Conoscere l’islam, intervista a Mohammad Abdelsattar al-Sayyed

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SIRIA – Damasco. 11/01/15. Prima parte. Fino a 3 giorni fa andare in Siria rappresentava una scelta inutile. Sembrava che nessuno potesse credere che in questo paese il terrorismo stesse facendo strage di civili responsabili solo di non voler cedere alla follia di questo presunto Stato Islamico formatosi grazie alla necessità geopolitica di controllo della Regione. 

Come disse qualche tempo fa Hilary Clinton “la situazione ci sta sfuggendo di mano”, e già pare che il mondo stia cominciando ad accorgersi che il pericolo incombe, perché al di là dei mandanti di questo o quell’attentato sono state formate persone disposte a sacrificare tutto, anche la propria vita, per il raggiungimento di uno scopo. Sul web è possibile trovare tutto il materiale per rendersi conto che ISIS sta facendo sul serio, la formazione breve o lunga addestra giovani alla violenza che può sfociare in tante forme. La base di partenza, a prima vista, potrebbe sembrare la religione, ma questa è la più grossa falsità che si possa raccontare; l’islam in generale è tutt’altra cosa e all’interno di questo vi è una variegata coesistenza di scuole di pensiero che se studiate e verificate non appartengono a questi nuovi messaggi di violenza. Ho visitato più volte la Siria proprio perché in questo momento è il paese che più di ogni altro, sino ad oggi, ha sofferto di questo contrasto e che combatte queste forme di imposizione che si possono solo allineare con principi sanguinari di un pensiero unico proveniente dalla mente contorta di qualcuno che non è disposto ad accettare contradditorio.

Per comprendere meglio la realtà ho proprio voluto incontrare alcuni capi religiosi di varie scuole di pensiero, tra i massimi esponenti siriani, per comprendere anche questa forma di speciale convivenza multipla caratteristica di questo paese prima della guerra, non solo tra i tanti islam, ma anche con la numerosa comunità cristiana ora messa in serio pericolo.

Un incontro impegnativo ma ricco di spunti di riflessione è quello con il Ministro degli Affari Religiosi Mohammad Abdelsattar al-Sayyed, mi riceve prima a Damasco presso il Ministero e poi a Tartus sua città natale. Per sviscerare le contraddizioni non basterebbero giorni, ma quello è importante giungere alla definizione raccolta dal popolo siriano lungo le strade riguardo al conflitto e come ho più volte avuto modo di sentire il siriano non vuole che gli si domandi a quale religione appartiene perché lui si ritiene semplicemente “cittadino siriano.” Il Ministro da subito mostra la sua disponibilità nei confronti dell’Italia perché dice è il centro della cristianità e pertanto molto vicina alla Siria che ne è invece la culla. «Il mondo deve vedere con i propri occhi» mi dice «e la sua presenza qui è una voce che potrà raccontare la verità. Noi abbiamo cercato di dirlo, sin dal primo momento, che quello che stava accadendo non aveva nulla a che vedere con una richiesta di democrazia, di libertà o di riforme, bensì era ed è una vera aggressione. Questa è una ideologia oscurantista che opera con la violenza e l’annullamento dell’altro, e chi non aderisce può solo vedersi tagliare la testa. Il motivo vero è quello che si voleva distruggere questo paese fondato sulla tolleranza. Noi pensiamo che gli Stati Uniti d’America, che hanno appoggiato quest’onda takfirista dell’Arabia Saudita, quest’onda di jihadisti che portano questa ideologia wahabita non può essere quella che combatte l’ISIS e i suoi seguaci». 

Gli domando se queste  accuse, queste certezze derivano da dati certi e lui mi risponde senza essere evasivo invitandomi a guardare fuori dalla finestra del suo studio e mostrandomi come le croci delle chiese si sovrappongano ai minareti delle moschee e mi dice «Questa è sempre stata la nostra politica, la Siria è l’unico stato dove si professa il cristianesimo e l’islam in ugual misura, è per questo motivo hanno assassinato anche degli Imam come lo shaykh Muhammad al-Buti, di origini curde ucciso in un attentato terroristico dall’ISIS insieme ad altre 48 persone mentre teneva la sua lezione settimanale».

La vita del Ministro al-Sayyed si divide tra gli impegni istituzionali e quelli religiosi, infatti il venerdì continua a seguire i fedeli della sua comunità nella città di Tartus, lui è sunnita ma questo non è un problema o una differenza dice quando io gli domando del Presidente Assad che è invece alawita: «L’islam è una religione di fratellanza, di amore e di uguaglianza per tutta la gente. È una religione fondata sul principio della scelta e non sulla costrizione». Citando il Corano continua «Non c’è coercizione nella religione, chi vuole può credere, chi vuole può anche diventare un miscredente» e ancora «Invitare alla religione come è scritto nel Sacro Corano certamente ti aiuta a dialogare e perseguire la via di Dio attraverso le buone maniere e la tolleranza. La nostra ideologia è la buona parola e non la pallottola che uccide e il primo versetto, sceso sul profeta Muhammad, pace su di lui e sulla sua famiglia, è leggi e non uccidi e nella nostra sharia non esiste l’uccisione e non esiste obbligare a credere».

Tace per un attimo poi mi dice «Ora voglio io farle una domanda e spero possa arrivare anche può lontano di questa stanza, io sono stato diverse volte a Londra e Parigi ho visitato alcune moschee e centri islamici,  chi ha insegnato ai musulmani europei? Chi ha costruito i centri islamici, le moschee e luoghi di culto? Chi li ha finanziati tutti coloro che dall’Europa sono partiti per venire qui in Siria e combattere sotto il nome del jihad? Chi ha istituito prima ancora al-Qaeda?»

Mi può spiegare meglio?

«Alcuni Stati vicini, in primis la Turchia, poi anche il Qatar e l’Arabia Saudita con l’appoggio degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e anche Israele hanno gonfiato il complotto contro la Siria usando il motivo delle riforme; abbiamo invece visto degli assassini, distruzione, terrorismo e fondamentalismo. Sono arrivati qui addestrati e armati e hanno ucciso tutti indistintamente: bambini, vecchi, donne, uomini di religione e tutto il mosaico di cui è costituito il popolo. Ci ha salvati l’unione tra l’esercito e la dirigenza siriana e la resistenza di un nazione fiera. Quelli che alcuni definiscono moderati non esistono dal momento che per imporre la loro idea imbracciano un’arma e uccidono. Una vera opposizione lavora per gli interessi della patria non per distruggerla».

Signor Ministro come si può sconfiggere il terrorismo?

Se gli Stati Uniti d’America e il mondo Occidentale vogliono veramente combattere il terrorismo e l’ISIS dovrebbe rispondere a quelle domande, prima di tutto bisogna fermare i finanziamenti e comprendere chi ha l’interesse di sostenerli. Poi penso che chi voglia combattere ISIS oggi dovrebbe allearsi con la Siria perché noi siamo la prima vittima di questo gruppi armati, da 4 anni li combattiamo anche attraverso l’ideologia. Abbiamo sacrificato molti martiri, di cui 86 imam delle moschee e questa, come vede, non può essere una guerra dell’islam. L’intervento della stessa coalizione internazionale ha una veduta ristretta e non è utile alla Siria e alla distruzione del terrorismo. Bisogna combatterne la sorgente, il pensiero fondamentalista che ha prodotto al-Qaeda, che ha prodotto l’ISIS e il Wahabismo che ha prodotto questi gruppi che si professano islamici, ma l’islam è innocente e stanno approfittando della religione per raggiungere obiettivi di terrorismo politico. La Siria ha una natura moderata è un esempio per la convivenza religiosa e il terrorismo non potrà giungere alla vittoria, perché non ci appartengono le radici del terrorismo. Per fermarli basta poco: fermare l’invio dei terroristi dagli altri paesi mandati qui a combattere, vietare l’armamento e il finanziamento di ogni forma non lecita, questa è la soluzione».

Lei pensa che le divisioni in seno all’islam abbiano inciso su questa guerra? 

«Le differenze dell’islam sono di origine ideologica e scientifica e si basano sulla interpretazione del Testo Sacro e da ciò sono derivate diverse scuole di pensiero. Ma l’Islam è una cosa sola, non ci sono due islam c’è un solo Corano, un solo Dio e la stessa maniera di pregare, gli stessi usi religiosi. Dai tempi del Profeta Muhammad, pace su di lui, i tempi sono cambiati e naturalmente bisogna pensare e adattare al momento presente questi studi. L’intento di coloro che hanno creato le scuole di pensiero non era però quello di dividerci in sette e se avessero saputo questo non avrebbero fatto questi studi perché così sono in contrasto con il testo divino che indica l’unione come principio. I fedeli sono una sola famiglia. Questa è la veduta islamica nella storia, poi è entrata la politica che ha portato la religione su un’altra sponda e la politica è entrata nella religione e non viceversa, approfittando delle interpretazioni abbiamo visto sorgere wahabismo e l’organizzazione della fratellanza islamica che ha ulteriormente alimentato le divisione nell’islam».  

Quale è il ruolo del Ministro degli affari Religiosi? 

«Il Ministro degli Affari Religiosi dirige tutte le Organizzazioni religiose nelle moschee, negli Istituti, nelle Università dove si insegna la religione, le Università islamiche, le scuole della Sharia islamica, le Associazioni di volontariato, gli orfanotrofi. Organizza coloro che chiamano alla preghiera, il personale che serve nelle moschee, unisce gli Imam, in sostanza dirigere il lavoro islamico religioso all’interno dello Stato. Ha un ruolo grande e importantissimo all’interno della società siriana, che vieta il pensiero integralista, garantisce la multi confessionalità  per giungere al lavoro completo con tutte le altre religioni».

Signor Ministro mi vuole parlare dell’opera realizzata dagli studiosi dell’islam in Siria?  

«Abbiamo voluto spiegare attraverso i versetti Coranici l’unione tra musulmani,  cristiani e con tutte le altre religioni, un compendio che spiega ciò che è il vero islam seguendo solo il testo sacro; è una grande opera fatta dagli scienziati islamici che garantisce le future generazioni, un antibiotico contro il pensiero takfirista. Vorrei dare a lei una copia insieme ad un messaggio speciale che spero potrà consegnare al Santo Padre e con l’occasione voglio ringraziarlo per le preghiere per la pace, per quelle rivolte direttamente alla Siria, in particolare quando ha voluto pronunciare parole che vietano il terrorismo e il suo finanziamento. Saremo onorati di ricevere il Santo Padre qui in Siria per spiegargli cosa sta accadendo. Il Papa Giovanni Paolo II ha visitato la Siria e nella Moschea degli Omayyadi disse che Damasco è la capitale delle Capitali. I rapporti con il Vaticano sono ottimi e forti, il rappresentante è ancora a Damasco, non ha abbandonato la città, mensilmente abbiamo degli incontri religiosi anche con il patriarcato rapporti di scambio culturale mensile anche quotidiano se necessario. Siamo stati vicini ai cristiani quando sono stati colpiti i luoghi sacri del cristianesimo, ma anche adesso dopo il rapimento di due vescovi di Aleppo. Non ci sono differenze tra un cristiano e un musulmano perché infine noi siamo siriani».

L’islam mostra sempre più il suo volto e chi si avvicina a questa cultura che è senz’altro diversa non può non accorgersi che spesso quella che noi viviamo all’interno dei nostri paesi non rispecchia la realtà. Forse chi giunge nella nostra realtà Occidentale si sente in pericolo e tende a estremizzare, certo anche il paese di provenienza è importante come lo è il fatto che spesso chi sbarca sulle nostre coste lo fa per disperazione e cerca di proteggere la propria identità. Uno degli errori più grandi che ho osservato è che il popolo siriano non ama usare la parola profugo perché all’interno dei propri confini cerca di accogliere chi ha perso tutto. Ma allora chi sono questi siriani che arrivano attraversando al Turchia? Abbiamo il pericolo del terrorismo che incombe sui nostri paesi forse, e la nostra democrazia deve essere protetta anche da controlli più serrati e rimpatri, perché il rischio è di accogliere chi sino al giorno prima si trovava tra i combattenti non è impossibile. Una politica di accoglienza non può prescindere da una politica di sicurezza e questo lo si deduce da paesi appunto come la Siria, ma anche il Libano che non dimentichiamo ha milioni di profughi all’interno dei propri confini e che sta adottando politiche sempre più restrittive. 

alessandra.mulas@gmail.com

Foto di: Mauro Consilvio