Mekki, il falco di Ennhada

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TUNISIA – Tunisi 26/08/2013. Nei governi di Hamadi Jebali e Ali Laarayedh, Abdellatif Mekki è il ministro della salute, e nel partito Ennahda è semplicemente un membro senza responsabilità particolari, eppure è l’atro nascente di Ennhada.

Ad affermarlo e il tunisino Business News. Eppure, sentendolo parlare in questi giorni, si potrebbe pensare che egli sia il portavoce di Ennahda, o almeno uno dei politici la cui voce deve essere ascoltata. Mekki, proprio come l’ex Primo Ministro Jebali, è comparso molte volte sui media del paese nell’ultimo periodo. Non solo parla per il suo partito, ma non esita a mettere in dubbio le affermazioni di Jebali, sostenendo che quest’ultimo stava parlando a titolo personale.

Mekki è uno dei falchi di Ennahda. Attivista politico da quando era studente, è stato il segretario generale del sindacato studentesco islamista, l’Unione generale degli studenti tunisini (Ugte). Ha poi subito la repressione del regime, è stato torturato in carcere. Con l’avvento della rivoluzione e l’organizzazione delle elezioni di ottobre 2011, è stato eletto come membro dell’Assemblea Nazionale Costituente (Anc) prima di prendere le redini del Ministero della sanità del governo di Jebali, e prima di essere rinominato nel governo di Laarayedh .

Dalla sua ascesa, Mekki si è distinto sui media per la sua rigidità politica, che gli ha fatto guadagnare il titolo di “falco di Ennahda”. In una sua intervista con Shems radio, Mekki ha  sostenuto che Rachid Ghannouchi aveva dovuto rimandare il suo incontro con il leader tunisino del sindacato Ugtt, Houcine Abassi, a causa di un viaggio inaspettato all’estero. Subito dopo, l’ufficio di Ghannouchi ha emesso un comunicato stampa in cui si negava il viaggio si accusavano i media di «calunnia e la menzogna».

Scarso coordinamento? O un tentativo da Ennahda di salvare la faccia? Mekkiin una successiva intervista al quotidiano El Fejr ribadiva le sue affermazioni.

In tutti i casi, gli eventi gli hanno dato ragione poiché si è scoperto che Ghannouchi era stato a Parigi, dove aveva incontrato Beji Caid Essebsi: Mekki aveva “cantato”, mentre il viaggio avrebbe dovuto essere segreto. Per quanto riguarda il suo linguaggio mediatico, Mekki parla di una «guerra mediatica e psicologica» guidata dall’opposizione contro i politici, e in particolare quelli di Ennahda. Quindi, è nello spirito di militanza che Mekki risponde suoi avversari con un registro verbale di guerra. Ha osservato che «la situazione non è catastrofica e il fallimento è relativo», aggiungendo che, «non ci sono tentativi di dare l’impressione di uno stato apocalittico. L’impressione è che tutto sia completamente sbagliato». Mekki ha poi ribadito, dicendo: «Le dimissioni sono fuori discussione. Perché dovremmo farlo? Perché non tenere Laarayedh come capo del governo? ». Inoltre, ha aggiunto, «scusate il paragone, ma questo stato di cose mi ricorda le pratiche sioniste che richiedono costantemente concessioni ai palestinesi, nel quadro dei negoziati del processo di pace, mentre non ne ammettono nessuna», un paragone in cui Ennahda è come i palestinesi e il Fronte di salvezza nazionale è come le autorità israeliane. Un parallelo che si integra perfettamente con il suo discorso politico in cui Mekki considera buoni musulmani coloro che sostengono Ennahda e ritiene la sinistra e l’Unione per la Tunisia (Upt) infedeli.

Il 14 agosto, attraverso i microfoni di Shems FM radio, il ministro della sanità afferma che le dichiarazioni di Jebali sono a titolo personale e che lui non stava parlando a nome del partito.

Ma se il segretario generale di Ennahda non rappresenta e non esprime le posizioni del partito, che posto che occupa nella struttura? si chiede Business news. 

Commentando poi il conflitto e la pressione politica nata dalle manifestazioni, Mekki, li definisce: «Chi partecipa ai sit in e al Fronte di salvezza nazionale costituisce una parte integrante del regime di Ben Ali (…) Ennahdha è presa dal fuoco incrociato di due fattori distruttivi, due movimenti caotici: l’estrema destra, i terroristi, e l’estrema sinistra, i comunisti (…) Queste persone hanno preso in ostaggio la vita politica tunisina e ora ne chiedono il riscatto. Così che cosa stiamo andando a discutere e che tipo di dialogo avremo con loro?».