigliamento dell’acqua del lago più grande del mondo come un modo “verde” per sfruttare le risorse naturali della Siberia.

Stando a quanto riporta Strait Times, si è diffusa tra i locali una petizione che invita i “patrioti” russi a chiedere la rimozione dell’«impianto cinese sulle rive del nostro lago Baikal». Il documento ha raccolto quasi un milione di firme. L’acqua «sarà spedita in Cina», dice la petizione, avvertendo che la struttura bloccherà l’accesso locale al lago e «infliggerà danni irreparabili» al patrimonio mondiale dell’Unesco. La campagna di chiusura del progetto si è diffusa sui social media negli ultimi mesi senza il coinvolgimento delle principali Ong ambientali.

L’impianto era già in costruzione sulla punta meridionale del lago, che contiene un quinto dell’acqua dolce del pianeta. La scorsa settimana, a seguito del pesante numero di adesioni e di coinvolgimento politico, un tribunale russo ha ordinato che i lavori di costruzione siano sospesi fino a quando non sarà possibile indagare sulle denunce di violazioni. L’azienda che costruisce l’impianto dice di essere sorpresa dalle critiche; la fabbrica si trova nel villaggio di Kultuk, ed è stata costruita dalla società russa AkvaSib, che prevedeva di iniziare la produzione entro la fine dell’anno. La copertura finanziaria è della “Baikal Lake”, con sede a Daqing in Cina, secondo una dichiarazione delle autorità di Irkutsk del 2017, quando hanno dato priorità al progetto che vale 28,36 milioni di dollari.

Secondo AkvaSib, la società ha ottenuto il via libera dopo una valutazione ambientale e ha detto che lo stabilimento non avrebbe precluso l’accesso del villaggio al lago, avrebbe fornito ai locali 150 posti di lavoro e avrebbe pagato alle autorità tasse dovute. Secondo gli ambientalisti russi, ci sono stati sì alcuni problemi con la posizione dello stabilimento, ma che il “fattore anti-cina è molto chiaro” nella protesta attuale. Il caso va direttamente al cuore delle paure e degli stereotipi dei russi moderni, per i quali la Cina farà crollare il patrimonio nazionale russo.

Quella del Baikal segue simili proteste contro la Cina in Siberia, e che hanno portato alcune regioni a cancellare gli accordi con le aziende cinesi. La presenza cinese nella regione è esplosa dopo il crollo del rublo nel 2014 e il governo russo ha allentato le restrizioni sui visti turistici. Con la crescita del turismo e degli affari, è cresciuta anche la diffidenza locale verso i cinesi considerati come delle cavallette aliene, la cui presenza depaupera solo il territorio. 

Anna Lotti