LIBIA. Risiko senza Italia

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È davvero strano che in Italia di ciò che accade in Libia veramente non si parli. Eppure il rischio che le nostre imprese vengano messe alla porta definitivamente, pensiamo in primis all’ENI, è ben vivo. Mai come ora la politica internazionale italiana, se mai che questo paese ne abbia una, dovrebbe farsi avanti come attore protagonista e non come comparsa. 

Sì perché a ben osservare lo scenario e il contesto libico si registrano due grandi assenti: Stati Uniti e Italia, defilato ma non troppo il ruolo francese, ad ogni modo più preoccupato dal generale attivismo turco nel Mediterraneo che dalla situazione in Libia. L’Unione europea non è mai pervenuta e le Nazioni Unite, spiace dirlo, a parte qualche dichiarazione importante non hanno spinto né in un senso né in un altro barricandosi dietro la necessità di rispettare l’accordo realizzato sotto la propria egida nel 2015 a Skhirat, Marocco.

Chi sta gestendo la pratica o come piace chiamarla agli anglosassoni il “file” Libia al momento sono due grandi blocchi che a cascata trainano gli altri sono: da un lato Turchia-Qatar alleati del GNA e Fayez Serraj; dall’altro Khalifa Haftar, Egitto – Russia.  

Dalla fine del 2019 a fine maggio 2020 Recep Tayyip ha aviotrasportato via Gaziantep miliziani dalla Siria appartenenti a gruppi tristemente noti: Sultan Murad, HTS, Daesh, e gruppi affiliati ad al Qaeda; si tratta di 11.000 combattenti, che in Libia sono gestiti dalla Fratellanza Musulmana; Fratellanza che sta dietro anche al GNA. 

Nel frattempo il generale Haftar, su pressione russa e egiziana ha cominciato a ritirarsi prima delle festività dell’Eid al Fitr, che si è svolto il 23-24 maggio, dalle zone popolate di Tripoli: Ain Zara, campo Yarmouk, ponte aeroporto, Ramla per evitare morti durante i festeggiamenti. A questo ritiro si sono susseguite due settimane di duri scontri culminati con la presa dell’aeroporto da parte delle forze del GNA a seguito della ritirata delle LAAF. Il ritiro di Haftar è proseguito verso e poi da Tarhuna prima dall’area periferica poi da quella centrale, ritirata veloce completata il 3 e 4 giugno. Lasciando la città completamente scoperta e priva di difesa militare. 

Al di qua del Mediterraneo, abbiamo assistito silenziosi, e invertebrati, a una tragedia di cui nessuno parla: l’attacco delle forze del GNA e delle milizie turche a Tarhuna. Una comunità locale che viveva tranquilla. Da sabato, Tarhuna conta 20.000 sfollati che ora stanno arrivando ad Ajdabiya e Bengasi, quando non vengono colpiti dai droni delle forze del GNA gestiti dai turchi. In città, case e negozi distrutti, e le persone che si sono rifiutate di andare via dalle loro case sono state uccise. I miliziani siriani  e quelli libici hanno persino massacrato gli animali dello Zoo di Tarhuna scuoiandoli. La Leonessa ha pagato il prezzo di appartenere alla specie del Leone, il nome dato al generale Haftar. 

Il perché di tanto odio sui civili non lo si riesce a comprendere soprattutto perché quando gli uomini di Haftar hanno compreso che l’attacco era imminente e visto l’incontro de Il Cairo se ne sono andati. Se l’assedio e la conquista possono essere comprensibili, il massacro e il saccheggio avvenuti in una città inerme e senza protezione, No. 

Serraj in tutto questo, ha gestito i suoi uomini da Ankara, in Turchia dove si trovava per un incontro con il presidente turco Erdogan. Mentre avvenivano i fatti di Tarhuna il GNA ha provato riprendersi Sirte e lì si è imbattuto nelle forze di Haftar di stanza nell’area che hanno respinto l’attacco e quindi si continua a combattere.

Tra sabato e domenica, inoltre, Khalifa Haftar, in abito blu, si è recato con Aqila Saleh al Cairo dove ha emesso una dichiarazione che propone un accordo di pace in quattordici  punti, sotto il cappello egiziano di Abdel Fattah al-Sisi, i cui temi principali riprendono per filo e per segno le conclusioni della Conferenza di Berlino che per primi il GNA e la Turchia hanno disatteso. L’accordo è stato salutato con enfasi anche dalla Lega araba, ovviamente dalla Russia. Per noi, udire udire c’era l’Ambasciatore italiano in Egitto, nessun ministro né viceministro. 

Erdogan ha detto dai microfoni turchi che è pronto a riconquistare la Libia e quindi dell’accordo del Cairo non se ne fa nulla. Notizia del 9 giugno, fonte AP, Erdogan avrebbe trovato un accordo sulla Libia i cui contenuti non sono ancora noti, con gli USA. Si parla di transizione in Libia ma in favore di chi e che cosa, non lo si sa. Nel frattempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato l’embargo per le armi di un anno, che comunque arrivano a fiumi sia per Serraj che per Haftar. 

La domanda che noi ci poniamo ma a questo punto siamo gli unici: qual’è la politica marittima di Erdogan? Si è preso una fetta di mare che va dalla Libia alla Turchia inventandosi un confine marittimo senza che nessuno abbia fiatato, con l’intenzione di sfruttare il gas che su carta dovrebbero sfruttare soprattutto le aziende italiane. Il Belpaese e la Francia hanno mandato una fregata a testa a osservare quelle turche, in totale per sei che passeggiano per il Mediterraneo e non crediamo sia per una nuova rotta turistica. Due sono ora fisse di fronte alle coste di Misurata e Sirte.

Poi c’è la questione greca: i turchi per così dire si sono allargati sull’ansa del fiume Evros, area greca contesa, che ora batte bandiera turca; per non parlare poi della questione siriana dove la Turchia si è espansa a sud dei propri confini. In alcune città circola la lira turca al posto di quella siriana, nelle scuole i programmi scolastici sono in lingua turca. E Erdogan ha portato, dopo l’accordo con Putin, circa 6.100 mezzi militari oltre il confine in provincia di Idlib. Azaz è diventata la città dove si arruolano i giovani siriani per la guerra di Libia e da qualche giorno quella in Yemen. 

Il fatto che si tratti di un paese Alleato, parte della NATO, come noi e i greci, è una foglia di fico diplomatica che non regge poi più di tanto adesso, visto che il Sultano Erdogan non ne tiene conto se non quando gli fa comodo. 

Infine non si può trascurare la presenza di Erdogan in Somalia sempre a braccetto con il Qatar. Se si prende dunque una cartina si vede come la politica marittima di Erdogan vada dal Mare Mediterraneo, passi dal golfo di Aden per poi arrivare al Mare Arabico. 

E l’Italia in tutto questo che ruolo ha? 

Assolutamente nessuno. Manchiamo in tutti i summit importanti e quando ci siamo non diciamo niente. I nostri politici dimostrano di non avere a cuore il destino delle imprese italiane all’estero, dopo tutto li abbiamo votati e ora ce li teniamo. Tutti quanti, compresi quelli che non abbiamo votato.  

Graziella Giangiulio e Antonio Albanese