LIBRI. La Pelona insegue Frida Kahlo

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Lo scrittore Pino Cacucci cambia pelle, decostruisce se stesso, e in maniera pervasiva si impadronisce dell’io di una delle pittrici Messicane più affascinanti ed apprezzate del ‘900, Frida Kahlo.

«La pioggia…

Sono nata nella pioggia. Sono cresciuta sotto la pioggia. Una pioggia fitta, sottile… una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.

Sono nata con lo scroscio della pioggia battente. E la morte, la Pelona, mi ha subito sorriso, danzando intorno al mio letto. Ho vissuto da sepolta ancora in vito, prigioniera di un corpo che agognava la morte e si aggrappava alla vita»

Il monologo ripercorre, con dei flash rapidi ed intensi, quelle tappe personali che hanno segnato emotivamente e praticamente l’iter vitae dell’artista. Il 17 settembre 1925 il percorso di una ragazza di diciotto anni subirà un brusco arresto e un’imprevista deviazione.

Un grave incidente la costringe per molto tempo paralizzata a letto, gli nega a vita la possibilità di diventare madre, e la lascerà per sempre invalida.

All’uscita da scuola, salita su un autobus per tornare a casa, il veicolo su cui viaggiava e un tram si scontrano.

Le conseguenze dell’incidente per Frida sono molto gravi, la colonna vertebrale si spezza in tre punti, il collo del femore e le costole si sbriciolano, la spalla sinistra e il piede destro rimangono lussati, la gamba sinistra riporta undici fratture e l’osso pelvico risulta spezzato in tre punti.

«Un corrimano di quattro metri mi era entrato nel fianco. Mi aveva trafitto come la spada trafigge il toro. Mi aveva impalata. La punta scheggiata mi usciva dalla vagina. Sono stata stuprata da un corrimano a diciott’anni, su quell’autobus che avrebbe dovuto uccidermi sotto una pioggia d’oro.

Un uomo me l’ha strappato con un gesto deciso. Non saprò mai se mi ha salvata o condannata. Ma…è stata comunque una condanna.

In quell’attimo ho lanciato un urlo così forte che ha percorso interi isolati, ha gelato la grande piazza bagnata di pioggia, ha risvegliato la selva di spettri che popola le viscere della distrutta Tenochtitlàn e ha fatto battere i denti ai teschi del Tempo Mayor. Un urlo così forte da mettere in fuga la Pelona, la Cagna Spelacchiata, La Morte che mi stava danzando intorno e che sarebbe diventata mia compagna inseparabile».

Durante tutta la lettura del monologo si percepisce da una parte la forza interiore della pittrice che in maniera ostinata ha creduto nella vita, e dall’altra la costante presenza della morte, la Pelona come la definisce Frida,  che aspetta la fine per portare la pace finale e prendersi quello che è suo di diritto, la sua vita.

Piove sul tempo di Frida, lacrime mortali che sopportano la vita. La pioggia lava catartica il dolore di una donna il cui proprio ventre ha abortito i suoi figli e di un corpo martoriato che ha infuocato lo spirito e lacerato l’animo.

«…Eppure, da questo mio corpo devastato si è sprigionato l’urlo rabbioso della vita.

Ho cominciato dipingendo me stessa perché non c’era nessun altro e nient’altro intorno a me. Ma era la mia faccia, in quello specchio?

Io… io non lo so. Io dipingo me stessa. Il mio dolore. Il mio lottare e sconfiggere la Pelona ogni giorno, ogni ora, ogni istante».

L’amore assoluto con l’artista Diego Rivera sarà per Frida tormento ed estasi. L’animo rivoluzionario della pittrice sfocerà in un fervente impegno politico, la seguente e cocente delusione la porterà ad ammettere che la Revolucion ha solo mascherato i “gattopardi” affinché nulla cambiasse davvero.

«Eh sì, le ho provate tutte. E sinceramente con le donne non mi dispiace affatto. Ma non riuscirei mai a fare a meno di Diego. Lui è la vita che mi è mancata, lui è l’unico che, quando mi tiene tra le braccia, riesce a far scomparire la Pelona che mi danza intorno giorno e notte. Diego mi fa resuscitare, rende meno assassina questa vita maledetta, questo destino infame che mi ha ridotta a un sacchetto di ossa rotte. Se fossi riuscita a dargli un figlio… Oh, santa Vergine, quanto l’avrei voluto! Ma neanche questa gioia mi ha dato, la vita assassina». Pino Cacucci ci restituisce l’essenza del travagliato mondo interiore di un artista che con i suoi autoritratti esorcizzava la morte e sapeva raccontare se stessa e il suo doppio.

Simone Lentini

Viva la vida!

Pino Cacucci

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale economica

Anno edizione: 2014

Formato: Tascabile

Pagine: 77 p., Brossura

EAN: 9788807883491