La Libia vista dal Maghreb

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ITALIA – Roma 06/06/2015. Il 2 giugno scorso, la conquista dell’aeroporto della città libica di Sirte da parte dei jihadisti dello Stato Islamico ha fatto suonare un ulteriore campanello dall’allarme nei paesi del Maghreb.

Per tale motivo, i responsabili militari e della sicurezza algerini, tunisini e egiziani si sono incontrati per una riunione d’urgenza al Cairo il 3 e 4 giugno scorsi. A tale riunione avrebbe partecipato anche un rappresentante del governo libico di Tobruk di Abdallah al Thani. Diverse questioni riguardanti la Libia sono state sollevate, ma si sono scontrate più o meno con le divergenze strategiche dei diversi attori che sono limitrofi con il paese, e non solo. Basti pensare in effetti che anche il Marocco è seriamente preoccupato dal possibile effetto di spillover che la situazione libica potrebbe avere nei confronti dei suoi vicini.
La grande differenza tra i due attori che possono realmente fare qualcosa in Libia, ovvero Egitto e Algeria, è che il primo ha una strategia interventista, mentre il secondo no. D’altronde le ragioni dell’interventismo egiziano sono comprensibili. Qualora non risolvesse il problema libico, il paese dei faraoni rischierebbe di trovarsi stretto in una morsa mortale: a est l’avanzata dalla Siria e dall’Iraq dello Stato Islamico (che è già presente nel Sinai); a ovest l’avanzata dello Stato Islamico in Libia. Peraltro, l’Egitto era già intervenuto a febbraio in Libia proprio per fermare l’avanzata di IS e in risposta all’uccisione di ventuno egiziani copti.
Peraltro l’Egitto deve fare i conti con una situazione interna tutt’altro che pacifica per via dei processi contro Mubarak e contro Morsi che politicamente dividono il Paese. Bisogna inoltre aggiungere che l’aiuto americano è venuto meno proprio da quando il generale Al Sisi è al potere per motivi di difesa dei diritti umani (i più maligni direbbero da quando il Presidente Obama è al potere). Questa scelta politica americana ha di fatto avvicinato l’Egitto alla Russia, perché bisognoso di armi. L’obiettivo strategico egiziano è quindi molto semplice: l’apertura di un secondo fronte è già avvenuta e la chiusura deve avvenire in tempi quanto più brevi possibili.
Dal canto suo l’Algeria è schierata dalla parte del non intervento per diversi motivi. In primo luogo, Algeri spinge per una politica del non intervento in affari interni a paesi terzi. Nonostante possa sembrare una scusa di facciata, le ragioni sembrano essere chiare e di duplice natura. Gli algerini non vogliono impelagarsi in una guerra dal risultato assolutamente incerto, sia militarmente che politicamente una volta avvenuta l’eventuale sconfitta di IS in Libia.
Ciononostante, il fronte interno è il motivo di principale preoccupazione per l’Algeria. Il governo di Algeri teme molto che attaccare in Libia possa risvegliare le diverse cellule dormienti che ha nella parte settentrionale del proprio paese, che siano esse legate o meno allo Stato Islamico. In effetti, un eventuale attacco potrebbe essere il collante che finora è mancato per un’unione tra AQMI e gli uomini del Califfato in Algeria (il nuovo gruppo denominato Jund el Kalifah). Si tratterebbe dello stesso collante che sinora manca anche tra i movimenti terroristici in Mali che, a proposito, si stanno dilaniando proprio a riguardo. In effetti, un emiro di Al Mourabitoune, Abu Walid al Sahraoui, avrebbe prestato giuramento al Califfato prima di essere smentito il giorno dopo dall’emiro storico e fondatore del gruppo, Mokthar Belmokhtar.
Inoltre, Algeri deve far fronte anche ad una situazione economica interna particolarmente disagiata con una popolazione giovanile spesso disoccupata e delle entrate statali in netto deterioramento a causa di un basso prezzo del petrolio e del gas.
Secondo fonti locali, Algeri si starebbe comunque muovendo. Da un punto di vista interno, il rimpasto di governo e le nuove nomine ai vertici delle società statali sono stati visti come segni tangibili per smuovere l’economia interna. Da un punto di vista militare, sono stati spostati altri 10mila uomini tra militari e gendarmi alla frontiera con la Libia portando il dispositivo a circa 60mila uomini. La politica di aiuto alla Libia sarà essenzialmente quella di fornire un supporto logistico: munizioni e intelligence.
La piccola Tunisia non ha di certo i mezzi per intervenire in Libia, soprattutto dopo aver dimostrato delle falle nella propria sicurezza con gli attacchi al Museo del Bardo e nella caserma vicino Tunisi di fine maggio scorso. Se l’aiuto alla Libia sarà simile a quello proposto dall’Algeria (munizioni e intelligence), da un punto di vista diplomatico e politico le indicazioni di Tunisi sono abbastanza chiare. In effetti, il
ministro degli affari esteri tunisino, Taïeb Baccouche, ha ricevuto la visita del suo omologo qatarino, Khaled El Mohamed El Attia siglando con una stretta di mano quella che i media locali hanno chiamato una nuova “Entente cordiale”. I due ministri hanno discusso molto chiaramente di un aiuto qatarino in Tunisia per favorire lo sviluppo di migliaia di posti di lavoro. Conoscendo l’attivismo del Qatar anche sugli scenari siriano e libico, di sicuro la discussione non si sarà fermata al welfare, vista la forte presenza di tunisini tra le fila dello Stato Islamico. Tunisi sta cercando quindi di accontentare gli uni (Algeria) senza frustrare gli altri (Egitto)
La riunione tra i responsabili della sicurezza è servita sicuramente per fare il punto della situazione, analizzando le divergenze appena indicate, ma anche per capire sul campo come stanno le cose. Ormai il degrado in Libia è arrivato a livelli catastrofici. Il governo di Tobruk (con l’esercito guidato da Haftar) e il governo di Bengasi (supportato dalle forze di Fajr Libya) si parlano solo in un’ottica di muro contro muro. Alla fine della riunione di ieri è stato indicato chiaramente che devono sconfiggere Daesh in Libia e l’unico modo per farlo è collaborando insieme. La caduta in mano dello Stato Islamico dell’aeroporto di Sirte avrebbe smosso un poco le acque. Una ragione ulteriore alla conclusione di un accordo politico potrebbe essere legata alla fretta che ormai il governo di Tobruk si troverebbe ad affrontare: secondo l’inviato ONU, Bernardino Leon, la Banca Centrale Libica non avrebbe più le liquidità finanziarie per pagare i salari entro la fine del prossimo mese, a causa della caduta del prezzo del petrolio e alla diminuzione della produzione.
In questo scenario di divergenze, pressioni, attacchi e diplomazia, si è inserito anche il Regno del Marocco. Gli interventi marocchini per tentare di sollecitare o facilitare il dialogo tra le parti in Libia è stato visto da alcuni come un’ingerenza tra i paesi limitrofi e come un attacco strategico all’Algeria. Da sempre i due paesi, Marocco e Algeria, sono ai ferri corti per lo sviluppo delle rispettive strategie sulla Libia. Ciononostante, fonti locali hanno indicato che la paura maggiore da parte del Marocco è che la mancanza di azione da parte dei vicini porti Daesh a svilupparsi fino in Tunisia e Algeria, ovvero fino alle frontiere marocchine. Rabat spingerebbe quindi per una cooperazione e delle azioni concertate con gli altri attori del Maghreb per fare fronte comune nell’immediato allo Stato Islamico, anche perché il Marocco è il terzo contributore in termini di uomini a Daesh, dopo Arabia Saudita e Tunisia.
Ciò che è più importante, perché riguarda l’Italia più da vicino, è quanto è stato fatto trasparire alla fine della riunione. In effetti, il punto su cui algerini, tunisini e egiziani si sono trovati d’accordo è sulla necessità di contrastare il numero, sempre in aumento, dei jihadisti in arrivo in Libia, in media 20 al giorno, tramite la Tunisia, l’Egitto, la Mauritania o il nord del Mali o il Niger. Quello che dovrebbe preoccuparci maggiormente è che fonti di sicurezza locali hanno fatto l’elenco dei paesi di provenienza dei jihadisti che sarebbero sudanesi, ciadiani, egiziani, tunisini, marocchini, sauditi, emiratini, kuwaitiani, qatarini, francesi, tedeschi e … italiani.