LIBRI. L’immensa bestia immonda dipinta da Van Gogh

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Espressioni come “genio” , “artista” o “pazzo” rischiano di essere parole comode per una penna pigra, soprattutto quando si prendono la briga di spiegare la complessa vita di una persona come Vincent Van Gogh ( 30 Marzo 1853 – 29 Luglio 1890).

In questo breve ed intenso saggio, Giordano Bruno Guerri si chiede, attraverso un’analisi lucida e ben ancorata alle fonti, se l’artista olandese fosse veramente pazzo.

«Era pazzo? Questo è uno degli argomenti di cui ci occuperemo. Comunque vi anticipo sin d’ora che non lo credo affatto. E se proprio pazzo lo si vuol definire, per prendere fiato davanti ai suoi dipinti e al racconto della sua vita, la sua era una forma di pazzia molto speciale».

Sin dalle prime pagine di FOLLIA? Vita di Vincent van Gogh indoviniamo l’intenzione dell’autore. In primis scopriamo che il bambino Vincent, sin dalla tenera età esperisce l’idea della morte. Ogni giorno davanti alla chiesa del padre a Zundert, in Olanda, il piccolo Vincent passa davanti una piccola lapide dove vi è inciso il suo nome. Non è la tomba di Vincent, bensì quella di suo fratello, nato morto un anno prima di lui, addirittura lo stesso giorno.

Il bambino scopre la morte prima di scoprire la vita e anche se non ne carpisce la portata della valenza simbolica, ne subisce, suo malgrado, l’afflato negativo della fine prima dell’inizio.

Nel saggio conosciamo dapprima la persona, Vincent, e solo dopo incontriamo Van Gogh.

Van Gogh fagociterà atavicamente Vincent e il conflitto interiore che si genera, porterà il pittore ad allontanarsi dalla crosta superficiale dell’esistere per scoprire che l’umanità, riprendendo le parole del dottor Gachet, vive sopra un’immensa bestia immonda.

Vincent non scopre da subito la potenza catartica e “demoniaca” della pittura, ma sente che una forza nuova lo spinge a scoprire la verità oltre le istituzioni delle convenzioni.

Il rifiuto sarà uno degli strumenti principali che la vita gli adopererà contro. Ogni passione, per Van Gogh, è un’occasione istintiva per valicare il confine delle percezioni, per tentare di scoprire un mistero che gli brucia dentro e che lo consuma.

La bramosa volontà di sentirsi amato si schianta con la dura realtà. L’amore gli viene negato perché la società del tempo non lo accetta e non lo capisce.

La scoperta della fede, solo nella sua forza evangelica, lo porterà tra i minatori del Borinage.

Rischiando la vita “dipingerà” sul suo corpo i segni della sofferenza, l’impeto della creazione artistica comincerà a ribollire sotto la sua crosta epidermica e la rivelazione della sua missione creativa farà nascere Van Gogh.

La chiesa lo ripudierà per non aver conservato quella dignità opulenta che l’istituzione voleva preservare e ostentare.

Nell’esperienza evangelica e nella povertà Vincent aveva visto la possibilità di scoprire l’essenza, l’energia di una vita che porta gli uomini e la natura verso uno stessa direzione.

In questo viaggio viscerale Van Gogh cercava la bellezza ma scoprì che la natura aveva un’anima e che quest’anima era meschina, cattiva, malinconica e che lottava per esistere.

«La natura viva, che può essere raccapricciante e cattiva, era un’idea troppo spiacevole per essere compresa».

Le analisi minuziose da parte dell’autore delle opere dell’artista olandese sono un valido strumento per avvicinarsi ad intuire una piccola parte molecolare dell’immensa e caleidoscopica personalità del pittore, che a tratti si rivela senza mai completarsi.

Il rapporto con il fratello Theo e i suoi lunghi carteggi, supportano il tentativo di comprensione e ne svelano l’impeto incontrollabile della missione artistica.

A tal proposito ricordo che “lettere a Theo” sono state tradotte in tutto il mondo ed in svariate edizioni.

Deriso dai colleghi pittori, retrocesso fra i ragazzini di dodici anni all’accademia di Anversa, bollato come pazzo dai suoi simili e per questo allontanato dalla vita sociale che puzza di normalità, Vincent è marchiato dalla vita.

Quando all’accademia di Anversa subì lo smacco della retrocessione aveva già dipinto i Mangiatori di patate.

La mutilazione dell’orecchio, la convivenza morbosa con Gauguin, che scapperà intimorito, sono tappe aggiuntive della vita dell’artista che fungono da riti di passaggio verso la fine ormai nota.

Rifiuto, mutilazione, espiazione della colpa e la scoperta del male oscuro sono solo alcuni degli aspetti che contribuiscono a rendere visibile una parte dell’infinito.

Nel 1947 il drammaturgo Antonin Artaud scrisse un saggio: Van Gogh, il suicidato della società.

L’autore, Giordano Bruno Guerri, ne fa menzione e ci aiuta a definire meglio l’idea del rigetto da parte della società per l’uomo e per l’artista.

«Artaud è convinto che “nessuno ha mai scritto, scolpito o dipinto, modellato, costruito, inventato, se non per uscire letteralmente dall’inferno”. E denunci le repressioni di una società ipocrita, che soffoca il diverso e bolla come o pazzo l’individuo che vuole emanciparsi da un sistema che lo rifiuta».

La Domenica del 29 Luglio 1890, Vincent Van Gogh esce di casa si stende nella buca del letame di una piccola fattoria e si spara al ventre.

Morirà in casa, agonizzante nel suo letto.

Il parroco del paese si rifiutò di celebrare la funzione funebre di un suicida e di prestare il carro per il trasporto al cimitero. Il feretro venne deposto sul biliardo dell’osteria.

L’autore riporta una testimonianza di chi era presente: «Quando Vincent morì fu terribile, più terribile ancora di quando era vivo. Dalla bara, che era fatta male, usciva un liquido fetido. Tutto era terribile, in lui. Credo che abbia sofferto molto, su questa terra. Non l’ho mai visto sorridere».

Pensare che molti quadri di Van Gogh furono usati per accendere il fuoco o per giocare a freccette dà la giusta misura di quanto fosse tenuto in considerazione quel povero “pazzo”.

Un fatto del genere ci fa gridare allo scandalo, ma in questo presuntuoso presente che chiamiamo futuro, dove tutto deve essere subito e dove la morale è stata venduta al profitto che fine avrebbe fatto Van Gogh?

Lo avremmo deriso e rifiutato, condannandolo anche noi al suicidio?

Ringrazio Giordano Bruno Guerri perché oggi, quando osservo la spessa pennellata di Vincent Van Gogh, sento e percepisco che qualcosa in più ha arricchito la mia sete di conoscenza.

Simone Lentini 

Follia? Vita di Vincent van Gogh
Giordano B. Guerri

Editore: Bompiani
Collana: I grandi tascabili
Anno edizione: 2011
Formato: Tascabile
Pagine: 142 p., Brossura
EAN: 9788845266928