LIBIA. Lybia Untold

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Nel corso delle ultime due settimane i due principali leader delle fazioni libiche in conflitto a Tripoli hanno effettuato una serie di viaggi per cercare di ottenere il necessario supporto, la carta vincente per vincere la battaglia per la capitale libica. 

Il primo a lasciare la Libia per, nell’ordine, Roma, Berlino, Parigi e Londra, è stato Fayez Serraj, il presidente del Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale – GNA, ovvero il governo istituito su spinta delle Nazioni Unite a seguito dell’accordo di Skhirat nel dicembre 2015. Serraj sperava di tornare dalla sua tournée con il supporto delle cancellerie europee, quindi con la loro condanna dell’attacco dell’esercito del generale Haftar (il Libyan Nationa Army – LNA) su Tripoli. Così però non è stato.

Anzi, alcuni giorni dopo, proprio l’altro leader, il generale Haftar, si è mosso e si è recato prima a Roma e poi a Parigi (e mentre si scrive è in direzione di Mosca). Nulla di ufficiale, ma Haftar ha avuto modo di far riconoscere il fatto che il suo attacco sia l’ultima pagina di uno scontro contro le milizie criminali, estremiste e terroriste che gravitano e combattono per il GNA.

Sulla base di quanto discusso nei vari incontri, diverse voci in Italia e alcune anche in Libia hanno denunciato il cambiamento di comportamento di Roma nei confronti dello scenario libico. I governi precedenti all’attuale governo Conte avevano sempre difeso a spada tratta il governo Serraj e la via politica incentrata sul governo di Tripoli perché instaurato e supportato dalle Nazioni Unite. Il passaggio di Haftar a Roma ha fatto gridare allo scandalo ai più, pensando che Roma stesse saltando sul carro dei vincitori e quanto questo rappresentasse un errore strategico del governo italiano.

Sta di fatto però che la situazione dalla fine del governo Gentiloni ad oggi è radicalmente cambiata. Agendo sempre in accordo con le diverse tribù locali, il LNA di Haftar ha allargato la propria presenza nel sud del paese che era nominalmente sotto l’autorità di Tripoli, ma di fatto controllato da milizie di criminali, trafficanti di esseri umani e contrabbandieri, in prevalenza gestiti da milizie ribelli provenienti dal vicino Ciad e secondo le ultime indicazioni anche di Daesh. Soprattutto, la gestione del sud in mano alle milizie avveniva con il placet di Tripoli, spesso in modo ufficioso e a volte ufficiale.

Essenzialmente, il 4 aprile, ovvero il giorno prima dell’inizio dell’attacco del LNA su Tripoli, le forze di Haftar controllavano più del 90% del territorio libico (se si comprende la zona sotto controllo delle milizie Toubou affiliate) e godevano del largo supporto della popolazione.

Eppure l’attacco di inizio aprile ha riportato in superficie qualcosa di più di un semplice scontro tra un governo di Tripoli e un esercito affiliato al Parlamento di Tobruk. Peggio è limitare l’intendimento del supporto all’una o all’altra parte ad una questione di sola politica e di meri interessi, accusando Roma di saltare sul carro dei vincitori, come è stato detto da alcuni in Italia. In effetti, l’attacco su Tripoli ha riportato di fronte agli occhi di tutti i problemi che hanno portato allo scontro odierno: le milizie e una struttura costituzionale.

Ad oggi lo scontro si basa essenzialmente su questi due punti, e in particolare sul primo, le milizie.

Il problema delle milizie non è solo della presenza di bande armate, ma che queste sono essenzialmente collegate all’estremismo islamico. Senza voler tessere le lodi di una delle due parti, si ricorda che Haftar è sceso in campo nel 2014 per lottare contro le milizie del Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi, un’accozzaglia di gruppi armati il cui riferimento era Ansar al Sharia di Al Qaeda e al quale si aggiunge poi anche Daesh. Da allora, Haftar ha riunito le milizie dell’est, prima, poi di tutte le aree che ha occupato (o liberato a seconda dei punti di vista) e le ha plasmate in un esercito, non più un raduno di combattenti. Questo lo ha portato a combattere contro le milizie terroristiche (le Saraya Defend Bengasi – SDB, sempre qaedisti) nella zona dei terminal petroliferi e di Al Jufrah fino alla liberazione di Derna (contro il Consiglio della Shura dei Mujahideen di Derna, sempre qaedisti) e del sud del paese. Il lavoro sul suo esercito non è forse finito e ha avuto momenti tragici che hanno portato ad esempio un suo membro, il maggiore Mohammed al Warfali, ad essere ricercato internazionale per crimini di guerra. 

Ciò nonostante, Haftar ha anche lavorato nel differenziare le forze: il LNA ha i compiti di combattimento e passa poi i compiti di sicurezza alle forze civili legate al ministero degli interni del governo ad interim (a riguardo il lavoro del Ministro Ibrahim Bushnav è fondamentale). Essenzialmente è questo che distingue il LNA da un gruppo di milizie. 

La propaganda dei gruppi collegati all’estremismo islamico però ha sempre indicato che Haftar era un dittatore che combatteva contro il suo popolo. Spesso e volentieri, in Italia si è pensato che questa fosse la definizione da seguire perché Haftar essenzialmente combatteva contro il GNA.

Con l’attacco su Tripoli però, nella comunità internazionale si è iniziato a dubitare del fatto che il GNA non fosse forse l’espressione del candore politico per il quale era stato creato. Quindi è iniziato a venire fuori quello che chi studia la Libia da tempo conosce, ovvero che Haftar avrà forse quello che alcuni indicano assomigli ad un esercito, ma si trova di fronte un’accozzaglia di milizie che definire criminali è il minimo. Se si passa in rassegna le unità che combattono ad oggi per il GNA si trovano in primis le diverse milizie di Tripoli, che vanno dai Battaglioni Rivoluzionari alle Special Deterrence Forces – SDF (nate come polizia religiosa salafita) passando per la milizia Nawasi. Sulla carta gestivano per il GNA la sicurezza, in realtà facevano molto di più, dal taglieggiamento ai rapimenti, passando per il traffico di migranti e di armi, nella totale impunità.

A proposito di traffico di esseri umani, due delle principali milizie di Az Zawia e Sabratha, quelle di Abu Ubaydah al Zawawi e Amo al Dabbashi, combattono per il GNA a Tripoli. I loro due leader sono ricercati dalle Nazioni Unite perché l’apice con altri quattro capi milizie e trafficanti di traffico di esseri umani. Essenzialmente erano loro a gestire principalmente gli invii dei migranti dalla zona di Sabratha verso l’Italia.

Poi ci sono le milizie di due pezzi da novanta dell’estremismo e della criminalità, due uomini che il GNA ha sempre usato e mai smentito ufficialmente: Ibrahim Jadran e Salah al Badi. Il primo è il capo delle ex Guardie petrolifere della zona di Sidra, scappato di fronte a Daesh e poi di fronte al LNA, oggetto di mandato di cattura internazionale per contrabbando di carburante e crimini di guerra. Il secondo è a capo della Brigata al Samoud ed agisce come espressione del jihadismo in Libia istigato dai Fratelli Musulmani e soprattutto al Muftì Gharyani. Anche Al Badi è ricercato per crimini di guerra a livello internazionale, ed è lui ad aver incendiato e distrutto l’aeroporto internazionale a sud di Tripoli (tant’è che ironicamente, quando si vede del fumo in un aeroporto, i libici si chiedono se Salah al Badi sia passato da lì).

Se non bastasse, a Tripoli combattono anche alcune milizie collegate ad Al Qaeda e a Daesh e combattono per il GNA, quello instaurato e supportato dalle Nazioni Unite. Ad esempio, l’ultimo in termini di tempo, il 24 maggio scorso è morto negli scontri con il LNA Mohammed ben Dardaf, detto Babour, membro di Ansar al Sharia (Al Qaeda) con legami famigliari con diversi altri membri di Al Qaeda o gruppi affini, ma soprattutto ricercato perché membro del gruppo che ha attaccato il complesso di Bengasi dell’ambasciata americana in cui morì nel 2012 l’ambasciatore Christopher Stevens. 

Nel corso delle ricerche sui social media sono stati raccolti diversi video e foto di combattenti o gruppi che combattono oggi per il GNA che sono collegati ad Al Qaeda o a Daesh.

Poi ci sono le milizie di Misurata e in particolare le due principali, Al Majhoub e Halboos, e le altre che sono state fatte rientrare nella Brigata al Samoud di Al Badi. Città strana quella di Misurata, da sempre anti gheddafiana, si è poi trasformata nel bastione rivoluzionario islamico e feudo dei Fratelli Musulmani. L’aeroporto di Misurata ospita l’ospedale italiano che serviva a curare i miliziani feriti nelle battaglie contro Daesh a Sirte con supporto americano, mentre esattamente nello stesso periodo la Turchia appoggiava l’estremismo islamico e le proprie mire di espansione ottomana mandando soldi e armi proprio a Misurata affinché venissero redistribuiti ai vari Consigli della Shura.

Al contrario invece, i vari Direttorati per la sicurezza di Tripoli e delle zone attorno istituiti dal Ministero degli interni del GNA hanno deciso di non seguire più il governo di Tripoli e di fare riferimento al governo ad interim di Tobruk. Il motivo addotto è semplice: non sono più disposti a gestire la sicurezza di un governo che ha tra le proprie fila milizie criminali e estremiste islamiche o terroristiche. 

La questione delle milizie di Misurata solleva anche la questione del finanziamento della guerra e la successiva domanda sull’autorità di Serraj. In effetti, i gruppi da Misurata sono intervenuti, così come altre milizie, solo nel momento in cui Serraj ha aperto i cordoni della borsa, o le porte della Banca centrale di Tripoli. Secondo quanto riferito, sono stati pagati da Serraj 2 miliardi di dinari, di cui più della metà è stata destinata a Misurata e alle sue milizie. Si ricorda che il Governatore della Banca centrale è Sadiq al Kabir, membro dei Fratelli Musulmani. Considerato che una parte di quei soldi è andata a finire anche a milizie come quelle di Al Badi, Jadran o le SDB, il GNA supportato dalle Nazioni Unite ha finanziato il terrorismo islamico. Le milizie avrebbero fatto di più: approfittando della loro entrata a Tripoli, avrebbero trasferito tutte le riserve a Misurata. Questo ha risollevato uno dei cavalli di battaglia del LNA, ovvero che le entrate del petrolio libico (che il LNA controlla al 99%) finiscono nelle casse della Banca centrale che le usa per finanziare le milizie (oggi a Tripoli e ieri per attaccare il LNA in altre zone). 

Come indicato, l’arrivo delle milizie di Misurata ha sollevato quesiti sull’autorità di Serraj, o più che altro ha dato conferme. Dal 2015 in poi il presidente Serraj non è riuscito ad imporre alle milizie la propria istituzione e di queste è diventato sempre più succube. D’altronde fu la questione della sicurezza di Tripoli con il rapimento nel 2013 dell’allora primo ministro Zeidan da parte delle milizie a causare la crisi istituzionale sulla capitale, sancita con l’esilio a Tobruk del Parlamento dopo le elezioni del 2014. Con l’intervento delle milizie di Misurata a Tripoli, la posizione del Ministro degli Interni e della Difesa del GNA, Fathi Bashagah, è stata rafforzata così come la presa della componente misuratina sul GNA. Tant’è che molte fonti locali indicano come Serraj sia schiavo delle milizie e ormai da considerarsi una sorta di portavoce delle loro decisioni.

L’attacco su Tripoli sarebbe derivato proprio da una decisione delle milizie imposta a Serraj a seguito dell’incontro di Abu Dhabi tra Serraj e Haftar di fine febbraio. Alla fine dell’incontro, fortemente voluto e costruito dall’Inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, erano stati decisi alcuni passi per il futuro della Libia. In particolare i due leader si erano accordati per la tenuta della Conferenza nazionale a Ghadames e di successive elezioni, ma soprattutto l’entrata pacifica del LNA a Tripoli per la messa in sicurezza della città e l’uniformazione delle istituzioni. Quanto deciso a Abu Dhabi doveva essere messo nero su bianco in un successivo incontro a Ginevra. Solo che a Ginevra Serraj non si è presentato, spinto a rimanere a Tripoli dalle milizie e in particolare da Misurata, poiché le basi dell’accordo di Abu Dhabi ledevano i loro interessi.

Allora oggi lo scontro a Tripoli è diventato tale che Haftar indica che non ci sono le condizioni per un cessate il fuoco, ovvero finché ci saranno le milizie a gestire la situazione nella capitale. D’altronde difficilmente è ancora possibile sostenere un governo come il GNA che è difeso da milizie criminali e estremiste islamiche, oltre che da mercenari. In effetti, il LNA ha abbattuto un aereo di Misurata il cui pilota era un mercenario portoghese, e non sarebbe l’unico.

Di fatto, Salamé e le cancellerie europee (ma non solo) hanno chiesto l’imposizione di un cessate il fuoco e il ritorno al dialogo politico, unica via per una soluzione condivisa. Rimane però sempre la questione delle milizie. Rimane soprattutto il problema a monte.

In effetti, molti indicano come ad aver creato il “problema Libia” non sia stato l’attacco franco britannico in supporto ai ribelli/rivoluzionari nel 2011 per detronizzare Gheddafi. In realtà, la colpa della comunità internazionale è semmai da ricercare negli anni successivi alla guerra civile del 2011. Ovvero, la Libia non è stata aiutata a costruire un’architettura istituzionale volta a mettere d’accordo le diverse anime politiche e ridurre le divergenze tribali. Soprattutto la struttura istituzionale non è stata aiutata da una legge elettorale che sancisse precisamente la vittoria, quindi l’autorità, di una parte. 

Quando l’Inviato Salamé chiede che tutte le parti annuncino ufficialmente di riconoscere il risultato delle elezioni, qualsiasi esso sia prima che avvengano, mette il dito dove fa male. In effetti, fu proprio la non accettazione da parte dei partiti islamici riconducibili ai Fratelli Musulmani delle elezioni del 2014 e i loro successivi attentati all’ordine democratico a causare, come accennato, la spaccatura tra est e ovest, tra due impostazioni politiche diverse. Non è tanto il riavvicinamento con la Francia e con Haftar dell’Italia da mettere in causa, ma il perché abbia lasciato i partiti islamici in Libia continuare ad imporre la loro influenza sul governo supportato dalle Nazioni Unite.

L’incontro a margine del vertice dei ministri degli Affari esteri a Bruxelles tra Enzo Moavero Milanesi e Yves Le Drian ha sancito una convergenza tra Roma e Parigi sulla Libia. Si sa che la Francia, ufficiosamente, appoggia il generale Haftar. Alcuni in Libia vedono il dialogo tra Roma e il generale come un tradimento del GNA. Altri invece come un riequilibrio. 

Quando si arriverà ad una soluzione su Tripoli, oltre a Salamé, qualcun altro dovrà potersi dire equidistante tra le parti per aiutare nella mediazione. Soprattutto qualcuno dovrà aiutare nel ricostruire un’architettura istituzionale e democratica che si è dimostrata fallimentare dopo i primi passi positivi del 2012. L’Italia in questo senso ha tutto l’interesse a che ciò avvenga, quindi a guidare il processo di pacificazione politica. Chi in patria accusa l’Italia di saltare sul carro dei vincitori è probabilmente rimasto nella vecchia impostazione delle parti (se la Francia sta con una parte, l’Italia non può starvi anch’essa), o forse non vuole vedere. Chi ha agitato lo spettro della dittatura di Haftar, dovrebbe agitare anche lo spettro di un governo estremista islamico, come vigeva a Tripoli dal 2013 al 2015, a qualche centinaia di chilometri dall’Italia, e nessuno a Roma diceva nulla.

Eric Molle