PAKISTAN. No alla guerra in Kashmir

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La risposta del Pakistan alle decisioni indiane sul Kashmir non si è fatta attendere: espulso ambasciatore indiano in Pakistan, interrotte le relazioni economiche tra i due paesi. E dopo parole di minacce da parte del premier pakistano, Imran Khan, nei confronti della vicina india alla fine ha fatto sapere che non darà battaglia per il Kashmir. Inizialmente, in una riunione di emergenza all’indomani della decisione dell’India di nazionalizzare il Kashmir, Imran Khan aveva avvertito di una possibile guerra tra il suo paese e l’India. Sullo sfondo appunto, l’abolizione da parte di Nuova Delhi di un articolo costituzionale, il 370, che modifica lo status speciale del popolo del conteso Kashmir tra i due paesi. Pechino ha criticato le azioni di Nuova Delhi, mentre gli Stati Uniti hanno fatto sapere di non essere stati informati della cosa. 

L’India, guidata da Narendra Modi, però sembra essere intenzionata a portare avanti la sua decisione. Più di 30.000 truppe indiane aggiuntive inviate nel Kashmir per un totale di 500.000 soldati sul territorio del Kashmir, ora diviso in due stati, uno che continuerà a chiamarsi Jammu e Kashmir (il nome formale del Kashmir) e che avrà un parlamento statale; l’altro chiamato Ladakh, che non avrà un parlamento.

Il primo ministro pakistano parlando in una sessione di emergenza del parlamento a Islamabad per discutere della decisione indiana, ha affermato di temere che il Kashmir sia arrabbiato per la decisione dell’India e suggerisce di lanciare un attacco alle forze di sicurezza indiane. La rabbia scatenata per le scelte indiane è tanta.

Imran Khan ha sottolineato che il suo paese avrebbe resistito alla mossa indiana in ogni piattaforma, incluso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il Tribunale penale internazionale. Ha continuato asserendo che «se il mondo non agisce oggi, le cose raggiungeranno  un livello di tensione di cui il Pakistan non è responsabile», accusando la sua controparte indiana, Narendra Modi, di aver gravemente violato il diritto internazionale per realizzare un’agenda anti-musulmana in India.  

Infine, in questa escalation di tensione, va ricordato che a Lahore è stato rilasciato il 19 luglio Hafiz Saeed, dopo l’arresto avvenuto il 17 luglio, fondatore di Lashkar-e-Taiba, movimento definito terrorista e accusato dall’India di essere dietro gli attentati dei Munbai. Il tribunale ha motivato la sua liberazione asserendo che non ci sono evidenze che sia colluso con al Qaeda. L’uomo da sempre perora la causa del Kashmir e non è da sottovalutare la possibilità di una nuova stagione di attentati nella regione contesa. 

Tommaso dal Passo