LIBRI. Il Patto. Il veleno che scorre ancora nelle vene degli italiani

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Il Patto, la trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato edito da Chiarelettere di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci è un libro che va letto un poco per volta, e molte volte a distanza di tempo.

Edito nel 2010 e ristampato nel 2014, il testo racconta, partendo dalla storia di Luigi Ilardo, uomo d’onore, venti anni di legami mafiosi. Luigi Ilardo, nome in codice Oriente, diviene il confidente del tenente colonnello Michele Riccio nel 1995 fino alla sua morte per mano dei suoi ex amici il 10 maggio del 1996, e nel libro la storia di Ilardo serve a comprendere e a presentare l’altra storia: la trattativa tra mafia e Stato che ha “sacrificato” Totò Riina per lasciare inizialmente via libera a Bernando Provenzano.

Il patto in realtà ha radici molto più lontane: a partire dal 1947 agli uomini d’onore è lasciato un dominio incontrastato sulla Sicilia, in cambio della collaborazione ottenuta per lo sbarco in Italia degli alleati contro il nazi fascismo. Patto che si rompe quando cade il muro di Berlino e le vecchie alleanze vengono rimpiazzate da nuove. Legami che su input statunitense non vogliono una espansione degli investimenti mafiosi nel mondo. E allora per la mafia si rende indispensabile trovare nuovi interlocutori all’interno di un nuovo referente: lo Stato italiano. 

Trattative che vedono il fulcro nelle relazioni tra alcuni comandanti del Ros dell’arma de Carabinieri e i capi dei mandamenti mafiosi e gli uomini pollici. In tutti questi loschi affari poi non poteva mancare l’intreccio con la massoneria, unica detentrice del potere economico.  E siccome uno Stato ha un servizio di intelligence interna per il controllo che dipende dalla politica, quei politici con cui la mafia intesseva rapporti hanno attivato i servizio per sapere chi sapeva cosa.

E così ogni corrente mafiosa per contro proprio cerca alleanze, a volte riuscite, con una corrente politica a cui rispondono frange e uomini dei servizi segreti e dei Ros. In queste trattative interferisce il lavoro di un altro uomo di Stato e del suo pool: Giovanni Falcone coadiuvato anche da un amico e confidente Paolo Borsellino. 

Giovanni Falcone aveva capito che vi era una trattativa in atto, ma forse non aveva capito che quella trattativa non era bilaterale, ovvero la mafia da un lato e lo Stato dall’altra, ma era un mostro a nove teste, e quindi erano in atto una serie di trattative, all’insaputa l’una dell’altra, tra diversi attori.

In realtà la mafia è una associazione a delinquere di nemici accomunati da un obiettivo comune: potere e soldi. E quindi vale ancora di più il detto “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. E sono pronti a vendere altri mafiosi in cambio di più potere, più controllo sul territorio e dove loro non riescono, suggeriscono nel libro, arriva la lunga mano dei servizi segreti.

Questo gioco dunque fa sì che la regia di Vito Ciancimino, serve a tessere tele tra  esponenti PSI e alcuni mandamenti mafiosi; tra esponenti della DC e altri mandamenti mafiosi senza far sporcare le mani dei politici e mantenendo il riserbo su quei contatti che non dovrebbero esserci tra mafia e  Stato attraverso i carabinieri. Arma che si scontra con la Polizia di Stato, che distrattamente non perquisisce le tane dei latitanti una volte scoperte e che pur sapendo dove si riuniscono i super latitanti non li arresta, prosegue il libro. 

Il libro va letto pagina dopo pagina giorno dopo giorno come un tempo si assumeva il cianuro per diventarne immune.

Un veleno che scorre ancora nelle vene di tutti gli italiani. 

Graziella Giangiulio