Libia fra timori e speranze

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LIBIA – Tripoli 11/07/2014. Dopo aver affrontato una sanguinosa guerra civile, il Paese fatica a trovare una via d’uscita dalla lotta intestina per il potere fra le tribù che costituiscono il substrato sociale libico.

I tre attori principali di questa tragedia rimangono i militari, i fondamentalisti islamici ribelli e una straziata società civile.
Dopo la tanto attesa sfiducia dell’ex Premier Ali Zeidan che si è dimostrato incapace di far fronte alla situazione, il nuovo PM Abdullah al-Thani (nella foto d’apertura), in carica da Marzo 2014, si sta dimostrando più capace del suo predecessore di dialogare con tutte le parti che costituiscono il panorama libico.
Ministro della Difesa sotto il governo di Zeidan, al-Thani, classe 1954, incarna le speranze della maggioranza dei libici che vorrebbero vedere il loro paese uscire dall’empasse politico e ritrovare il vero sentimento che spinse le masse alla ribellione del 17 Febbraio 2011, al fine di portare il Paese sulla via della pacifica transizione alla democrazia. Transizione, questa, più volte richiamata dalle autorità internazionali ma mai effettivamente verificatasi.
Segno di un parziale e positivo cambiamento di rotta è stata la decisione del governo di stabilire la sede della Camera dei Rappresentanti nella città di Bengasi, capitale della regione est della Cirenaica. Eletta il 25 Giugno, la Camera sostituisce il Congresso Nazionale Generale, simbolo del sogno rivoluzionario infranto.
A Bengasi in una conferenza stampa lo stesso al-Thani ha dichiarato: «Bengasi rappresenta la prima linea di difesa per la Libia. Se la città cade, e Dio non voglia, tutte le altre città della regione saranno in serio pericolo». E ancora: «Spero che ognuno sia al livello della responsabilità che gli è stata affidata e che i leader di tutte le fazioni, presa coscienza della situazione attuale, evitino qualsiasi tipo di conflitto, per il bene della Libia».
Al-Thani ha poi aggiunto che il governo darà tutto l’aiuto finanziario e morale di cui è capace alle forze armate e di polizia stanziate nella città, affinché venga raggiunto l’obiettivo della sicurezza.
Il quotidiano The Tripoli Post descrive il Premier come un uomo calmo e saggio ma soprattutto un capo che possiede una visione chiara di cosa sta succedendo. Le sue visite alla città di Bengasi, centro del dissenso e degli scontri armati, sono la prova che il suo governo ad interim è nel pieno controllo della situazione e continuerà ad esserlo. L’unico episodio che potrebbe mettere a rischio l’attuale governo è stata la controversa elezione del misuratino Ahmed Maiteeq alla carica di primo ministro. La Corte Suprema, considerando il voto non conforme, lo ha invalidato e lo stesso Maiteeq si è detto disposto ad accettare la decisione della Corte per il bene del Paese. In definitiva, sembra che al-Thani abbia tutti i requisiti per ricoprire la sua carica con successo e che sia la figura che serve alla Libia in questo periodo cruciale della sua storia.
La decisione di trasferire la Camera dei Rappresentanti a Bengasi è un passo importante perché significa che l’establishment governativa ha finalmente capito l’importanza che la regione gioca nelle dinamiche politiche del Paese. Era proprio dalla regione della Cirenaica infatti che quasi un anno fa, in Ottobre 2013, Ahmed Zubair al-Senussi, personaggio di grande rilievo che gode di una grande stima da parte della popolazione, proclamò la formazione di un governo alternativo a quello di Tripoli, forte del malcontento della popolazione che era sempre rimasta la parte meno ascoltata nei dibattiti politici. L’esperimento non fu scevro di ambiguità e di scetticismo da parte delle autorità di Tripoli perché, se fosse andato a buon fine, avrebbe messo in serio pericolo l’unità dal paese, preludendo di fatto alla creazione di uno Stato federale. La decisione di fare di una città tanto significativa come quella di Bengasi la sede della Camera è dunque un passo in direzione della riconciliazione fra l’est e l’ovest del Paese.
C’è da dire però che la Cirenaica resta il centro degli scontri armati dove si consumano ogni giorno le tragedie degli assassinii su mandato – per eliminare i personaggi più scomodi – e le frequenti scaramucce fra le formazioni salafite di Ansar al-Shari’ah e i militari del generale Khalifa al-Haftar, personaggio carismatico e di spessore dell’era Gheddafi. Esiliato negli USA negli anni ’80 al termine della guerra fra Libia e Ciad, tornò in patria per prendere parte alla rivolta che depose il Rais, conquistandosi così un nuovo spazio sulla scena politica libica. L’evento di maggior portata è stato l’ “Operazione Dignità” inaugurata dal generale, con la quale ha apertamente dichiarato guerra a tutte le formazioni islamiche fondamentaliste della Libia. Secondo lui le formazioni salafite rappresentano uno dei mali maggiori per la Libia e questo gli ha garantito un enorme successo fra la popolazione della Cirenaica, stanca ormai del linguaggio dei fondamentalisti che, con la loro retorica religiosa, non fanno altro che rendere la situazione ancora più instabile di quanto già non sia, quando invece potrebbero contribuire ad una ricostruzione pacifica. Il generale al-Haftar, che può contare sull’appoggio dell’esercito e dell’aeronautica militare, ha intrapreso una serie di offensive contro le formazioni terroristiche di Ansar al-Shari’ah e la Brigata 17 Febbraio, aprendo un’offensiva su larga scala in tutta la Cirenaica. Questo non ha però intimorito i fondamentalisti che, in data 4 Giugno, hanno sferrato un attacco terroristico contro il convoglio del generale nella città di Abyar – ad est di Bengasi – dove hanno perso la vita quattro delle sue guardie del corpo.
Considerando che dopo la caduta del regime di Gheddafi le formazioni salafite hanno registrato un aumento soprattutto nelle aree desertiche del sud e ad est della Libia, un personaggio come quello di al-Haftar potrebbe essere visto di buon occhio non solo dalla popolazione locale ma anche e soprattutto da quegli attori internazionali che hanno messo la lotta al terrorismo nella lista delle priorità. Essendoci già stati in passato dei rapporti fra l’Internal Secury Service di Gheddafi e i Servizi angloamericani – per sradicare le formazioni terroristiche all’indomani dell’11/9 – non è da escludere che il generale potrebbe beneficiare degli aiuti internazionali nella lotta al terrorismo.
La situazione a questo punto sarebbe molto più semplice se al-Haftar non avesse dichiarato la sua avversione anche alla Camera dei Rappresentanti che, secondo la sua visione, sarebbe luogo di salafiti infiltrati che cercano di pilotarne le delibere. In più il generale non prende ordini dal Capo di Stato Maggiore ma opera di sua libera iniziativa, il che lo pone completamente al di fuori della legittimità statuale. La domanda che si pongono gli analisti è se il generale al-Haftar potesse essere il nuovo protagonista della scena libica e, qualora la risposta fosse affermativa, se egli si richiami all’esempio egiziano – dove il generale Abdel Fattah al-Sisi dopo il completamento del colpo di stato per cacciare i Fratelli Musulmani ha dato prova della sua fedeltà alle istituzioni, allontanando i timori presidenzialisti – oppure egli si richiami all’esempio del suo connazionale Muammar al-Gheddafi che, anche lui forte del sostegno militare, nel 1969 depose con un colpo di stato il re di Libia Idris I e che rimase sulla poltrona del potere per ben quarantuno anni.
Il governo di al-Thani sembra essere nato sotto una buona stella perché, oltre alla capacità di trovare la via del dialogo con le forze di Bengasi, è riuscito anche a trovare un accordo con le milizie ribelli che controllavano i porti orientali di Sidra e Ras Lanuf, riconducendo questi definitivamente sotto il controllo delle legittime autorità. Anche questo risulta essere un passaggio fondamentale sulla via della ricostruzione della Libia perché è il primo passo verso la fine della crisi energetica.
La protesta – iniziata dieci mesi fa – aveva visto i due porti orientali cadere nelle mani dei ribelli armati che rivendicavano più diritti per la popolazione orientale rimasta marginalizzata.
L’accaduto non rappresenta affatto una novità. Da sempre le milizie attaccano i pozzi petroliferi e i porti (che permettono la commercializzazione del greggio) al fine di acquistare rilievo nel dialogo con le autorità. Questi obiettivi sono a dir poco strategici per le pretese di questi gruppi di ribelli armati perché, rappresentando la fonte primaria dell’economia libica, danno un grande potere negoziale a chi li controlla. Musbah Al-Akkari – direttore dei mercati finanziari della Banca Centrale Libica – ha dichiarato che il Paese ha perso 30 bilioni di dollari dall’inizio della protesta. Per dieci mesi infatti la rendita derivante dalla vendita del petrolio è stata di un bilione di dollari al mese contro i cinque bilioni circa nel periodo precedente alla protesta. Al-Akkari ha dichiarato anche che le riserve libiche ammontano a 110 bilioni di dollari circa e che sono state sufficienti a far fronte al disagio. In definitiva, la riapertura dei porti di Sidra e Ras Lanuf, che permetterà di immettere nel mercato 500 mila barili di petrolio al giorno, risponde positivamente alle necessità del governo di far fronte alla drammatica situazione energetica.
Questo avrà dei risvolti positivi anche per l’Italia che, con la crisi ucraina, trova sempre nella Libia il suo principale fornitore di petrolio.

Nonostante le buone notizie, il tema della sicurezza rimane nella top list del governo. Gli scontri armati e i rapimenti rimangono all’ordine del giorno. Lo dimostrano il recente rapimento di Marco Vallisa, Petar Matic ed Emilio Gafuri, impiegati nella ditta italiana Piacentini Costruzioni S.p.a., e l’assassinio di Salwa Bugaighis, avvocato attivista per i diritti umani nonché figura simbolo dei diritti femminili in Libia. In data 25 Giugno poi, giornata delle elezioni parlamentari, la violenza nelle strade è esplosa, spiegando la poca affluenza alle urne (meno del 50%). Sebbene il Parlamento abbia estremo bisogno della legittimità popolare, la popolazione si dice estremamente spaventata dai miliziani armati fino ai denti, una piaga che il governo centrale non è ancora riuscito a debellare.
La situazione sarà ulteriormente complicata dalla decisione del Ministero dell’Interno di legalizzare dal 2015 il possesso di armi da fuoco leggere per i cittadini libici. Il provvedimento è indirizzato alla difesa della proprietà privata – che evidentemente il governo non riesce a garantire – ma rischia grandemente di sfuggire fuori controllo, preludendo ad un’allarmante proliferazione di armi.

L’Italia in tutto questo non rimane certo a guardare. «L’Italia» ha dichiarato il Ministro della Difesa Roberta Pinotti «è pronta a prendersi maggiori responsabilità in Libia. Ma chiediamo una cornice internazionale chiara, un piano condiviso, senza che ognuno parli con voce diversa».
Il Ministro degli Esteri Federica Mogherini, dicendosi preoccupata perché la situazione rischia di sfuggire da ogni forma di controllo, ha ribadito che il nostro Paese intende continuare a dare il suo contributo per l’avvio «di un processo di dialogo in Libia che porti alla riconciliazione nazionale e alla revisione della Costituzione».
Il Premier Renzi, dal canto suo, ha proposto un primo piano d’azione per l’Unhcr (l’Agenzia per i rifugiati), che dovrebbe procedere alla creazione di campi profughi direttamente sulle coste libiche, evitando così che i rifugiati si riversino in massa sulle coste italiane, dove dall’inizio del 2014 sono arrivate già 38 mila persone.
Anche l’Unione Europea dimostra la sua preoccupazione per una situazione che, a detta dei Ministri degli Esteri riuniti a Lussemburgo, è in netto deterioramento. «L’Ue ha già un ruolo molto attivo in Libia. Stiamo facendo tutto il possibile. Stiamo lavorando con l’Italia, con tutti gli altri partner e con le Nazioni Unite per cercare di stabilizzare la situazione in Libia e continueremo a farlo». Questa la dichiarazione dell’Alto rappresentante per la Politica estera e di difesa dell’UE Catherine Ashton, la quale ricorda che l’UE ha contribuito con 130 milioni di euro di aiuti negli ultimi tre anni, con la missione civile Eubam a sostegno delle autorità libiche nel miglioramento delle condizioni di sicurezza e nel controllo delle frontiere. Ciò che viene auspicato dall’UE sono elezioni «aperte a tutti e credibili», che permettano la partecipazione delle minoranze e delle donne in vista della costituzione di un Parlamento in grado di rappresentare un consenso nazionale e di giocare il suo ruolo nella formazione di un governo che goda di un ampio sostegno politico.
Anche l’ONU è convinta che la Libia debba diventare una priorità. La UNSMIL – United Nations Support Mission in Libya – ha dichiarato di voler intraprendere un’iniziativa che vedrà dialogare tutti gli attori più influenti sulla scena libica. Il fine ultimo è quello di giungere a degli accordi che, su espressa richiesta del governo al-Thani, chiariranno una volta per tutte il ruolo libico nella lotta al terrorismo e che tenteranno di risolvere il problema della sicurezza e dell’autorità dello Stato.
Anche il presidente Obama spende qualche parola sulla difficile situazione che la Libia sta fronteggiando, congratulandosi con quei cittadini (solo un milione e mezzo su tre, fra cui 600 mila donne) che si sono recati alle urne per eleggere la Camera dei Rappresentanti. Dopotutto, anche se rappresentano solo il primo passo, le elezioni rappresentano una delle pietre miliari della democrazia. Inoltre, dopo le minacce dei terroristi di Ansar al-Shari’ah, il presidente si dice pronto a ritirare il proprio personale e a rafforzare le basi militari a Sigonella, dove la presenza di marines e aerei è più massiccia.
Fra gli attori internazionali anche i Paesi limitrofi del Maghreb si stanno organizzando per cercare di avere una visione quanto più chiara della situazione in corso. Il 13 e 14 Luglio infatti Hamamet – Tunisa – sarà la sede del summit fra i Ministri degli Esteri di Libia, Algeria, Egitto, Sudan, Ciad, Niger e i rappresentanti della Lega Araba e dell’Unione Africana. Nell’incontro verrà discusso il tema fondamentale delle forme di sostegno da adottare nei confronti di qualsiasi iniziativa libica volta a rafforzare le istituzioni statali, instaurare il dialogo nazionale e con esso la transizione alla democrazia.
La delicatezza della situazione è avvertita anche l’intellettuale e politico marocchino Hassan Aourid crede che la stabilità sia una priorità indiscutibile. «Il vuoto statale lasciato da Gheddafi e la circolazione di un’enorme quantità di armi, che transitano anche verso altri Paesi africani, formano un combinato disposto potenzialmente catastrofico» avvisa Aourid «Se non verrà trovata una soluzione, le ripercussioni si faranno sentire in tutta la regione». A rischio quindi tutto il Mediterraneo, la cui sicurezza dipende dal futuro della Libia. Aourid richiama esplicitamente l’aiuto degli occidentali: «Il Nord Africa rientra negli interessi strategici dell’Europa del sud, pensiamo anche alla questione dell’immigrazione. Il Nord Africa può farcela, c’è un grande potenziale. Ma i pericoli sono lì: non possiamo sperare in un futuro brillante senza il coinvolgimento dell’Occidente».

Insomma, fra timori e speranze lo scenario libico resta sempre aperto. La sola cosa che si augurano tutti è che il Paese trovi al più presto una via d’uscita da questa situazione che è diventata ormai insostenibile.