LIBRI. La grande follia di Firmino

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«Le vite, nelle storie, hanno sempre un significato e un fine. Persino le esistenze più balorde e senza scopo, come quella di Lenny in Uomini e topi, acquistano, per il fatto stesso di trovar posto in una storia, perlomeno la dignità e il senso di rappresentare Esistenze Balorde e Senza Scopo, un’esemplarità consolante insomma. Nella vita reale non ti è concesso nemmeno questo».

Ultimo di tredici fratelli Firmino è il topo più piccolo e gracile. Con a disposizione solo dodici capezzoli, per Firmino alimentarsi diventa una questione complicata e così, per istinto di sopravvivenza, inizia ad assaggiare la carta stampata.

«Come accade per molti piaceri illeciti, inizialmente innocui, masticare carta divenne ben presto un’abitudine, a suo modo impellente, e poco dopo una forma di dipendenza, una fame insaziabile».

Masticando e divorando le parole Firmino acquisisce il mondo letterario e tutta la conoscenza ad essa legata.

L’idea dell’autore, Sam Savage, di associare la parola scritta a qualcosa di buono da mangiare fa riflettere sul fatto che in fondo, un lettore, quando legge, nutre il proprio cervello, appunto, con le parole.

Firmino ci racconta che ogni libro ha un proprio gusto e mentre ingurgita le parole il processo digestivo si trasforma in un processo cognitivo; Firmino si scopre un lettore perché masticando ha imparato a leggere.

«I buoni libri si divorano e lasciano il miele in bocca e un po’ d’amaro nelle viscere».

Devo riconoscere che l’idea di partenza mi è sembrata molto interessante ed originale. Oltre la masticazione delle parole, l’autore usa il topo per osservare l’animale uomo in alcuni suoi aspetti e, in maniera romantica, ci porta a spasso nel mondo letterario e ci fa incontrare quei personaggi, a noi molto cari, nati da penne illustri.

«Quindi, tornavo di gran carriera in Inghilterra – scavalcando oceani, continenti, secoli, come se nulla fosse – e, vicino a una strada carreggiabile, accendevo un piccolo fuoco dove la povera Tess, con il suo triste destino, intanto a dissotterrare rape in un campo sferzato da un vento gelido, potesse scaldarsi le mani screpolate. Avevo già letto la sua storia due volte, dall’inizio alla fine – conoscevo il suo Destino –, e giravo la faccia dall’altra parte per nascondere le lacrime. Poi m’imbarcavo con Marlowe su un piroscafo malridotto e risalivo un fiume africano in cerca di un uomo chiamato Kurtz. Lo trovavamo, certo. Ma sarebbe stato meglio che non l’avessimo trovato! Facevo conoscere persone tra loro. Misi Baudelaire nella zattera con Huck e Jim. Gli fece un gran bene. E talvolta rendevo felici persone tristi. Permisi a Keats, prima che morisse, di sposare Fanny. Non potei salvarlo, ma dovevate vederli la prima notte di nozze in quella pensioncina a Roma. Per loro era un palazzo da favola».

In maniera molto divertente l’autore ci fa vivere il dramma di Firmino, il quale si innamora della parola e del suo potere ma non riesce, per motivi fisiologici, a dare il giusto suono ai vocaboli.

«Tutte le frasi meravigliose che si libravano in volo nella mia testa come farfalle, in realtà, svolazzavano dentro una gabbia da cui non sarebbero mai uscite».

Attraverso l’occhio di un topo antropomorfo Sam Savage ci da l’opportunità di avere un differente punto di osservazione di quel mondo che distrattamente diamo per scontato.

Per quanto l’idea del romanzo possa far pensare ad una favola, ci si rende conto, durante la lettura, che esiste una parte oscura del libro legata a quella parte istintiva, animalesca e sudicia dell’essere ratto. La miseria, la fame e l’ineluttabilità della morte contribuiscono ad inserire il topo nel suo reale contesto.

Una percezione dicotomica tra il valore di Firmino, topo letterato e colto, e Firmino il ratto, percepito dal genere umano un rifiuto biologico.

Anche quando avrà l’occasione di farsi accettare ed amare rimarrà deluso perché la sua vera natura non verrà capita e alla fine risulterà essere solo un simpatico, buffo e bizzarro topolino che gioca con i libri. Firmino non gioca con i libri, lui i libri li legge.

Stilisticamente il romanzo è ben scritto e l’idea di partenza è ben congeniata, ma se devo essere sincero, in alcuni tratti, e solo in essi, il testo risulta essere noioso a causa della sua staticità ed eccessivamente prolisso.

Ringrazio per la traduzione Evelina Santangelo e chiudo questa mia recensione riportando una frase del libro che sintetizza secondo me l’essenza del testo: «Riuscii a conversare con tutti i Grandi. Dostoevskij e Strindberg, per esempio. Subito riconobbi in loro dei compagni di strada afflitti, isterici come me. E da loro appresi un insegnamento prezioso: per quanto piccolo e insignificante tu possa essere, nulla vieta che la tua follia sia tra le più grandi».

Simone Lentini 

Firmino. Avventure di un parassita metropolitano
Sam Savage

Traduttore: E. Santangelo
Illustratore: F. Krahn
Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Stile libero big
Anno edizione: 2008
Pagine: 179 p., Brossura
EAN: 9788806192587