LIBIA. Il sogno della Fratellanza Musulmana tra Tripoli e Damasco

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La Turchia ha iniziato a dispiegare truppe in Libia nel tentativo di fornire sostegno al governo dell’Accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj, ha detto il 16 gennaio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «La Turchia sta inviando truppe in Libia per sostenere la stabilità del legittimo governo libico», ha dichiarato Erdogan, riporta la Tass.

Secondo Erdogan, inoltre, «D’ora in poi, sarebbe legalmente impossibile condurre trivellazioni geologiche o costruire oleodotti nel Mediterraneo orientale senza ottenere il permesso dalla Libia e dalla Turchia», prosegue l’agenzia russa. Stando ad Anadolu, Recep Tayyip Erdogan ha fatto queste affermazioni durante l’Annual Evaluation Meeting per il 2019 ad Ankara.

All’inizio del 5 gennaio, il leader turco aveva annunciato che la Turchia avrebbe inviato truppe in Libia, con il compito di «coordinare le attività» e «garantire la sicurezza del governo legittimo». L’incontro tra il presidente turco Erdogan e Fayez Al-Sarraj del governo di Tripoli del Gna (Gna) a Istanbul il 12 gennaio è stato imprevisto e urgente. Si è svolto sullo sfondo di una raffica di attività diplomatiche europee per prevenire una presenza militare turca in Libia e lo spettro di un’altra Siria.

Il giorno prima di incontrare Al-Sarraj, Erdogan ha incontrato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che si era recato a Istanbul nel quadro degli sforzi europei per contenere l’escalation in Libia. Un incontro più importante Aveva avuto luogo l’8 gennaio, Erdogan aveva incontrato il presidente russo Vladimir Putin. In seguito, avevano rilasciato una dichiarazione congiunta che affermava la posizione comune sulla crisi libica e la necessità di lavorare insieme per promuovere una soluzione basata sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu in tal senso, riporta al Ahram

Lo stesso giorno, Hurriyet riportava che la Turchia aveva inviato 35 soldati a Tripoli, ma non per partecipare ai combattimenti: «La Turchia si coordinerà, ma le sue truppe non parteciperanno ai combattimenti». Il fastidio dei russi nei confronti di Ankara è stato quasi palese quando Mosca è sembrata fortemente riluttante a trattenere sul campo Khalifa Haftar, comandante delle Laaf (Libyan Arab Armed Forces). Non solo la stampa russa si è rallegrata del successo di Haftar per la presa di Sirte, ma Mosca non lo ha trattenuto né ha fatto più del dovuto quando Haftar ha rifiutato di accettare il cessate il fuoco già firmato dalla Turchia e dal Gna.

Ora si prospetta Berlino e il cancelliere Angela Merkel ha invitato Erdogan alla conferenza internazionale sulla Libia che Berlino intende ospitare il 19 gennaio prossimo. Così, fino alle dichiarazioni fatte il 16 gennaio, Erdogan sembrava essere stato costretto a moderare i toni; il ministro degli Esteri Turvco, Mevlut Cavisoglu, aveva persino detto: «Non abbiamo problemi con la partecipazione di tutti quando si tratta di una soluzione politica. Questo include Haftar, a patto che accetti un cessate il fuoco».

Fino alle dichiarazioni del 16, appunto, quando il leader turco sembra aver messo altri suoi pezzi minacciano apertamente l’EastMed, ad esempio, e infilandosi apertamente in Libia, tutto in un sol colpo. Andando a ben vedere, il progetto della Fratellanza Musulmana, e anche di Erdogan, di creare un’area dei Fratelli Musulmani, con il leader turco come “patrono” vero centro dei nuovi equilibri politico-economici del millennio, non ha molti estimatori, al contrario.

Andando nel dettagli di “colore” la Fratellanza Musulamana ha i suoi uomini nel Gna: si veda, ad esempio, la delegazione che era presenta a Mosca, in cui tutti i membri, meno Serraj, erano Fratelli Musulmani; ha nell’Akp il suo miglior esperimento di governo e il più significativo, vista la millenaria storia dell’impero musulmano che insisteva dalle coste del Mediterraneo all’Asia centrale, avendo trovato una incarnazione politica adeguata, che dall’inizio del suo mandato politico ha innalzato sempre di più, la retorica della umiliazione subita al termine della Prima guerra mondiale, 100 anni fa e quindi il termine della aspirazioni da grande potenza di quello che sui libri di scuola viene ridotto all’espressone Impero Ottomano. 

E non aggiungiamo altro relativamente a quanto accade in Siria, altra regione storicamente imperiale, che vede sempre Ankara e l’Akp protagonisti, se non i dati che ora vengono fuori del legame con la Libia: l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Sohr, riporta che la Turchia ha inviato più di mille mercenari dalla Siria a Tripoli e Misurata; si tratta di jihadisti che vengono esfiltrati, i nuovi giannizzeri potremmo dire; altri 1.700 di loro sono attualmente addestrati in campi militari turchi. Le operazioni di reclutamento sono ancora in pieno svolgimento in Africa e in altre aree della Siria che rientrano nell’ambito dell’operazione turca “Scudo dell’Eufrate” di Ankara.

Secondo fonti locali, questi personaggi sono in possesso di passaporti turchi e ricevono uno stipendio di circa 2.000 dollari, cioè più di quattro volte il salario minimo in Turchia e più di otto volte il salario minimo in Siria, e altri benefit.

Antonio Albanese