LIBRI. La bellezza di chi nasce due volte 

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«Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita».

Imbattersi in libri di questo genere sottopone il lettore ad un grande sforzo perché lo costringe a riflettere sulla propria condizione umana e di conseguenza viene travolto da dubbi viscerali riguardo ciò che può o deve essere considerato giusto nei confronti di una vita.

Paolo è affetto sin dalla nascita da tetraparesi spastica distonica, una patologia legata ad una paralisi cerebrale che si ripercuote sull’apparato motorio.

A causa di una complicazione neonatale Paolo rinasce disabile e ogni spazio di vita chiamato amore viene coinvolto da questo evento che nella sua tragicità, secondo i nostri parametri di giudizio, ci rivela una verità apparentemente scomoda ma sorprendentemente naturale, ovvero che il disabile non deve essere costretto a diventare normale per assecondare la nostra cecità, al contrario il disabile lotta per essere semplicemente se stesso.

Giuseppe Pontiggia, il coraggioso autore di questo libro, non ci racconta il dramma di una mancanza, al contrario ci introduce delicatamente il valore della diversità e ci propone una lettura alternativa della disabilità dove la struttura del linguaggio si rende protagonista per scardinare e decostruire l’acquisizione e la rielaborazione delle emozioni.

Da un estratto del libro: «Niente. Chi è normale? Nessuno. Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, ne linguaggio orale, i segni di quello scritto: “I normali, tra virgolette”». Oppure: «”I cosiddetti normali”».

La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma.

Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il passaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza».

Il racconto è scritto in prima persona e gli occhi che elaborano e scavano nel profondo sono quelli di un padre che inconsapevolmente si lascia prendere per mano dal figlio disabile e che a poco a poco gli indicherà la strada per poterlo amare ed accettare.

L’autore non ci rende solo partecipi di chi vive la disabilità, ma anche e soprattutto di chi la disabilità è costretto a subirla; quell’istinto di protezione naturale che porta un genitore ad anticipare e nascondere il dolore ipotetico del figlio di fronte al fallimento rischia di amplificare quel senso di incapacità che gli occhi del mondo esterno gli attribuiscono istintivamente.

Le dinamiche familiari si stravolgono e come il rasoio di Occam si distilla quel concentrato di essenzialità necessario per dar vita a quel tipo di amore capace di far luce sull’animo umano.

Molto interessanti e ben costruiti sono i dialoghi interiori del padre quando la vita pratica si scontra con la problematica del figlio.

I dialoghi con le figure professionali deputati alla cura della problematica o all’insegnamento portano alla luce diverse chiavi di lettura dove spesso i parametri della disabilità altrui vengono percepiti e usati come mezzo per i propri fini personali; assistiamo alla rabbia implosa di un padre che cede ai ricatti sotterranei per salvaguardare la serenità del proprio figlio.

Durante la lettura del libro si percepisce il costante e lento scorrere del tempo nel quale il protagonista del libro costruisce il suo intimo rapporto con il figlio e a sua volta da figlio, quale è stato, concede il dono della vecchiaia ai propri genitori. Una sorta di anello temporale che fa incontrare il figlio, il padre e il genitore, nella loro accezione più ampia, in un grande e consapevole abbraccio consolatorio.

«Altre volte ho provato a chiudere un attimo gli occhi e a riaprirli. Chi è quel ragazzo che cammina oscillando lungo il muro? Lo vedo per la prima volta, è un disabile. Penso a quella che sarebbe stata la mia vita senza di lui. No, non ci riesco. Possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra».

Occorre ringraziare ancora lo scomparso Giuseppe Pontiggia per ogni parola di questo libro.

Vincitore del Premio Campiello 2001.

A questo libro il regista Gianni Amelio si è ispirato per il film Le chiavi di casa (in apertura).

Simone Lentini

Nati due volte
Giuseppe Pontiggia

Editore: Mondadori
Collana: Oscar moderni
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: XV-224 p., Brossura
EAN: 9788804672456