LIBRI. La vita davanti a sé

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ITALIA – Roma 29/01/2017. Nella Banlieu parigina, a Bellville, nel Secondo dopoguerra, una ex prostituta ebrea di novantacinque chili, Madame Rosa, per pagarsi da vivere, accoglie, in un palazzo al sesto piano, i figli di altre donne che continuano a vendersi; la legge proibiva, per ragioni morali, di avere figli a chi si prostituiva. È in questo contesto e tra questi bambini che conosciamo il piccolo Mohammed, musulmano, detto Momò, l’io narrante.

È la storia di un amore materno tra Madame Rosa, scampata alla morte durante l’occupazione nazista, e Momò, l’unico bambino che non riceve mai la visita di sua madre.
Con una piccola postilla si fa riferimento a uno dei più gravi episodi della persecuzione antisemita nella Francia di Vichy. Quasi tutti gli ebrei, 13.152 persone, radunati al Velodromo di Parigi furono deportati nei campi di concentramento e meno di 100 riuscirono a sopravvivere.

Il piccolo Momò ci apre le porte del suo mondo interiore rendendoci partecipi dei suoi stati emotivi e in particolar modo delle sue preoccupazioni legate allo stato di salute di Madame Rosa. «Ogni mattina ero contento di vedere che Madame Rosa si svegliava perché avevo dei terrori notturni, avevo una fifa blu di trovarmi solo senza di lei».
Attraverso gli occhi di un bambino seguiremo Madame Rosa nel suo nascondiglio segreto; come una maschera pirandelliana la osserveremo grottesca nei suoi spostamenti e nel suo trucco eccessivo; ascolteremo i suoi pianti quotidiani, percepiremo la grande fatica di una donna anziana che lentamente si spegne.

Assisteremo all’abbraccio straziante tra Momò e Madame Rosa quando, peggiorate le condizioni di salute, si paventa la possibilità di finire in ospedale e vivere come un vegetale fino alla fine dei propri giorni.
Altre figure, con le loro peculiarità, si alternano nel proseguo del testo, costruendo una trama di rapporti che completano il quadro generale e riescono a contestualizzare la vita dei due personaggi all’interno di un mondo sociale.
Incontriamo il signor Hamil, un ex venditore di tappeti musulmano che ha insegnato a Momò a leggere poiché a scuola non lo hanno voluto.
Facciamo la conoscenza di Madame Lola, un trans senegalese, ex campione di boxe nel suo paese, che a suo modo contribuisce a regalare sorrisi e beni di lusso a questa singolare “famiglia” piena di bambini cristiani, ebrei e musulmani.

Ogni tanto fa la sua comparsa il signor N’Da Amédée, protettore nigeriano e analfabeta, che accompagnato dalle sue due guardie del corpo si reca da Madame Rosa per farsi scrivere una lettera da inviare ai genitori in Africa.
Con piacere salutiamo il dottor Katz e lo ringraziamo per prendersi cura del piccolo bambino musulmano e dell’ex prostituta ebrea.
Quando le ultime pagine di questo libro sventoleranno sottili tra le vostre dita vi renderete conto di come l’autore sia riuscito a creare una sorta di caleidoscopio emotivo.
Il linguaggio fanciullesco e diretto di Momò offre al lettore la possibilità di leggere le complesse tematiche storico sociali quali il nazismo, il razzismo, la prostituzione, l’omosessualità, l’eutanasia e la miseria con l’occhio cinico e dolce, al contempo, di un bambino. Con una mente non ancora condizionata da pregiudizi e sovrastrutture culturali, Momò ci racconta il mondo degli ultimi in un mosaico multietnico, portando alla luce lo stato di emarginazione e degrado sociale, dell’integrazione razziale e dell’ostilità religiosa tra giudei e musulmani che abitano quel mondo dimenticato. «Non avrebbe dovuto dire Mohammed, avrebbe dovuto dire Momò. In Francia Mohammed vuol dire subito culo d’arabo, e io quando mi dicono così, m’incazzo. Mica mi vergogno di essere arabo, anzi, ma Mohammed in Francia fa subito spazzino e manovale. Non significa la stessa cosa che un algerino. E poi Mohammed sa di fesso. È come se uno in Francia si chiamasse Gesù Cristo, roba da far crepare dal ridere».

“La vita davanti a sé” è anche un libro sulla ricerca dell’identità personale, dove gli emarginati della banlieu parigina sono per la prima volta protagonisti, dove si sopravvive cinicamente e si impara ad amare; dove le prostitute sono “donne che fanno la vita” e i “neri finché sono bambini non dispiacciono a nessuno”.
Anche in questo caso ringrazio il traduttore del libro, Giovanni Bogliolo, per la sua professionalità e sensibilità nel tradurre un’opera sublime.
Il 3 Dicembre del 1980, Romain Gary, con un colpo di pistola e indossando una vestaglia di seta rossa perché il sangue non si notasse troppo, si tolse la vita.
Il testo del biglietto che lasciò recitava così: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove». Jean Seberg, attrice, era la sua ex moglie e fu trovata morta, dentro una macchina, l’anno prima.

Con lo pseudonimo di Emile Ajar, lo scrittore Roman Gary, pubblica “La vita davanti a sé” vincendo nel 1975 il premio Goncourt per la seconda volta. La prima nel 1956 con “Le radici del cielo”. Caso insolito visto che questo premio letterario si può assegnare una volta sola.
Solo pochi mesi dopo la sua morte, con la pubblicazione postuma di “ Vita e morte di Emile Ajar”, si venne a scoprire che Emile Ajar era lo scrittore francese di origine lituana Romain Gary, a sua volta pseudonimo di Romain Kacew.

Una grande rivincita per un autore che era ormai snobbato e disprezzato dai critici. Quegli stessi critici che avevano osannato la genialità del nuovo scrittore emergente Emile Ajar definendolo lo scrittore più promettente degli anni Settanta.
Più si scava nella vita del “camaleonte” Gary e più le sue opere e la sua vita si fondono in un’unica e affascinante storia delineando un personaggio inafferrabile e mai scontato.
Con un colpo di pistola abbiamo salutato tante vite, accomunate tutte dalla genialità di un grande scrittore.

Simone Lentini

Titolo: La vita davanti a sé
Autore: Romain Gary
Traduttore: G. Bogliolo
Editore: Neri Pozza
Edizione: 19
Anno edizione: 2014
Pagine: 214 p. , Rilegato
EAN: 9788854508347