Il caso dei tagliaboschi cinesi in Myanmar

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MYANMAR – Yangon 30/07/2015. Il governo del Myanmar il 30 luglio ha amnistiato  6.966 prigionieri tra cui i 155 taglialegna cinesi arrestati nei giorni scorsi.

I 155  cinesi erano, infatti, tra i 210 detenuti stranieri liberati nello stesso giorno, la loro libersazione è tesa per Yangon a mantenere l’amicizia e legami con i paesi limitrofi.
Il 22 luglio, i taglialegna cinesi sono stati condannati per aver violato la legge di Myanmar relativa alla distruzione di proprietà pubbliche.
A giugno, riporta Xinhua, i funzionari cinesi avevano consegnato oltre 205 cittadini del Myanmar arrestati in Cina per immigrazione e di lavoro illegale. I taglialegna erano stati accusati per il disboscamento illegale e condannati a venti ani di carcere da un tribunale distrettuale nel nord del Myanmar il 22 luglio, secondo quanto denunciato dall’ambasciata cinese in Myanmar. La Cina, ricorda Xinhua, rispetta leggi e costumi di altri paesi e chiede sempre ai suoi cittadini non infrangere le leggi locali quando sono all’estero e, per Pechino, è anormale imporre condanne pesanti su un grande numero di cittadini stranieri per lo stesso reato, come fatto dal Myanmar contro i taglialegna cinesi, tanto da dubitare della stessa imparzialità di giudizio. Per le autorità cinesi, is taglialegna, arrestati in un raid sul disboscamento illegale in Myanmar nella regione settentrionale del Kachin, la stessa che vive la recrudescenza di un conflitto politico-etnico, difficilmente potevano conoscere l’illegalità della loro attività prima di essere arrestati. Nel timore di un inganno perpetrato nei loro confronti, le accuse devono essere valutato caso per caso e non in gruppo. Il governo cinese, riporta Xinhua, si oppone al disboscamento illegale, all’estrazione mineraria illegale e al commercio illegale di animali selvatici, e Pechino si è impegnata a rafforzare la cooperazione con i paesi vicini, tra cui il Myanmar, per contrastare le attività illegali e proteggere le risorse naturali dell’area.