Il Medio Oriente chiude le porta agli Stati Uniti

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ITALIA – Roma 09/09/2013. Il Presidente degli Stati Uniti sembra non avere la strada spianata ad un intervento militare unilaterale in Siria.

Gli remano contro in tanti e rischia di estendere un conflitto a livello planetario coinvolgendo la comunità internazionale. Anche oggi il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato che ogni azione militare nella regione del Medio Oriente verrà condannata a prescindere da qualsivoglia pretesto di intervento: «Condanniamo l’uso di armi chimiche, ma respingiamo qualsiasi azione militare nella regione e consideriamo le strategie politiche e di dialogo tra le parti come la migliore soluzione possibile per la crisi della regione». Zarif ha incontrato ieri a Baghdad il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki che ha voluto sottolineare come in tempi non troppo lontani l’uso delle armi chimiche da parte dell’allora leader Saddam Hussein siano state taciute dagli stessi che oggi condannano, ancora senza prove certe, il Presidente Assad. Zarif ha anche voluto lanciare un appello ai partiti siriani affinché perseguano da subito un percorso politico per giungere ad una conclusione pacifica della crisi.

Si sono espressi sulla questione anche i paesi latinoamericani dell’Alba, Alleanza bolivariana per le Americhe, di cui fanno parte Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador e Bolivia che hanno condannato ogni possibile aggressione contro la Siria e annunciato l’invio di aiuti umanitari in Libano per i rifugiati siriani. Attraverso la voce del suo Segretario Generale «Alba chiede agli Stati Uniti di astenersi dal lanciare una aggressione militare contro il popolo siriano e il suo governo», accusando l’amministrazione americana di ricorrere alle stesse strategie usate in Iraq, in Afghanistan e in Egitto.

Già qualche giorno fa Putin aveva rilasciato una dichiarazione in cui in caso di intervento militare la Russia si sarebbe schierata con il governo ufficiale di Damasco. A tal proposito il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha ribadito ieri, in un incontro con il suo omologo siriano, che si deve continuare il lavoro della diplomazia e che appunto deve essere evitato il ricorso alle armi; ha affermato che la Siria si è resa disponibile ai colloqui di pace da discutersi nella Conferenza di Ginevra. Il Ministro degli esteri siriano, Walid Muhallem, si è complimentato con l’amministrazione russa per gli sforzi usati per prevenire ogni atto di aggressione del suo paese e ha dichiarato che «la Siria tiene in grande considerazione la posizione inflessibile del presidente russo Vladimir Putin. Perché come dimostra la storia, le prime vittime di ogni conflitto militare sono donne e bambini». Lavrov ha anche voluto evidenziare la sua preoccupazione per la sorte dei russi che vivono in Siria e che un intervento militare avrebbe conseguentemente messo in discussione la conferenza di pace; inoltre ha continuato dicendo che una soluzione militare non potrebbe che causare una esplosione del terrorismo. Tanto più che Damasco ha detto si all’accoglimento si altri esperti chimici, se necessario per completare la missione, e di collaborare per espellere i terroristi dal proprio territorio. 

Per quanto riguarda l’Unione europea nonostante si sia schierata in generale sulle accuse a Bashar Al-Assad, unico secondo loro ad avere avuto in dotazione le armi chimiche, Bruxelles ha lanciato un appello attraverso le parole di Catherine Ashton, a non iniziare alcuna operazione contro il regime siriano fino alla pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite sul presunto utilizzo delle armi chimiche nel conflitto da parte del governo in carica. Le prove di Obama sembrano davvero sgretolarsi sempre più; lo dimostra, tra l’altro, la dichiarazione di Pierre Piccinin, liberato ieri insieme al giornalista Domenico Quirico, rilasciata a radio Rtl in cui dice che non è il regime di Bashar al Assad responsabile dell’attacco con armi chimiche del 21 agosto scorso. «È un dovere morale dirlo. Non è il governo di Bashar al-Assad ad aver utilizzato il sarin o altri gas alla periferia di Damasco». L’insegnante ha poi ammesso che «mi costa molto dire tutto ciò, perché dal maggio del 2012 sostengo fortemente “l’Esercito libero siriano” nella sua giusta lotta per la democrazia». Sostiene di aver sorpreso una conversazione tra ribelli in proposito proprio insieme a Domenico Quirico. «Per il momento, però, per una questione di etica, Domenico ed io siamo determinati a non fare uscire i dettagli di questa informazione», ha affermato Piccinin facendo riferimento all’interrogatorio di Quirico in programma oggi e al suo quotidiano. «Quando La Stampa riterrà che è venuto il momento di dare dettagli su questa informazione, lo farò anch’io in Belgio», ha spiegato l’insegnante belga.

Che dire poi dei soldati dell’esercito Usa che hanno iniziato a usare i social network foto in divisa con i volti coperti da un cartello in cui si legge un messaggio, quasi sempre lo stesso: «”Non mi sono arruolato per servire Al Qaeda nella guerra civile siriana”.
“Non mi sono arruolato per uccidere i poveri per i ricchi. No alla guerra in Siria”.
“Obama, non mi schiererò per combattere i tuoi ribelli di Al Qaida in Siria. Svegliatevi gente”. Un modo semplice per lanciare un messaggio di disaccordo al presunto sostegno economico americano fornito ai ribelli. Insomma per Obama la strada che conduce al Medio Oriente stavolta è davvero tortuosa, auspico che tutto ciò possa davvero far tacere le armi e provare a ricostruire un programma di rientro della crisi della regione che possa riportare gli ormai milioni di profughi a casa. La destabilizzazione del Medio Oriente in questo momento sarebbe davvero molto dannosa per l’intera comunità internazionale e per la stessa economia; ad arricchirsi in una nuova guerra sarebbero davvero solo i produttori di armi, come ha voluto sottolineare anche il pontefice ieri all’Angelus, o forse è questo davvero l’unico pretesto, come già accaduto in passato, di puntare sulla guerra per uscire dalla crisi che attanaglia gli Stati Uniti?