Dalla Libia con terrore…

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ITALIA – Roma 09/03/2014. Il ritorno in territorio europeo e del Mena del terrorismo nord africano è un argomento che scotta nelle cancellerie europee. 

Premessa 1: Gheddafi era un dittatore e questo è chiaro. Nel bene e nel male, ha assicurato al suo paese un periodo di pace sociale con metodi e rimedi molto poco ortodossi: Gheddafi schiacciava la dissidenza in patria e anche all’estero tramite l’eliminazione fisica, operata dai suoi sicari. Premessa 2: Occorre rilevare che molta della dissidenza al regime era rappresentata da organizzazioni islamiche fondamentaliste, alcune terroristiche, come la formazione del Gruppo Islamico Combattente Libico (GICL, in arabo Al Jama’a al Islamiyah al Muqatilah). Lo scopo di questo gruppo era di fatti quello di farsi portavoce del dissenso al regime fino al suo completo rovesciamento, raccogliendo le adesioni di tutti quelli che erano stati colpiti dai metodi repressivi del Rais. 

Elemento centrale della nostra analisi diventa proprio il GICL perché è da questa formazione che traiamo le nostre conclusioni circa la rinascita del terrorismo libico di matrice islamica dopo il crollo del regime.

Formatosi originariamente nel 1995 da ex combattenti libici tornati in patria dopo aver combattuto in Afghanistan contro i sovietici, il GICL fa sentire da subito la sua presenza in Libia. Infatti è questo gruppo il mandante dei due attentati falliti contro il Rais, uno nel 1996 e l’altro nel 1997. Questi due tentativi portano subito il GICL all’attenzione dei servizi segreti libici e ad una progressiva politica di azione repressiva da parte del regime che porta i membri del gruppo a fuggire in Afghanistan. Proprio qui, a partire dal 1999, il GICL comincia ad avere i primi contatti con Al Qaeda e ad operare in contesti internazionali. 

Il punto di svolta arriva l’11 Settembre 2001 e con la conseguente invasione americana dell’Afghanistan. Prima degli attacchi terroristici del 11/9, Gheddafi era infatti mal visto da tutti i paesi occidentali, essendo il suo regime accusato dell’attentato alla discoteca “La Belle” di Berlino il 5 Aprile 1986; di quello sul volo della Pan Am in volo sulla Scozia nel 1988 (il caso Lockerbie); di aver piazzato una bomba sul volo U.T.A. da Brazzaville a N’Djamena nel 1989. Prima dell’attacco alle Twin Towers quindi il dissidente Gruppo Islamico Combattente Libico era visto con favore dai paesi occidentali e considerato un buon attore di destabilizzazione per il regime libico di allora. Dopo l’11/9 cambiano le carte in tavola e, se prima Gheddafi era considerato dedito al terrorismo internazionale e il GICL la sua spina nel fianco, ora il GICL viene inserito nella black list delle Nazioni Unite in quanto affiliato ad Al Qaeda e considerato una della tante formazioni terroristiche. Questi eventi fanno rivalutare l’immagine di Gheddafi all’estero, soprattutto negli USA, dediti, come il Colonnello, alla lotta contro l’estremismo islamico. Il punto di maggior affiatamento tra i due Paesi ha luogo nel 2003, quando la Libia rinuncia alle armi di distruzione di massa e autorizza le ispezioni internazionali nei propri impianti nucleari; e nel 2004, quando il presidente G.W. Bush dichiara che la Libia ha abbandonato il terrorismo, alleggerendo le sanzioni contro Tripoli, riaprendo i canali commerciali con le compagnie petrolifere libiche e finanziando il progetto di lotta comune al terrorismo islamico.

Uomo chiave del dialogo tra Libia, C.I.A  e l’M.I.6 inglese è Musa Kusa, direttore dell’External Security Service libico, uomo che per questo lavoro può contare sulla sua istruzione alla Michigan State University e al suo mandato di ambasciatore libico presso la sede di Londra. È in questo contesto che prende piede una cooperazione tra i tre Servizi Segreti che sfocerà nelle cosiddette “extra-ordinary renditions”, ossia al consegna in forma straordinaria di terroristi ai Paesi d’origine, il tutto al di fuori delle norme internazionali.

Da qui la Libia diventa uno degli interlocutori principali dei paesi Occidentali in materia di terrorismo e, proprio su iniziativa libica, nell’Aprile 2007, Tripoli ospitò il summit dei Direttori Generali dei Servizi di Sicurezza e della Polizia dell’Unione Araba Magrebina, comprendente Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania, al fine di studiare una strategia comune per arginare il fenomeno del terrorismo.  

Non risulta difficile capire come il Colonnello Gheddafi abbia potuto beneficiare in massima parte da tutti questi eventi. Non solo riabilitò la sua immagine al livello internazionale ma si avvalse anche dell’aiuto americano nella lotta al GICL, che in primis rappresentava per il Colonnello la punta di diamante dell’opposizione al suo regime e solo dopo un gruppo terroristico propriamente detto.

La Libia però non rappresenta la sola fucina di gruppi terroristici. Nel 2006 infatti viene alla ribalta una nuova formazione chiamata “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQIM). Derivante da un gruppo salafita operante in Algeria, Il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), AQIM nel 2007 sceglie di allargare i suoi orizzonti e operare nel contesto internazionale quando il leader Abu Mussab Abdel Woudou annuncia di volersi associare a Osama Bin Laden. Il GICL finisce per confluire in AQIM e viene seguito da altri gruppi operanti nella zona, islamici e non: il Gruppo Islamico Combattente Marocchino (GICM), il gruppo di Khaled Abul Abbas, un gruppo di banditi operanti nella zona al confine tra il Mali e l’Algeria e il gruppo di Abdel Hamid Abu Zeid, concorrente di Khaled Abul Abbas nelle estorsioni nella stessa area. Con la Primavera Araba e la caduta di Gheddafi, l’etnia nomade dei Tuareg si è inserita in queste vicende. Storicamente i Tuareg hanno sempre rivendicato le loro spinte secessioniste dai Paesi del Sahel Sahariano e ad oggi, controllando in Libia l’area sud-ovest, si stanno saldando con le formazioni AQIM ivi presenti per tornare a rivendicare le loro pretese. Nel panorama già di per se eterogeneo si inseriscono anche gli uomini fedeli a Gheddafi che, dopo la guerra civile, sono stati costretti a scappare e trovare rifugio nel sud della Libia, dove adesso si stanno legando proprio ai Tuareg per contrastare la dirigenza di Ali Zeidan.

Non possiamo certo considerare ogni formazione fondamentalista e salafita nel Maghreb come a se stante e isolata dalle altre. Tutto il contrario, la loro forza deriva proprio dalla loro unione e dalla loro rete sotterranea. Anzi, con la caduta dei vecchi regimi, in primis quello del Colonnello Gheddafi, è venuta a mancare proprio quella collaborazione di intelligence che esisteva tra i vari Paesi del nord Africa contro il terrorismo islamico, da qui la serie di nuovi accordi tra i diversi paesi dell’area in tema di sicurezza che testimoniano la necessità. La saldatura fra questi gruppi criminali e terroristi, agevolata da una situazione di scarsissimo controllo delle autorità centrali istituite dopo la Primavera Araba, rappresenta un grave rischio non solo per tutta la zona del Maghreb e del Sahel Sahariano ma anche per Paesi come la Nigeria e la Somalia, già in condizioni precarie.