Libia pre-rivoluzionaria: il Libro Verde

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ITALIA – Roma 18/11/2013. Nel caos libico sociale e istituzionale che si sta svolgendo di fronte alle nostre coste e nel tentativo di trovare vie di uscita, è utile per una corretta analisi dell’oggi vedere quale portato ideologico aveva lo stato libico prima della guerra civile. Troviamo allora il Libro Verde.

Scrivere libri sulla propria ideologia e sulla propria visione del mondo è una caratteristica di molti leader politici. Il colonnello Muammar al-Gheddafi volle essere partecipe di questa tradizione e nel 1975, ispirandosi al “libretto rosso” di Mao, ne scrisse uno verde: il Libro Verde, appunto. A renderlo unico è la visione che il colonnello aveva del suo paese nei lontani anni Settanta: la “Terza Teoria Universale” che rappresenta l’alternativa al comunismo totalitario e al capitalismo sfruttatore. 

Il libro è diviso in tre parti fondamentali: la soluzione del problema della democrazia e il potere del popolo; la soluzione del problema economico e il socialismo; la base sociale della “Terza Teoria Universale”.

«Il potere deve essere interamente del popolo» annuncia Gheddafi nella parte prima del suo libro indicando ai popolo il modo per passare all’era della dittatura all’era della vera democrazia.  «La lotta politica che si risolve con la vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dell’insieme dei voti degli elettori porta ad un sistema dittatoriale presentato sotto le false spoglie della democrazia. Infatti il 49% degli elettori sono governarti da uno strumento di governo che non hanno scelto ma che ad essi è stato imposto. Questa è dittatura». Gheddafi non manca di scagliarsi contro i partiti affermando che questi rappresentano la dittatura contemporanea. Il partito è una minoranza e che gli individui che lo formano mirano solo alla realizzazione dei propri interessi ed ad imporre le loro opinioni al resto della società. L’esistenza di più partiti, inasprendo la lotta per il potere, si risolve quindi inevitabilmente nella morte della democrazia.  Questa l’idea di Gheddafi: il popolo si divide in congressi popolari “di base” e nomina un segretario per ognuno di essi. Dalla somma dei segretari si formano dei congressi “non di base” che scelgono i comitati amministrativi popolari che a loro volta fanno le veci dell’amministrazione governativa (agricoltura, istruzione, sanità, ecc). Questi ultimi sono responsabili davanti ai congressi popolari di base che li controllano e dettano le politiche da seguire. L’incontro dei comitati popolari di base forma infine quello che il colonnello chiama il Congresso Generale del Popolo. Alla vecchia definizione che recita “la democrazia è il controllo del popolo sul governo”, Gheddafi sostituisce questa: «la democrazia è il controllo del popolo su se stesso».  La soluzione alla dittatura è quindi erigere il popolo a strumento di governo; in tal modo, qualora si verifichi una deviazione dalla legge della società, si tratterà sempre di una deviazione collettiva che dovrà essere corretta in modo collettivo e non con la violenza.

Nella seconda parte del suo scritto, Gheddafi espone la sua teoria politica. «Nella società socialista non dovrebbero esserci salariati ma associati. Perché infatti si da un salario ai lavoratori? Perché svolgono un’attività produttiva a favore di terzi. Pertanto i lavoratori non consumano il proprio prodotto ma sono costretti a cederlo in cambio di compenso, mentre una sana norma è che chi produce deve consumare». In questa seconda parte dell’opera sembra di leggere Il Capitale: l’ingiustizia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo è pesantemente condannata, il soddisfacimento dei propri bisogni senza eccedenze è eretto come principio cardine per una società che non devia dai valori naturali; si invoca la partecipazione al processo produttivo fino a raggiungere lo stadio ultimo: la scomparsa del profitto e della moneta. L’obbiettivo della società socialista concepita da Gheddafi è la felicità dell’essere umano che non si realizza se non nell’ambito delle libertà materiali e morali, la cui realizzazione dipende dal modo in cui l’uomo è padrone delle sue cose. «La Terza Teoria Universale è l’annuncio alle masse popolari della liberazione definitiva da tutte le forme di ingiustizia, di dispotismo, di sfruttamento e dal soggiogamento politico ed economico al fine di far prevalere una società che sia di tutti».

Nella terza ed ultima parte del Libro Verde si affronta la teoria della base sociale della teoria del colonnello. Viene descritta una struttura sociale uguale a quella libica: la famiglia ne è il basamento, seguita dalla tribù (descritta come famiglia allargata), seguita a sua volta dalla nazione (descritta come l’insieme delle tribù legate da un unico destino). La famiglia oltre ad essere la base della società, è anche la culla naturale dell’individuo. Quindi Gheddafi concentrandosi sulla dimensione umana della nazione ripone nella famiglia tutte le speranze di costruzione di una società sana e duratura. Come ha notato il colonnello, non bisognerebbe mai che la struttura nazionale scenda al livello della famiglia o della singola tribù, rischiando di assumerne il punto di vista.

In conclusione, tutto si può dire meno che il Rais abbia realizzato quanto profetizzato nella sua opera; e gli eventi della primavera araba e della rivoluzione del 17 Ottobre 2011 ne sono la prova. I “comitati popolari” sono stati praticamente la maschera dietro alla quale si sono perpetrate e succedute periodiche eliminazioni di avversari politici e il “Congresso del Popolo” è rimasta parola scritta nel libro dalla copertina verde senza una giusta traslazione nella realtà della vita politica del regime. L’unico congresso del quale si poteva parlare era quello oligarchico legato al regime.

Nel realizzare la sua società giusta e a cui avrebbero partecipato tutti Gheddafi si fece prendere forse un po’ troppo la mano, realizzando di fatto un governo dispotico basato, si sulla famiglia e sulla tribù ma quella in cui era nato, cresciuto e di cui portava i valori e gli interessi. Sulle altre ha fatto sparare durante la rivoluzione.

Si può dire però che abbia realizzato il socialismo. Nella grande repubblica libica socialista e islamica tutti i cittadini potevano avere tutto, o almeno tutto quello che concedeva lo stato. Nei quarantadue anni di regime la popolazione libica ha ricevuto la sussistenza minima dallo stato in tutto e per tutto: casa, istruzione (controllata dal regime), mezzi di trasporto privati e quant’altro, lasciando di fatto il popolo libico in uno stato di pigrizia intellettuale e fisica, eredità con cui le generazioni odierne, spinte come sono verso un futuro migliore, dovranno prima o poi fare i conti.