MYANMAR. Rakhine nuova Palestina asiatica

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Phil Robertson, il vice direttore asiatico vice per Human Rights Watch, ripreso dal South China Morning Post, ha detto che i militari del Myanmar nel Rakhine stanno utilizzando le stesse tattiche utilizzate dall’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale, riassumibile nel concetto di “sanko seisaku”: uccidere tutti, bruciare tutto, distruggere tutto.

«Così i villaggi o le zone bersaglio delle operazioni e i sospettati di essere legati ai ribelli, subiscono una “punizione” che investe tutti coloro che vi si trovano, allontanando essenzialmente la base di sostegno per eventuali insorti che potrebbero trovarvi rifugio», ha detto Robertson. Intervistati dalla Reuters, venerdì scorso, in un campo profughi a Kutapalong, in Bangladesh, alcuni abitanti di un villaggio Rohingya hanno raccontato le violenze subite e Robertson ha detto che il modus operandi prevede che «chiunque corre è un potenziale ribelle e deve essere ucciso».

Uomini e ragazzi sono trattati come insorti e subiscono tortura, detenzione preventiva o vengono giustiziati, mentre le donne sono frustate davanti agli altri, molestate e maltrattate sessualmente e, in alcuni casi, stuprate, ha detto Robertson.

Human Rights Watch e altri gruppi internazionali per i diritti umani sono stati accusati dal governo del Myanmar di aver sovradimensionato la portata della crisi, ma le ong dicono che le denunce sulla brutalità dei militari si basano su interviste ai rifugiati rohingya in Bangladesh e altrove. I risultati dei gruppi si basano anche su immagini satellitari e ad oggi l’accesso alla provincia per gli osservatori dei diritti, i gruppi di aiuto e i giornalisti è pesantemente limitato.

Le truppe di stanza nel Rakhine sono le 33° e 99° Light Infantry Divisions, considerate la punta di lancia della controinsurrezione; si tratta di truppe eccezionalmente dure, temprate in battaglia, che non hanno nulla a che vedere con le sottigliezze dei diritti umani; sono addestrate ad uccidere riporta Scmp.

Aung San Suu Kyi, leader de facto del Myanmar, ha detto recentemente che le autorità si stavano occupando di «tutti coloro che sono nel nostro paese, siano essi o meno nostri cittadini», seguendo la versione ufficiale che i rohingya non appartengono a Myanmar, non ne sono cittadini.

Nei suoi primi commenti diretti ai media, il Premio Nobel non ha fatto riferimento né all’esodo di massa della minoranza in Bangladesh, né alle accuse di abusi da parte dei militari.

In una precedente dichiarazione, la scorsa settimana, ha accusato i ribelli di aver fatto un «enorme iceberg di disinformazione». Robertson ha detto che la cessazione della brutale campagna militare in Rakhine avrebbe avuto successo solo se lo prevederà il vertice del paese, ma questo fino ad oggi non è accaduto e le truppe hanno l’impressione che possono fare tutto ciò che vogliono.

Suu Kyi sta affrontando la condanna internazionale delle violenze e ci sono sempre più richieste che le venga tolto il Nobel per la pace, ma il governo democraticamente eletto che di fatto guida esercita ad oggi poco potere sui militari, sul Tatmadaw.

Mentre la Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi è indipendente dai militari, la Tatmadaw controlla il ministero degli Interni, della Difesa e degli Affari di confine, e si è assicurata il 25% dei seggi nel parlamento nazionale.

Il vertice militare del Myanmar, Min Aung Hlaing, ha detto che il Tatmadaw non avrebbe tollerato «perdite territoriali» a causa dei ribelli nel Rakhine.

La situazione del rohingya del Myanmar diventerà la prossima tappa dell’Islam militante, dopo le Filippine? Diverrà, cioè, una sorta di Palestina asiatica? I rohingya del Myanmar sono apolidi, perseguitati e di fatto stanno costituendo una nuova causa per l’estremismo religioso. 

Maddalena Ingrao