La mutevole mappa del petrolio

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ITALIA – Roma 21/11/2013. Negli ultimi cinque anni, una nuova tecnologia sta contribuendo a rendere gli Usa e moti altri paesi meno dipendenti dal petrolio del Golfo.

Dagli scisti bituminosi si è riuscito a produrre negli States 2,5 milioni di barili al giorno. Questo sviluppo ha inferto, ci dice il libanese As Safir, un calo della dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero, in particolare dalla regione del Golfo ma indica anche che la crescita della produzione nazionale degli Stati Uniti ha portato anche lo sviluppo di una nuova tecnica: la fratturazione idraulica. Quest’ultima ha permesso a nuove fonti di gas, bloccate da rocce e petrolio di essere raggiunte con sviluppi ancora da scoprire. La Cina sta seguendo l’esempio Usa stando ai dati della US Energy Information Administration (Eia), la sezione statistica del Dipartimento dell’Energia di Washington. La Eia ha pubblicato uno studio secondo il quale a settembre le importazioni di petrolio estero degli Stati Uniti sono state di 6,24 milioni di b/d, mentre quelle della Cina erano 6,3 milioni. Questa tendenza dovrebbe continuare per tutto il prossimo anno, aprendo la strada a Pechino per diventare il più grande importatore di petrolio al mondo.Pur contestando i dati usa, per la Cina, l’oggettivo aumento del volume delle importazioni di petrolio era dovuto al miglioramento della situazione economica, alla crescita nel mercato automobilistico, all’urbanizzazione e all’espansione urbana in generale. Le vendite di auto durante lo stesso mese hanno raggiunto i 16 milioni di veicoli, un incremento del 12,7 % rispetto al 2012. Nel futuro a breve, Washington tenderà a concentrare le sue importazioni dalle Americhe (Canada, Venezuela e Brasile) mentre la dipendenza della Cina dal Medio Oriente e del petrolio Opec tenderà ad aumentare. Secondo il Brookings Institute di Washington, la Cina importa più petrolio dal Medio Oriente di qualsiasi altra regione del mondo: l’Arabia Saudita sarebbe il primo fornitore di greggio della Cina, con importazioni di 1,1 milioni di b/d. Nonostante il calo delle importazioni statunitensi, Washington non sarà in grado di voltare le spalle alla regione del Golfo per la natura globalizzata del mercato del petrolio. La sua autosufficienza non gli farà da scudo rispetto alle fluttuazioni del prezzo del greggio. Con circa 17 milioni di barili al giorno che passano attraverso lo Stretto di Hormuz, gli Usa saranno coinvolti negli avvenimenti in corso in Medio Oriente, oltre ad esserlo in altre questioni vitali, come Israele, la lotta contro il terrorismo e la pirateria marittima e così via; tutte attività che richiedono attenzione politica e presenza militare. Il raffreddamento delle relazioni tra Washington e Riad ha anche altre conseguenze “trasversali”. L’Iraq è diventato il secondo più grande fornitore di petrolio della Cina, che prevede di importare dall’Iraq 850.000 b/d nel 2014, cioè quasi un terzo delle esportazioni irachene. Questo sviluppo è dovuto all’enorme investimento della Cina nel settore petrolifero iracheno: PetroChina detiene una quota del 25 % nel progetto West Qurna, che ha acquistato da ExxonMobil, ha anche una partnership con la British Petroleum a Rumaila , il più grande giacimento in produzione in Iraq; PetroChina cogestisce i campi di al-Ahdab e Halfaya. Lo sviluppo dei legami cinesi con l’Iraq è in parte legato ai problemi incontrati con le sue importazioni dall’Iran, a causa del boicottaggio statunitense per le sanzioni sul programma nucleare, che hanno portato a scendere dal terzo al sesto posto tra i paesi esportatori di petrolio in Cina. Pechino, inoltre, non ha compiuto notevoli progressi nell’attuazione dei suoi contratti in  South Pars e Yadavaran, fatto che ha spinto Teheran a minacciare l’annullamento dei contratti.