Un Papa che sgretola i muri con le parole

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ITALIA – Roma. 27/05/14. Papa Francesco nella sua vista nei territori martoriati della Palestina e in Israele ha elogiato il coraggio del presidente sionista Shimon Peres e del leader palestinese Mahmoud Abbas dopo che entrambi hanno deciso di accettare il suo invito in Vaticano a pregare con lui per la pace.

Questo è quanto ha riferito il pontefice durante il viaggio di ritorno dal Medio Oriente durato tre giorni. «L’incontro in Vaticano è per pregare insieme, non si tratta di una negoziazione o mediazione», ha sottolineato Francesco la data potrebbe essere il 6 giugno. Dovrà essere una preghiera senza discussioni quella richiesta dal Papa che ha fatto del dialogo interreligioso una pietra miliare del suo pontificato. Questo visita nel territori di una guerra infinita ha avuto connotati puramente religiosi, ma si sono affrontate anche questioni delicate come la controversa questione del muro che circonda Betlemme in Cisgiordania che i palestinesi devono subire silenziosi come una condanna delle politiche del governo israeliano. Ma anche la questione della intolleranza religiosa, alla quale Francesco ha rivolto un appello dicendo che tutti i credenti devono avere libero accesso ai siti che ritengono sacri all’interno della Città Santa e rivolgendosi alle tre religioni ha detto «bisogna lavorare insieme per la giustizia e la pace», così come da lui stesso mostrato nel complesso di Al-Aqsa, terzo luogo più sacro dell’Islam, che anche gli ebrei considerano sacro.

Come ormai da copione lui è riuscito a stupire tutti a Betlemme quando è sceso dalla jeep bianca aperta nella quale viaggiava per fermarsi in preghiera e porre le mani sul muro che separa i due paesi, atto salutato dai palestinesi come un chiaro messaggio di condanna, sottolineata da Monsignor Lombardi invece come una condanna al terrorismo in tutte le sue forme.

Dopo aver visitato la cupola d’oro del santuario Della Roccia nella giornata di lunedì si è recato al muro del pianto, luogo di preghiera per gli ebrei, dove ha lasciato un biglietto tra le antiche pietre prima di condividere un abbraccio con due religiosi che viaggiavano con lui, il rabbino Abraham Skorka e il professore di studi islamici Omar Abboud.

L’atmosfera è un po’ cambiata con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha espresso irritazione nei riguardi della politica di Abbas che si sta riconciliando con Hamas, da Israele considerato gruppo terrorista che controlla la Striscia di Gaza. Nei suoi colloqui con il pontefice Netanyahu ha lodato il trattamento che il suo paese riserva ai cristiani e ha difeso la costruzione del muro di separazione in Cisgiordania, dicendo che la struttura è una misura di sicurezza, mentre i palestinesi sostengono che ha rubato loro la terra e soffocato l’economia.

La conversazione è diventata un po’ imbarazzante quando Netanyahu ha detto che Gesù parlava ebraico. Il Papa ha risposto con un sorriso dicendo «Lui parlava aramaico», il Primo Ministro non soddisfatto ha ribadito «Egli parlava aramaico, ma conosceva anche l’ebraico». Da queste piccolezze si intravede che il richiamo alla pace è opera difficile in queste terre che cercano la ragione nella forza. L’appello alla preghiera interreligiosa pare essere l’unico elemento che ha trovato accordo, perché la pace deve trovare prima luogo nella mente e nel cuore di chi si combatte, ma sino a quando si cercherà di ottenerla solo con l’utilizzo della forza e del potere delle armi, sino a quando si continuerà a usare impropriamente il termine terroristi e considerarli nemici senza voler sentire ragioni per coloro che hanno una diversa connotazione politica poco si potrà fare per ottenere verità e giustizia.