Myanmar tensioni etniche per lo sviluppo

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MYANMAR – Naypyidaw. 12/07/13. Il 27 giugno il governo del Myanmar ha annunciato di aver assegnato un contratto di telecomunicazioni ad un’azienda del Qatar, la Ooredo, scatenando nel paese le reazioni dei social media e dei cittadini, che hanno minacciato di boicottare i servizi dell’azienda.

 

Il Myanmar sta divenendo sempre più una destinazione per attività remunerative, lo dimostrano alcuni dati sulla sua economia, pari a 45 miliardi di dollari nel 2010 e stimata pari a 200 miliardi di dollari nel 2030 (secondo fonti non ufficiali); 170 miliardi di dollari sono attesi come flussi di capitali in entrata, destinati all’acquisto di terreni, edifici e macchinari. L’ingresso di ingenti capitali, però, è stato accompagnato da tensioni etniche, in particolare dei buddisti verso i costruttori musulmani: alcuni commercianti hanno interrotto i loro rapporti con i costruttori musulmani e gli edifici da questi ultimati sono stati minacciati di danneggiamento.

Il governo del Myanmar ha preso le distanze da questi atteggiamenti, sostenendo che rappresentano una violazione dei principi di economia di mercato e libera intrapresa economica. Alcuni paesi sfruttano il canale degli aiuti economici al Myanmar per avere accesso al mercato del paese.

Ad esempio, la Norvegia nel gennaio 2013 ha rinunciato al 100 per cento dei debiti contratti dal Myanmar; in cambio una sua azienda, la Telenor, ha ricevuto l’altro contratto di telecomunicazioni. Questa via potrebbe essere intrapresa anche da Corea del Sud, Giappone e India per contrastare la roccaforte cinese nell’ex Birmania. Dunque, per il momento le rappresaglie della popolazione buddista non hanno ostacolato il flusso di capitali nel paese.

Neanche la questione della minoranza Rohingya ha creato per ora alcun problema alla crescita economica del Myanmar. Di recente, l’11 giugno, il governo birmano ha dichiarato lo stato di emergenza nella regione del Rakhine, al confine con il Bangladesh, a causa degli scontri tra la maggioranza buddista e la minoranza Rohingya, appunto. Nei contrasti hanno perso la vita almeno 29 persone. I Rohingya hanno tentato di scappare per rifugiarsi in Bangladesh, senza essere accolti, nonostante la richiesta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNU) di aprire le porte ai profughi (solo gli stati musulmani accettano i Rohingya). Le violenze sono iniziate dopo lo stupro e l’assassinio di una ragazza buddista, avvenuti il 28 maggio, ad opera di tre giovani Rohingya, secondo le accuse. Subito dopo c’è stato l’assalto ad un pullman di pellegrini musulmani da parte della maggioranza buddista. I Rohingya sono una minoranza di 800 mila persone, su una popolazione di 4 milioni di abitanti (secondo fonti non ufficiali), sono considerati bengalesi musulmani e non birmani. Per questo sono privati dei diritti fondamentali, come la cittadinanza, l’accesso alle cure e all’istruzione, la libertà di spostarsi e di sposarsi.