LIBRI. Il giallo petrarchesco di Canepa

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La cova dell’Ermellino è il secondo romanzo pubblicato dall’autore Paolo Carlo Canepa. Tamerlano Rossi, il protagonista del testo, riceve via posta un sonetto inedito di Francesco Petrarca, esattamente sembra essere la trecentosessantasettesima lirica del Canzoniere.

Ho usato la locuzione “esattamente sembra essere” per introdurre la tematica principale del romanzo che prende spunto proprio dal fatto sopra citato. La necessità dell’uomo di chiudere entro dei confini ben delineati lo scibile è un tentativo, emotivo e scientifico, per arrivare alla certezza del dato, ma allo stesso tempo ne limita la possibilità di essere altro. La conoscenza decostruisce ogni certezza e l’unica cosa sicura è l’interrogativo che ne scaturisce; il dubbio è una logica conseguenza di un’interpretazione della realtà volta a stabilire ciò che può essere vero e ciò che non lo è.

«Credetemi, non c’è contraddittorietà nelle mie affermazioni, io vivo realmente nel doppio stato d’animo di chi crede fermamente una cosa e, nello stesso tempo, non è sicuro».

Con questa semplice e precisa frase l’autore sembra ascoltare i nostri silenzi interiori, traducendo quello che tutti noi, con disagio, viviamo quando il dubbio mette in discussione, repentinamente, quelle nostre affermazioni che sembravano essere così certe.

«La certezza, tuttavia, confligge di frequente con il dubbio».

Lo stesso nome e cognome del protagonista, Tamerlano Rossi, traducono alla perfezione quel contrasto tra la sicurezza e la tranquillità che ne scaturisce da ciò che si conosce, il cognome Rossi, e l’imbarazzo del nuovo, il nome Tamerlano.

«Alla facilità e alla grande diffusione del cognome, fa riscontro l’unicità del nome, e ciò ci ha consentito di rintracciare il Suo attuale recapito semplicemente consultando l’elenco degli abbonati al telefono, dove è ben facile leggere: Rossi prof. Tamerlano».

Il ricevimento del plico è l’occasione per il protagonista di tornare indietro di venticinque anni, esattamente ad Arezzo è più precisamente nella Biblioteca Podestarile.

La memoria cerca così la sua realtà interpretata, i particolari ne stabilizzano la percezione e il ricordo insegue il proprio spazio in cerca del suo ordine temporale.

La mia attenzione, oltre al contenuto del romanzo, è stata rapita dallo stile classico, preciso e poetico di Paolo Carlo Canepa.

Alcuni passaggi molto evocativi creano fotografie mentali che si lasciano ricordare.

Riporto un estratto del testo che fa riferimento alla nonna Carolina dallo sguardo di un colore misto tra il grigio chiaro e il cilestrino: «Una carducciana nonna Lucia, stagliata nella mia fanciullezza con la forza di una statua, innalzata con la stupefacente certezza di un obelisco».

In poche righe un riferimento letterario e la figura di una nonna che semplicemente ci appare.

L’eleganza e la ricerca certosina della parola danno vita ad un mondo evocativo e suggestivo;

Quando si fa riferimento alla cittadina di Arezzo l’autore la definisce così:«Artisticamente pregevole e ancor più onorata per aver dato i natali a Francesco di Ser Petracco».

Quando invece l’attenzione si sposta sulla grafia del poeta Aretino ci troviamo di fronte agli «svolazzi del calamo».

Sempre in riferimento al documento Petrarchesco il protagonista si preoccupa del fatto che qualcuno possa mettere in discussione l’autenticità del manoscritto e lo scrive così: «Chiunque vanti un minimo di competenza o chi abbia ancora dei lucidi ricordi scolastici, mi potrà obiettare che sto inventando tutto, che sto gabellando per autentico un documento apocrifo, dal momento che le liriche che compongono i Rerum Vulgarium Fragmenta sono trecentosessantasei e non una di più. Da secoli e per sempre».

Sono rimasto piacevolmente sorpreso di incontrare una parola usata di rado nella lingua scritta e mai nella lingua parlata; La parola in questione, nelle ultime pagine del romanzo, è “burbanza”; una parola che nasconde una sorta di piacere onomatopeico e che contribuisce, insieme ad altre ricercatezze stilistiche, a rendere il testo raffinato e molto preciso.

Sempre riguardo la grafia del poeta Aretino l’autore sembra quasi richiamare l’uomo nei suoi innumerevoli stati dell’essere, pur mantenendo quella macro-identità che lo fa riconoscere:-“Presi confidenza con la grafia, con i tratti di penna, a volte inclinati, a volte perfettamente dritti, a volte agevolmente comprensibili, a volte stranamente complessi e volteggianti.”

Se vi state chiedendo il significato del titolo vi rispondo come mi ha risposto l’autore:-“Leggete il libro e lo scoprirete!”.

Al momento posso solo dire che la cova dell’ermellino è l’incapacità degli uomini a capire, ma deve essere anche il desiderio di conoscere.

Un libro che cerca la propria realtà con l’intento di smentirla, dove l’ipotesi del sogno crea dei presupposti fedeli grazie alla costruzione particolareggiata dei dettagli.

La realtà esiste ma la verità su di essa si riduce ad un fatto meramente personale. Una semplice questione cognitiva che si lascia condizionare dal vissuto di ognuno per generare momentanee convinzioni che crediamo essere giuste.

«Lei è ancora giovane e quindi non commetta l’errore di voler investigare su tutto e decifrare il mondo. Il più delle volte ciò non è possibile e molti buontemponi che hanno voluto farlo ci hanno lasciato la salute e il senno».

Un libro che da lustro alla lingua italiana ed esplora con precisione e stile quella penombra che l’uomo, per la sua tranquillità, crea quando ha la presunzione di rinchiudere l’infinito sapere dentro i propri confini interpretativi.

Ringrazio lo scrittore, Paolo Carlo Canepa, per avermi regalato questa grande possibilità letteraria.

La cova dell’ermellino. Storia (?) di un inedito petrarchesco. Memorie sconnesse (?) di sogni sognati

Paolo C. Canepa

Editore: Helicon

Anno edizione: 2014

Pagine: 114 p., Brossura

  • EAN: 9788864662732

Simone Lentini