Bloco navale in Libia, ONU made

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STATI UNITI D’AMERICA – New York 02/03/2015. Un nuovo studio Onu afferma che la capacità della Libia di impedire il flusso di armi dentro e fuori del paese è «quasi inesistente», e chiede l’inasprimento dell’embargo sulle armi che il governo di Tobruk chiede di alleggerire.

Nello studio si raccomanda inoltre la creazione di una forza di monitoraggio marittimo per aiutare il governo della Libia a prevenire sia il flusso di armi che l’esportazione illegale di petrolio del paese, che ospita le maggiori riserve accertate di greggio dell’Africa. Il governo libico internazionalmente riconosciuto ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di revocare l’embargo sulle armi al paese, dopo la decapitazione dei 21 cittadini egiziani, cristiano-copti, da parte dello Stato Islamico. Libia già oggi può applicare per importare armi in deroga all’embargo, ma la commissione delle Nazioni Unite che considera tali richieste è stata molto cauta nel dare il suo assenso dopo che nel 2013 armi destinate al governo finirono nelle mani delle milizie. Ora, nello studio si afferma che l’embargo sulle armi dovrebbe essere reso più stringente in modo che l’approvazione del comitato sia necessaria non solo per le armi e munizioni, ma «per tutto il materiale militare non letale e per l’offerta di formazione in materia di sicurezza». Si raccomanda inoltre che il Consiglio di Sicurezza crei una forza di monitoraggio marittimo «per assistere il governo della Libia nel garantire le sue acque territoriali» impedendo così il flusso di armi che viola l’embargo. La forza di monitoraggio potrebbe anche impedire l’«esportazione illegale di petrolio greggio e dei suoi derivati, e di altre risorse naturali» , poiché il governo della Libia ha perso il controllo su gran parte dei suoi impianti petroliferi. Nello studio, pubblicato durante il fine settimana, si dice che le armi dalla Libia hanno «rafforzato in modo significativo la capacità militare dei gruppi terroristici che operano in diverse parti della regione, tra cui in Algeria, Egitto, Mali e Tunisia in particolare».