Pirateria

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La pirateria è una pratica antica che da sempre ha infestato mari e oceani in cui vi fosse un sostenuto traffico commerciale. Come vogliono le leggende, i pirati caraibici si muovevano in America centrale attirati dai galeoni spagnoli carichi di ricchezze, non diversamente dai pirati odierni.

La visione spesso romanzata che inconsciamente viene in mente quando parliamo di pirati è che questi siano una sorta di avventurieri o ribelli, con qualche sfumatura romantica e buonista. La pirateria odierna è invece tutt’altro, e si muove per motivi squisitamente economici. Prima che esplodesse il caso della Somalia e dei relativi attacchi, uno dei luoghi più noti al mondo per questo tipo di illecito era proprio lo Stretto di Malacca. La via più breve per passare dall’Oceano indiano al Pacifico è qui, in un lungo percorso di mare (900 chilometri) che separa la Malesia dall’isola indonesiana di Sumatra. L’inizio del percorso è ampio, ma man mano che si procede i due lembi di terra si avvicinano, mentre i naviganti passano vicini a isolette e foci di fiumi. Fin dall’epoca del commercio delle spezie, le popolazioni locali, perfettamente abituate a muoversi in questo ambiente non semplice, cominciarono a dedicarsi ad attività di saccheggio dei bastimenti; il problema era già ben noto alle potenze coloniali, le prime che cominciarono a dare la caccia i pirati. La veloce crescita del mercato asiatico ha così reso lo Stretto un passaggio essenziale per accorciare i tempi di navigazione: oggi il 40% del traffico mondiale passa per quel percorso, linea di approvvigionamento vitale per le economie asiatiche. Beni di tutti i tipi e petrolio sono ogni giorno in movimento nello Stretto, in un flusso continuo che non si arresta mai; non è un caso se all’uscita del percorso ci sia Singapore, uno dei porti più sviluppati del mondo. Al pari del depredamento dei carichi, anche il ritardo o il sequestro di alcuni natanti possono quindi avere seri impatti sulle economie di tutta l’Asia, e di conseguenza sui nostri mercati. La fruibilità di una via di comunicazione così strategica è essenziale, ma per anni la situazione è andata peggiorando, tanto che – nota la rivista Time – nel 2005 l’area venne classificata dal mercato assicurativo londinese come “area a rischio di guerra”. La pirateria è un fenomeno complesso che può coinvolgere gruppi di pirati occasionali, terroristi o addirittura organizzazioni criminali. La crisi economica e la facilità di guadagno, unite alla perfetta conoscenza dello Stretto sono un fortissimo richiamo per la numerosa popolazione locale; non c’è da stupirsi se molti si sono dati alla lucrativa attività criminale, incoraggiata dal costante passaggio di navi di ogni genere. La conoscenza delle acque ed un retroterra logistico sono essenziali per la pirateria; queste caratteristiche, sommandosi alla totale mancanza di collaborazione fra gli stati rivieraschi, diventavano un ottimo stimolo per i pirati. Così, dopo un 2004 con il record di assalti, Singapore, Indonesia e Malesia hanno necessariamente dovuto mettersi a ragionare congiuntamente su come affrontare una minaccia che stava diventando sempre più fuori controllo. Infatti, col passare del tempo, alle forme più elementari di pirateria (attacchi con armi bianche) si erano aggiunti operatori più “sofisticati”, dotati di tecnologie e buone scorte di armi. La risposta dei tre paesi, preoccupati dall’escalation di attacchi, fu quella di organizzare congiuntamente una serie di attività per pattugliare il vasto tratto di mare senza però ostacolare troppo il flusso commerciale che si svolge. I primi assetti chiamati in causa sono stati quelli navali, cui poi si sono aggiunte le capacità di sorveglianza aerea. Questo ha richiesto un notevole impegno e coordinamento fra le nazioni rivierasche, cosa che fino a poco fa non c’era minimamente. Nonostante le difficoltà e la complessità dell’ambiente, dall’inizio dei pattugliamenti congiunti si è notata un’effettiva diminuzione del numero degli attacchi. Nel 2006 anche l’India si è unita agli sforzi antipirateria, ed oggi lo Stretto è decisamente più sicuro, anche se l’International Maritime Bureau continua ad avvisare i naviganti sui pericoli dell’area vicino ad Indonesia, Malesia e Singapore, dove è sempre meglio rimanere vigili. La stessa organizzazione internazionale riporta che non è noto per quanto tempo la collaborazione di questi paesi possa durare; il timore è che come questa venisse a mancare il fenomeno potrebbe ritornare in tutta la sua forza. Come soluzione temporanea questa forma di controllo per ora si è rivelata valida; c’è da chiedersi se forse non potrebbe essere più utile combinare l’azione repressiva a iniziative di tipo sociale per allontanare le popolazioni locali dalle tentazioni della pirateria.