Politica e petrolio in Libia

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LIBIA – Tripoli 19/09/2014. La ripartizione dei ricavi di idrocarburi all’interno di Libia è un fattore di rischio elevato per il successo futuro del paese e ha il potenziale per avere un impatto enorme sulle dinamiche politiche future.

Se le forze politiche in competizione in Libia (Camera dei rappresentanti / Consiglio nazionale generale) duplicassero le istituzioni “statali” deputate alla vendita, la demarcazione tra le vendite legali e illegali diventerebbe meno chiara, anche se la la comunità internazionale ha continuato a sostenere la Camera dei rappresentanti. La variazione del flusso di proventi del petrolio sarebbe sintomatica del cambiamento nel più ampio controllo politico e qualsiasi azione da parte della comunità internazionale dovrebbe probabilmente essere vista in una luce politica, e non solo dal punto di vista della vendita del petrolio. Come riporta l’agenzia Bloxtons, senza una forte applicazione le sanzioni attualmente in vigore sulla Libia possono essere facilmente aggirate: .ci sono un certo numero di operatori noti che sarebbero disposti a trattare con attori non statali in base al livello di sconto richiesto per compensare il rischio, unito alla capacità di fornire greggio. Fino a poco tempo fa la Noc stava tenendo stretti i suoi prezzi, con un impatto negativo sui volumi di vendita, ma ultimamente si è giunti a livelli di prezzo più realistici che potrebbero rendere più difficile per gli attori non statali essere attraente per i commercianti. La combinazione del recente rafforzamento delle sanzioni poste dalla risoluzione 2174-2014 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le recenti dichiarazioni degli stati occidentali mostrano chiaramente che la comunità internazionale vede come legittima solo la Camera dei rappresentanti e la Noc è quindi giudicata un istituto legittimo con cui condurre operazioni regolari vendita. A questo vanno aggiunti i recenti problemi all’interno della Banca centrale della Libia (Bcl). Si tratterebbe di una chiara indicazione che è iniziata la lotta per il suo controllo: ad oggi min c’è traccia di significativi flussi di fondi a favore della Camera o del Consiglio, e quindi, in generale, la Bcl non sta effettuando pagamenti. Il presidente dell’istituo, Kabir, sembra sostenere il Cng, a differenza del suo vice al-Hibri, e quindi gli sviluppi futuri dipenderanno dalla capacità della Camera di rimuovere Kabir cui manca ancora un amnno e mezzo del suo mandato quinquennale. La questione dei pagamenti resta dunque aperta. Anche se la fine del blocco della produzione del petrolio durato 11 mesi è stata una buona notizia per le compagnie petrolifere internazionali che operano in Libia, viene ancora monitorata la situazione politica e di sicurezza quotidianamente anche se la maggior parte di loro ha portato via dalla Libia la maggior parte del personale, non si registra nessun abbandono definitivo, tutte preferiscono attendere e vedere cosa accade. La maggior parte delle compagnie petrolifere e indipendenti con attività significative in Libia si suddividono, in due categorie: quelle con quote di partecipazione grandi abbastanza per convincerli a sopportare la crisi politica e quelle che non vedono l’ora di vendere. L’Eni è il più grande investitore straniero nel settore petrolifero del paese: investimenti previsti di circa 8 miliardi di dollari nel prossimo decennio; Eni opera anche il gasdotto Greenstream dal suo complesso di Mellitah nella Libia occidentale che fornisce il gas alla rete continentale italiana; suoi sono i campi petroliferi chiave intorno a Wafa nel sud-ovest, che rifornisce anche di gas il Greenstream e il campo Elephant 130.000 b / d, che è tornato a produrre di nuovo. Quando a regime il suo portafoglio libico vale il 16% della produzione totale della società. Allo stesso modo la spagnola Repsol ha legami tali con la Libia che non è disposta ad allontanarsi nonostante la minaccia di un ulteriore conflitto civile. Dopo aver riavviato il campo di El-Sharara l’8 luglio, è pronta a far ripartire la sua produzione, che era arrivata a 150.000 b / d all’inizio di quest’anno. Repsol ha il 10% di El Sharara mentre per l’austriaca Omv, che ha una quota del 7,5% nel settore, la produzione libica vale il 10% dei suoi quasi 300.000 barili di olio equivalenti al giorno. Nè Eni né Repsol affermando di voler lasciare la Libia. Diverso approccio quello delle indipendenti statunitensi come Hess, Marathon Oil e ConocoPhillips, tutte con partecipazioni a Waha. A loro va unita Occidental (Oxy), che ha una joint venture con Omv nella Zueitina Oil Company, anche a est. Tutte starebbero cercando acquirenti in silenzio. Acquirenti probabili le aziende nazionali petrolifere cinesi e russe che operano in Nord Africa.
La situazione politica non è quindi delle più rosee per gli affari: pur non avendo un ampio mandato popolare e non essendo in grado di controllare tutta la Libia, la Camera dei rappresentanti (Cdr) sta cercando di comportarsi come farebbe un governo. Questa settimana, il primo Ministro Abdullah al-Thinni ha presentato il suo governo alla Camera per la fiducia che non ha avuto e a complicare la situazione c’è anche la legge che vieta a tutti gli ex membri dell’amministrazione Gheddafi di partecipare ani alcun modo alla vita politica del nuovo stato. Nel frattempo, il Cng ricostituito continua a rivendicare il potere, pretendendo di rappresentare il governo libico, anche se può controllare solo un territorio circoscritto all’interno della Libia.