Libia, guerra e petrolio

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LIBIA – Tripoli. 16/10/13. A chi giova il caos libico? Non di certo all’Italia, o a chi ha interessi consolidati nel Paese. Non ai libici, in cerca di equilibri, anche federali, pur di riprendere una normalità. Eppure sono molti gli interessi economici che passano per Tripoli, e a tal proposito non passano inosservate delle dichiarazioni apparse sui media esteri.

Il direttore della Repsol Studi Geologici ha detto che se i costi di perforazione in Nord Africa possono essere tagliati, la regione ha il potenziale per essere la prossima grande opportunità per la produzione di petrolio sia tradiizonale che dallo scisto, come riporta Times of Oman.

«Il Ministero dell’Energia algerino – viene spiegato dal Times of Oman – si aspetta che il paese raddoppi la produzione di gas e petrolio nei prossimi 7-10 anni». Inoltre, si legge sempre nella testata: «il governo libico ha intenzione di invitare ditte specializzate per cercare prospettive del paese. Repsol gestisce due campi in Libia e sta esplorando il territorio in altre sei diverse località». 

Repsol per chi non la conoscesse è una delle maggiori società spagnole petrolifere e del gas, presente in 29 Paesi. Negli ultimi mesi spesso finita sui giornali per la vicendo dello “scisto” (minerale bituminoso) in Argentina. Come tutte le multinazionali petrolifere ha molti interessi in diverse parti del mondo però ultimamente la sua attenzione si è rivolta sulla Libia. Il petrolio libico è uno dei migliori al mondo, non quanto quello afgano, ma comunque migliore di quello sud americano che necessita di processi di lavorazione molto complessi. Non solo, l’Afghanistan dal 2014 con il ritiro delle truppe NATO sarà nel caos, mercato dunque troppo difficile da approcciare. La Libia ritorna dunque di gran moda, se mai fosse passata. Da un punto di vista energetico era suddivisa, prima della primavera araba, tra Total, Eni, China National Petroleum Corp (CNPC), British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo Repsol, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips, Gazprom Omy

Va ricordato che Repsol oltre che aver stretto legami economico-finanziari-politici in Sud America da qualche tempo è presente anche nel Belpaese attraverso Gas Natural (2002). La sua forza è il Sud Italia: Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio, Campania, Basilicata. Ed ha tra i suoi sogni quello di dare vita a Taranto e a Trieste a degli impianti di rigassificazione per un 10% del fabbisogno di energia nazionale italiano. Sul mercato europeo una delle sue grandi concorrenti è ENEL che le ha “fregato” Endesa nel 2009.

Ritornando in terra di Jamāhīriyya, sempre Enel siglò un accordo nel 2011 prima della rivoluzione, con gruppo Al Maskari di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) per le rinnovabili in Libia. L’accordo prevedeva 2,3 miliardi di investimento per iniziare a trasformare la Libia in un centro di smistamento (hub) di energia elettrica prodotta da fonti convenzionali e rinnovabili da esportare in Europa attraverso un nuovo elettrodotto sottomarino ad alto voltaggio collegato con l’Italia, lo riporta lo stesso sito dell’Enel. Un progetto significativo per l’Italia, digiuna di energia, e per la Libia che così avrebbe dato vita a una diversificazione della sua economia dipendente all’80% dal petrolio. Senza contare che l’Italia era anche nel 2011 il primo importatore di petrolio dalla Libia. 

Se l’Italia si indebolisce in Libia, per Repsol, c’è un doppio guadagno, da un lato aumentare la dipendenza di fabbisogno energetico italiano, dall’altro comprare materia prima a un costo minore in quanto partner del governo nella ricerca dell’oro nero. Infine non va dimenticato che Repsol da tempo, in Libia si è consorziata con OMV e TOTAL. 

Un altro appuntamento molto enfatizzato dalla compagnia di bandiera libica NOC è stato quello con BP del due ottobre. Un appuntamento che segue quello del 24 settembre in cui venivano invitate le compagnie petrolifere britanniche a mettere a disposizione la loro esperienza, in cambio di concessioni, per l’esplorazione di nuovi pozzi petroliferi. 

Il dieci ottobre, invece, a far visita al Ministro del Petrolio e del Gas, Abdul Bari è stata la volta della Germania e del suo “ramo” libico RWE-RWE. 

Tutte le compagnie straniere stanno strappando contratti e possibilità di esplorare nuove aree della Libia. 

E l’Italia? Innanzi tutto va sottolineato che l’Italia è in attesa da oltre un anno che la Libia sblocchi  la sigla di una convenzione, stilata prima della rivoluzione, che gli consentirebbe di investire in Libia, e ancora che il governo sostenga Eni nella risoluzione dei problemi dei sit-in degli operai nei capi di estrazione petrolifera che di fatto impediscono l’estrazione e il trasporto del petrolio verso l’Italia. Ad accompagnare i delegati Eni c’era l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, anche perché l’Italia in quei giorni era tutta concentrata sul voto di fiducia a Enrico Letta. Proprio in questi giorni la NOC e Eni dovrebbero arrivare alla sigla della famigerata convenzione bloccata da oltre un anno. Quello che appare da una prima e breve analisi è che Eni stia perdendo terreno, per incapacità manifesta del sistema-Paese Italia, a vantaggio di altre compagnie tra cui Repsol, società spagnola e simbolo del Paese che ora in Italia sta facendo acquisti in massa. Come quello di Telecom. Ora c’è da chiedersi quanta responsabilità vi sia da parte delle autorità italiane o quanta invece sia la loro irresponsabilità.