RIJEKA2020. La Fiume dannunziana e la Nuova Europa

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Proseguiamo la pubblicazione della interessante analisi di Rijeka2020, Capitale Europea della Cultura. A questo link si può leggere la prima parte.

I condivisibili «valori dell’Europa contemporanea, forti nella loro unità, che si oppongono al fascismo storico e contemporaneo» non giustificano la erezione di una Stella Rossa che sembra rivendicare le violenze compiute in nome del cieco nazional-comunismo titino. Questo Monumento – rimosso il 6 ottobre forse anche in seguito alle proteste di numerosi cittadini – è in aperta contraddizione con lo spirito della risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 intitolata Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, un documento presentato congiuntamente da membri dei principali gruppi in cui l’Europarlamento «condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari… tra i quali anche il regime di Josip Broz (alias Tito)» ed «esprime inquietudine per l’uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali».

A volerla dire tutta, ricordando le decorazioni di Cavaliere di Gran croce al merito della Repubblica italiana di cui furono insigniti Tito per mano del Presidente Saragat il 2 ottobre 1969 e negli anni successivi un’altra ventina di infoibatori tra cui Mitja Ribicic, Franjo Rustja e Marko Vrhunec, anche il nostro Stato non è immune da colpe. Un atto di tardivo pentimento sarebbe quello della revoca della decorazione. La legge lo consente, ma solo se la persona decorata è ancora in vita. E siccome gli stragisti decorati sono defunti, si sono portati le decorazioni belle e appuntate al petto fin sotto terra. La revoca della decorazione sarebbe tuttora possibile: basterebbe che il Parlamento approvasse una proposta di legge di due righe chiusa nel cassetto che recita: «In ogni caso incorre nella perdita della onorificenza l’insignito, anche se defunto, qualora si sia macchiato di crimini crudeli e contro l’umanità». Il Parlamento non ha ancora trovato il tempo, o i numeri, per lavare questa vergogna.

Rijeka 2020 non ha eventi che ricordino la Carta del Carnaro, la “Costituzione più bella del mondo” del piccolo Stato fiumano creato da D’Annunzio. La Reggenza italiana del Carnaro fu tra i primi soggetti internazionali a riconoscere l’URSS di Lenin, il quale in polemica con i comunisti italiani definì il Comandante-poeta «l’unico vero rivoluzionario in Italia» e fu il primo a riconoscere la Reggenza come Stato sovrano. D’altra parte, anche il referendum indetto da D’Annunzio poco dopo il suo arrivo in merito al modus vivendi negoziato con il Regno d’Italia dimostrava che i Fiumani, coerentemente con la propria storia, erano favorevoli al compromesso. Il Poeta-condottiero continuò a chiedere l’annessione immediata e incondizionata della città all’Italia a dispetto della volontà dei suoi abitanti e dello stesso governo italiano. Ma la Reggenza Italiana del Carnaro non fu solamente uno Stato creato da nazionalisti italiani che ne volevano l’unione alla madrepatria. Essa fu anche un’avanguardia culturale e politica dove si sperimentarono forme di libertà – il divorzio, l’amore libero e omosessuale, l’uso di droghe – tali da anticipare di mezzo secolo i sussulti dei giovani europei che avrebbero voluto «la fantasia al potere».

Lo dimostra il fatto che D’Annunzio, desideroso di mettere in atto misure più audaci in materia di diritti sociali, sostituì presto il suo primo Capo di gabinetto, il nazionalista Maggiore Giovanni Giuriati, con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Questi fu la mente della Carta del Carnaro nonché, subito dopo la dissoluzione della Reggenza con il Natale di sangue, creatore del Comitato di azione e propaganda antifascista a causa del quale il regime fascista lo privò della cittadinanza italiana. Vale la pena riportare alcuni stralci della Carta del Carnaro che sembrano superare le istanze della stessa Costituzione di Weimar e delle Costituzioni della Repubblica italiana e degli altri Stati europei sorti nel Secondo dopoguerra. L’art. 2 richiama il modello di democrazia dell’agorà ateniese, anticipa di un secolo gli esperimenti di democrazia diretta digitale dei nostri giorni, assegna preminenza al lavoro produttivo su quello speculativo e basa l’organizzazione dello Stato sul principio dell’autonomia. L’art. 5 indica le direttrici di uno stato sociale diffuso e profondo e di tutele giurisdizionali.

Inoltre, è una grande occasione perduta l’assenza di eventi che ricordino il centesimo anniversario del Trattato di Rapallo, firmato il 12 novembre 1920 tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Dopo la cacciata di D’Annunzio, questo trattato riportò la città liburnica nel solco della sua storia di Corpus Separatum elevando lo Stato Libero di Fiume al rango di soggetto internazionale membro della Società delle Nazioni. Le elezioni parlamentari dell’aprile 1921 sono un’altra rappresentazione dello spirito autonomista dei Fiumani, che tributarono la vittoria al Movimento Autonomista guidato da Riccardo Zanella con il doppio dei voti ottenuti dai Blocchi Nazionali, la coalizione degli annessionisti. Sebbene la durata dello Stato Libero di Fiume venga considerata ufficialmente dal 30 dicembre 1920 al 22 febbraio 1924, giorno in cui il Regno d’Italia subentrò ufficialmente al governo della città in esecuzione del Trattato di Roma, di fatto esso cessò di esistere come Stato indipendente il 3 marzo 1922, giorno del colpo di Stato degli annessionisti. Ciò non impedì alla città di assaporare la condizione che deriva da uno status simile a quello del Principato di Monaco, del Lichtenstein, di Andorra o del Lussemburgo.

Né si è pensato di ricordare Riccardo Zanella, uno dei più grandi Fiumani della storia. Esule dalla sua città prima per l’aperta opposizione a D’Annunzio, poi per la sua ostilità nei confronti del regime fascista, egli stabilì il Governo in esilio dello Stato libero di Fiume prima a Porto Re, poi a Belgrado e infine a Parigi dove aderì all’antifascismo attivo e rimase fino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Conclusa la guerra, così come si era opposto all’annessione di Fiume all’Italia si oppose alla sua annessione alla Iugoslavia, tanto da chiedere alle Nazioni Unite di restaurare lo Stato libero di Fiume, «vittima del fascismo prima dell’Etiopia». Con la sua morte, avvenuta a Roma nel 1959, è venuto a mancare l’ultimo governante autonomista di Fiume, non l’idea di una Fiume autonoma, plurinazionale, democratica, crocevia delle culture e delle lingue dell’Alto Adriatico.

Di interesse è la retrospettiva Dopo la Grande Guerra. Una Nuova Europa 1918-1923, che ripercorre gli ideali e gli eventi che portarono alla definizione di quella regione racchiusa tra Russia, Germania, Finlandia e Turchia, concepita sul principio di auto-determinazione delle nazioni e che il primo presidente cecoslovacco Tomas Masaryk chiamò «Nuova Europa».

È opinione condivisa tra gli storici che «i vincitori non furono coerenti nel rispettare il diritto delle nazioni all’auto-determinazione, in particolare nel caso dei Paesi sconfitti. Agli Austriaci non fu concesso di unirsi alla Germania; agli Ungheresi di Transilvania non fu concesso di esprimersi attraverso un plebiscito sulla loro volontà di essere annessi alla Romania. Casi simili si verificarono in diverse altre regioni d’Europa. Il principio di auto-determinazione poi non fu applicato alle colonie». Data la sede che ospita la Retrospettiva, sarebbe stato un atto di giustizia nei confronti dei Fiumani non omettere il fatto che tra «le varie altre parti d’Europa a cui non fu concesso di esprimersi attraverso un plebiscito» e dove «il principio di auto-determinazione non fu applicato» vi fosse proprio Fiume. Ricorderemo noi come ciò avvenne.

Nel maggio del 1915 l’Italia entra in guerra al fianco dell’Intesa sulla base del Patto di Londra, in forza del quale avrebbe dovuto ottenere parte dei territori appartenuti alla Repubblica di Venezia e cioè il Nord della Dalmazia fino a Capo Planca. Fiume non vi era stata ricompresa in quanto non si prevedeva la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e si era ritenuto di dover lasciare a questo uno sbocco al mare. In ottobre, il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume ne proclama unilateralmente l’annessione al Regno d’Italia mentre il Consiglio Nazionale Croato ne chiede l’annessione al nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Sorgono quindi due distinte amministrazioni cittadine. In novembre, la città viene occupata da un contingente alleato di cui fanno parte italiani, inglesi, francesi e serbi, con questi ultimi due che appoggiano le rivendicazioni croate.

La conferenza della pace riunitasi a Parigi dall’inizio del 1919 vede fin da subito una contrapposizione tra la posizione dell’Italia, che chiede una rigida attuazione del Patto di Londra con l’aggiunta di Fiume, e quella degli Iugoslavi, che pretendono una linea di confine alle porte di Monfalcone. Nonostante il Presidente americano Wilson proponga ufficialmente una linea di confine che lascerebbe all’Italia l’Istria occidentale e centrale, egli non fa mancare il proprio incoraggiamento agli Iugoslavi. Nel fare ciò, Wilson si pone in contraddizione con la proposta di nuovo ordine internazionale basata sui suoi «Quattordici Punti» e sul principio di nazionalità in essi sancito. Egli infatti nega che il carattere italiano della città di Fiume ne giustifichi l’assegnazione all’Italia. Lo stesso Primo ministro francese Clemenceau dice al suo omologo italiano Orlando che Fiume è irraggiungibile per l’Italia come lo è “la luna”.

D’altra parte, a Fiume nel mese di luglio la rivalità tra la fazione filo-italiana e quella filo-slava porta ad uno scontro armato che vede contrapposti militari italiani e militari francesi. La conferenza di Parigi decide allora di inviare una commissione di inchiesta, la quale non può che constatare che la struttura etnico-linguistica della città è simile a molte città costiere della Dalmazia: il centro cittadino è a dominanza italiana, mentre nell’entroterra a ridosso della città l’elemento prevalente è quello croato. Per cui ne pone l’amministrazione sotto un ufficiale inglese e decide per lo scioglimento del Consiglio Nazionale Italiano. Nel frattempo, il 10 settembre 1919 viene firmato il trattato di Saint-Germain-en-Laye con l’Austria, il quale ufficializza il diniego alle richieste italiane demandando la definizione del confine italo-iugoslavo ad un accordo diretto tra le parti. È in seguito a questi fatti che in Italia nasce il mito della vittoria mutilata, e che prende forma il piano degli annessionisti fiumani italiani, i quali chiedono a Gabriele D’Annunzio di organizzare la presa della città, che avviene il 12 settembre 1919.

L’Italia è poi menzionata in modo sbrigativo e superficiale per mettere in cattiva luce il modo in cui entrò in guerra. Gli autori infatti scrivono che «nonostante fosse un membro della Triplice alleanza, l’Italia si rifiutò di entrare in guerra al suo scoppio. Invece essa passò all’altro schieramento nel maggio 1915». Riecheggia qui la vulgata diffusa dalla storiografia germanica e da una certa storiografia anglo-sassone di un’Italia inaffidabile come i suoi «giri di valzer». In realtà, il rifiuto dell’Italia ad entrare in guerra al fianco degli Imperi centrali, la sua neutralità ed infine l’ingresso in guerra al fianco dell’Intesa erano eventualità non in contraddizione con il dettato della Triplice alleanza, per il modo in cui esse maturarono. Al contrario, lo scioglimento della Triplice avvenne per il rifiuto dell’Austria di conformarsi agli obblighi dell’art.7.

Gaetano Massara