PAKISTAN. Elezioni tra baratto dei voti e crisi CPEC 

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Mercoledì il Pakistan andrà al voto. Tutte le città sono infestate da manifesti elettorali e ospitano politici pronti al dibattito.

Nessuno di loro, però, è andato a far campagna elettorale nelle zone rurali. Non serve. Eppure lì abitano il  60% degli elettori. Questi cittadini del Pakistan normalmente votano per il candidato proposto dal capo del loro villaggio alimentando così un mercato dei voti interessante e che alla fine potrebbe fare la differenza. Opporsi a questa indicazione di voto potrebbe essere molto pericoloso. 

Secondo Imtiaz Gul, analista presso il Centro di ricerca e studi sulla sicurezza, questo tipo di voto all’ingrosso è particolarmente importante nelle province del Punjab, del Sindh e del Balochistan, dove «determina in larga misura l’esito delle elezioni».

I candidati corteggiano questi mediatori locali di potere e promettono i contratti, i lavori di costruzione ed altri incentivi in cambio dei voti, dice Gul.

«I leader hanno persone che vivono sotto la loro influenza. Le persone sono analfabete e molte di loro vengono semplicemente consegnate spiritualmente al capo, a prescindere da quanto sia brutale o buono. E poi ci sono persone che sono perseguitate o costrette a votare».

Nel Punjab rurale ci si aspetta che le persone rimangano fedeli ai loro biradari (fratellanza), un gruppo ancestrale che svolge un ruolo importante nella politica e nella società.   

Sarà dunque cruciale per i candidati accaparrarsi questo voto.  Elezioni molto discusse, criticate soprattutto all’estero per via dei candidati selezionati: molti di loro sono jihadisti.

Ma c’è un altro spettro che aleggia sulla campagna elettore del Pakistan: la crisi finanziaria.

C’è chi infatti si interroga se questa crisi porterà a una prematura scomparsa della CPEC oppure dalla tornata elettorale uscirà un governo in grado di mettere mano alla situazione.

I progetti interessati comprendono Hakla-Dera Ismail Khan, la strada occidentale della CPEC e tutte le sezioni dell’autostrada Karachi-Lahore. Una serie di progetti stradali relativi al corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 52 miliardi di dollari si troverebbero in una fase di stasi, poiché l’Autorità Nazionale per le Autostrade (NHA) del Pakistan sta affrontando una crisi finanziaria, hanno riferito ieri i giornali locali.

Gli appaltatori hanno interrotto il lavoro su parecchi progetti di CPEC dopo che i loro assegni del valore di oltre 5 miliardi Rs non sono stati saldati.

Secondo il rapporto, non solo i progetti della CPEC, ma anche le industrie locali legate all’edilizia e una grande forza lavoro di ingegneri e operai sono stati colpiti dalla situazione.

Quando contattato, il portavoce dell’NHA Kashif Zaman ha detto che l’autorità ha emesso assegni per 5 miliardi di Rs il 29 giugno alle aziende contro la sanzione da parte del governo.

Ha detto che gli assegni per un valore di Rs 1.5 miliardi sono stati liquidati lo stesso giorno e «gli assegni restanti che sono stati depositati il giorno seguente non potrebbero essere liquidati».

Zaman ha detto che la questione era stata discussa con il governo e che sarebbe stata risolta presto. Interrogato sulla sospensione dei lavori da parte dei contraenti, ha dichiarato che lo stato di avanzamento dei progetti “non è stato compromesso” e che la maggior parte dei progetti in questione sarà completata entro dicembre.

La CPEC collegherà la regione cinese dello Xinjiang con il porto pakistano di Gwadar, dandole accesso al Mar Arabico.

Mentre l’India si oppone al percorso della CPEC, che attraversa la parte controversa del Kashmir detenuta da Islamabad, gli esperti ritengono che il Pakistan stia già affrontando un pesante onere del debito a causa del progetto. 

Antonio Albanese